Di Gianni Petrosillo da Conflitti e Strategie

medvedevIl Tremonti russo, il Ministro delle finanze Alexei Kudrin, è stato licenziato dal suo Presidente e dal suo Premier senza tanti convenevoli. Il calcio nel sedere che costui ha ricevuto dai Capi si è sentito da Roma fino a Washington. Gran fragore e poche parole. Così si detta l’Agenda politica da quelle parti e si tiene fede agli impegni assunti con l’elettorato. Kudrin, come il nostro fiscalista di Sondrio, veniva considerato l’uomo del rigore e dei conti in ordine dall’establishment finanziario mondiale, il volto presentabile di una nazione ancora imbrigliata nelle pastoie del soviettismo la quale, tuttavia, poteva avere qualche chances, almeno nella testa degli illusi occidentali, per integrarsi nel sistema globale aderendo ai meccanismi finanziari e ai diktat degli organismi economici planetari. Che ovviamente sono tutti eterodiretti dalla Casa Bianca. Kudrin vantava amicizie e legami negli ambienti esteri che valgono, si sentiva protetto dal suo saper stare tra la gente che piace alla gente che piace, criticava in pubblico ed in privato il dispotismo dei suoi superiori intenti, a suo parere, ad egemonizzare i gangli vitali del potere ricorrendo alle cattive maniere. Col Bon ton ed il self control s’impara forse a stare a tavola ma non a digerire e metabolizzare le questioni di Stato. Ma Kudrin si sentiva in grado di risollevare la Russia dalla crisi che l’ aveva investita sin dal 2008 mettendola a dieta. Proprio mentre criticava il servizio ha avuto il ben servito senza che nessuno si preoccupasse di perdere il cliente. Lui è restato a bocca aperta ma il Paese non rischierà più di restare a bocca asciutta, tra riduzione della spesa pubblica e manovre sulle pensioni, come da menù scritto dai suoi affini del FMI. Il Ministro è stato messo alla porta perché c’è un primato della politica sulla ragioneria e della geopolitica sull’economia che non può essere messo in discussione da tecnici rimpinzati di teorie ma a digiuno di sovranità nazionale. I russi confermano di essere gente di buona forchetta che sa apparecchiare le sue istituzioni e che non intende pagare conti salati per partecipare all’abbuffata di democrazia del mondo libero. Noi italiani dovremmo imparare da loro. Ed invece che facciamo? Non riuscendo a liberarci di Tremonti vorremmo ammettere al banchetto la sua versione dimidiata che si chiama Monti. Perché forse mangerà di meno? Forse perché, come qualcuno ha scritto recentemente sui giornali, costui sarebbe: “Un signore serio, pacato, equilibrato…che sa dove mettere la mani” (M. Gramellini, La Stampa del 28/09/2011)? Ci risiamo col galateo applicato alla ragion di Stato. La verità è un’altra. Vogliono Monti a capotavola perché questo sa certamente dove tenere le mani: nelle tasche degli italiani per saziare i poteri internazionali. Hanno preso l’Italia per un ristorante dove si mangia a sbafo, infischiandosene del fatto che è già ridotta ad una mensa dei poveri.

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