Dedefensa

180373d28c10139c47bc4aL’articolo dei coniugi Leverett, specialisti dell’Iran (Flynt Leverett e Hillary Mann Leverett) dà una valutazione critica degli attuali negoziati tra Iran e gruppo P5+1, laddove principalmente gli Stati Uniti danno impulso negativo. Per i Leverett, le cui analisi riteniamo autorevoli su tale crisi sia per la rilevanza professionale che l’indipendenza verso il sistema, l’incontro decisivo del 24 novembre dimostrerà che tali negoziati sono in stallo. Conseguenza sarebbe il grave fallimento del tentativo di avvicinare Iran e blocco BAO, da ciò la direzione decisiva dell’Iran verso la Cina in particolare (verso la formazione del blocco anti-sistema). I Leverett attribuiscono la grave responsabilità di tale cambio politico alla rigidità assoluta degli Stati Uniti (che chiamiamo politica-sistema). Presentiamo il testo dei Leverett pubblicato il 30 ottobre 2014sul sito loro GoingToTeheran.com e riportato da ConsortiumNews il 1° novembre 2014. Abbiamo scelto il titolo di Consortium News come titolo dell’articolo in generale, e il titolo di GoingToTeheran.com per quello dell’articolo specifico. (Consortium News, “Come la politica degli Stati Uniti Unisce Iran e Cina”). Menzioniamo la presentazione dell’articolo di Consortium News perché mostra chiaramente l’importanza della politica sistema (USA) nella sua rigidità e universalità della sua fallimentare politica delle sanzioni, e la direzione dell’Iran non solo verso la Cina, ma verso ciò che chiamiamo formazione del blocco antisistema. “La proliferazione delle sanzioni economiche del governo degli Stati Uniti contro sempre più numerosi Paesi e individui, crea confusione e animosità nel mondo spingendo certi Paesi, come Iran e Cina, ad avvicinarsi minacciando il futuro dell’economia degli Stati Uniti...”

La questione del nucleare iraniano e le relazioni sino-iraniane
Flynt Leverett e Hillary Mann Leverett

Mentre il mondo aspetta di vedere se Iran e P5+1 raggiungeranno un accordo nucleare finale entro il 24 novembre, siamo piuttosto pessimisti sulla prospettiva di un tale esito. Soprattutto, siamo pessimisti perché la chiusura dell’accordo nucleare globale quasi certamente richiederebbe agli Stati Uniti di abbandonare la pretesa (giuridicamente infondata, dall’arroganza egemonica e strategicamente insensata) che la Repubblica islamica smantelli una parte significativa delle sue centrifughe attive, come condizione per l’accordo.
• Anche se ci piacerebbe essere smentiti sembra improbabile che l’amministrazione Obama ceda tale pretesa per concludere l’accordo finale.
• In alternativa, un accordo finale diverrebbe almeno teoricamente possibile se l’Iran accettasse di smantellare parte notevole delle centrifughe attualmente operative, come Washington e i suoi partner inglesi e francesi pretendono. Tuttavia, non vediamo alcun segnale secondo cui Teheran sia incline a farlo. Proprio la scorsa settimana, il Viceministro degli Esteri Abbas Araqchi ha ribadito che, in ogni accordo, “tutte le capacità nucleari dell’Iran saranno conservate e nessun impianto sarà chiuso o fermato, e nessun dispositivo o attrezzatura smantellato”. Eppure, quasi indipendentemente dalla dichiarazione della diplomazia nucleare tra Stati Uniti/P5+1 e Iran un mese fa, le relazioni della Repubblica islamica con una vasta gamma di Stati importanti entrano in una nuova fase. Tra questi Stati la Cina è particolarmente prominente. Esplorando i fattori storici e le dinamiche contemporanee che plasmano il futuro delle relazioni sino-iraniane, abbiamo scritto un documento operativo: Egemonia (e Hubris) statunitense, la questione nucleare iraniana e il futuro delle relazioni sino-iraniane, pubblicato on-line, nell’ambito delle Penn State Law Legal Studies Research Paper Series. Presto sarà pubblicato come capitolo di un prossimo volume sull’emergente asse Medio Oriente – Asia. Come le nostre note indicano, la Repubblica popolare cinese e la Repubblica islamica dell’Iran hanno, nel corso degli ultimi tre decenni, “forgiato relazioni di cooperazione multi-dimensionali, soprattutto su energia, commercio e investimenti, e sicurezza regionale“. Vi sono motivi validi per questo, tra cui il fatto che in entrambi i Paesi l’ordine politico è nato da rivoluzioni volte a ristabilire l’indipendenza e la sovranità dei propri Paesi, dopo lunghi periodi di dominio delle potenze straniere, soprattutto occidentali. Oggi, entrambi perseguono ciò che descriviamo politica estera “contro-egemonica”, in particolare verso gli Stati Uniti. Mentre il primato degli Stati Uniti incentiva più stretti legami sino-iraniani, essi progredivano in misura minore di quanto sarebbe stato altrimenti, in particolare da parte cinese. Negli ultimi anni Pechino ha cercato di bilanciare i suoi interessi a sviluppare legami con Teheran con l’interesse a mantenere relazioni relativamente positive con Washington. Il nostro articolo esamina una serie di tendenze che riducono la volontà della Cina di continuare ad adeguarsi alle pressioni degli Stati Uniti sui rapporti con l’Iran.
• Riteniamo che, mentre queste tendenze si svolgono, “i politici cinesi continueranno la ricerca di un giusto equilibrio tra le relazioni della Cina con la Repubblica islamica e il suo interesse a mantenere rapporti positivi con gli Stati Uniti. Tuttavia, (tale) equilibrio continuerà a spostarsi, lentamente ma inesorabilmente, verso una più mirata ricerca della Cina di propri interessi economici, energetici e strategici con l’Iran“.
• Sosteniamo anche che, a meno che gli Stati Uniti rivedano radicalmente il proprio atteggiamento verso la Repubblica islamica, “un approfondimento delle relazioni sino-iraniane quasi certamente accelererà le tendenze nell’ordine economico internazionale, ad esempio la reazione contro l’uso sempre più promiscuo di Washington delle sanzioni finanziarie come strumento di politica estera, e la lenta erosione dell’egemonia del dollaro, che indeboliscono la posizione globale degli USA“.

iranian-president-hassan-rouhani-with-chinese-president-xiTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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