The Nation,  11 gennaio 2014

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In una carriera sanguinosa che ha attraversato decenni, ha distrutto intere città rendendosi responsabile dell’uccisione di innumerevoli civili.

di Max Blumenthal

Ariel Sharon in una riunione di gabinetto nel suo ufficio di Gerusalemme nel 2005. AP Photo / Oded Balilty
Da protagonista nelle vicende israeliane sin dalla fondazione dello Stato, Ariel Sharon ne ha modellato la storia secondo la sua cruda visione. Ha ottenuto consenso per i suoi progetti attraverso la spietatezza e l’astuzia, ricorrendo alla forza quando non riusciva ad ottenerlo. Un criminale di guerra accusato di aver presieduto l’uccisione di migliaia di civili, battezzato dai suoi nemici “il Bulldozer”. Per coloro che lo hanno venerato come il protettore armato e santo patrono degli insediamenti, è stato “Il re di Israele”. In una vita recitata in tre atti, Sharon ha distrutto intere città, annientato innumerevoli vite  e sabotato carriere al fine di plasmare la realtà sul terreno .
Il primo atto della carriera di Sharon iniziò dopo la guerra del 1948 che ha sancito la fondazione di Israele a spese dei 750.000 palestinesi cacciati in una campagna di espulsione di massa. Gravemente ferito nella battaglia di Latrun, dove l’esercito israeliano subì una sconfitta amara per mano dell’esercito reale giordano, Sharon si ritirò  momentaneamente dalla vita militare.  Si guardò indietro con rabbia per la mancata presa di Latrun, una fascia di terreno, contenente tre città palestinesi, strategica per la continuità demografica del nuovo Stato ebraico. Politici senza spina dorsale e comandanti inetti avevano, secondo lui, legato le mani alle truppe di Israele , lasciando lo stato ebraico esposto al pericolo dall’interno.  Sharon desiderava terminare il progetto di espulsione del 1948, che giudicava insufficiente.

Nel 1953 , Sharon è stato sottratto al congedo dal primo ministro David Ben Gurion e nominato capo di un commando segreto con il compito di compiere atti brutali di ritorsione e sabotaggio. A seguito di un attacco palestinese letale in un kibbutz israeliano, Sharon guidò i suoi uomini nella città cisgiordana di Qibya con l’ordine, proveniente dal comando centrale  di Ben Gurion, di “portare distruzione e causare il massimo danno”. A cose fatte, sessantanove civili – per lo più donne e bambini palestinesi –  giacevano morti a terra.

Negli anni seguenti a quello scandalo, Sharon effettuò sanguinose incursioni sui territori egiziano e siriano, che infiammarono le relazioni con i vicini di Israele portandoli a cercare aiuto militare urgente da parte dell’Unione Sovietica. Nella campagna del Sinai del 1956, Sharon fu accusato da uno dei suoi comandanti, Arye Biro, di aver ordinato la strage di quarantanove cavatori egiziani che erano stati fatti prigionieri e non avevano alcun ruolo negli scontri (la censura ufficiale ha mantenuto segreti al pubblico i dettagli per decenni). Nella Guerra dei Sei Giorni del 1967 Sharon incrementò il conteggio delle vittime infierendo su unità corazzate egiziane circondate, trasformando in gloria nazionale statistiche di uccisioni senza precedenti. Con la Striscia di Gaza ormai sotto il controllo israeliano , Sharon orchestrò  la distruzione sistematica degli agrumeti palestinesi per far posto alla colonizzazione ebraica.

Durante la guerra del 1973, Sharon condusse una sua guerra parallela alla ricerca della gloria personale. Determinato ad essere il primo comandante israeliano ad attraversare il Canale di Suez, mandò i suoi soldati all’assalto dell’esercito egiziano  senza artiglieria e supporto aereo sufficiente. Molti suoi uomini morirono nell’assalto al buio mentre intere brigate erano esposte al fuoco. Ma Sharon soddisfò la sua ricerca di fama quando le sue brigate motorizzate circondarono la Terza Armata egiziana. Dopo la battaglia, le foto del generale in posa con orgoglio nel deserto egiziano, fasciato per una lieve ferita e circondato dai soldati che
lo acclamavano come “Il re d’Israele”, furono diffuse dai media israeliani e internazionali. La carriera politica di alto livello che cercava era ormai garantita. In breve tempo, Sharon contribuì a fondare il Partito Likud, aprendo il secondo atto della sua leggendaria carriera.

Anche se impostato su una traiettoria politica di destra, Sharon deve le sue fortune politiche alle icone del sionismo laburista. Il suo mentore originale, Ben Gurion, e il più giovane guerriero-politico Moshe Dayan, gli fecero scalare costantemente le gerarchie militari, nonostante un evidente atteggiamento di scandalosa insubordinazione. Il suo primo incarico a livello governativo fu un breve passaggio negli anni 70 nel governo  di Yitzhak Rabin, il laburista per eccellenza, che immaginò Sharon alla guida di una riorganizzazione dell’esercito dopo il disastro della guerra del 1973. Ma fu nel governo a guida Likud del 1977 di Menachem Begin che Sharon fu finalmente in grado di tradurre la sua influenza in politiche che hanno modificato la storia.

Nominato ministro dell’agricoltura, Sharon sfruttò la sua posizione apparentemente insignificante per portare il progetto messianico del Grande Israele a compimento. Con vigore sfrenato , ampliò l’impresa colonizzatrice su tutta la Cisgiordania, vantandosi di aver personalmente fondato sessantaquattro insediamenti durante i suoi primi quattro anni di governo. Rivelò la sua strategia in una conversazione privata con il nipote di Winston Churchill:
“Faremo di loro un panino. Inseriamo una striscia di insediamenti ebraici tra i palestinesi, e poi un’altra striscia di insediamenti ebraici attraverso la Cisgiordania, in modo che nel giro di 25 anni, né le Nazioni Unite né gli Stati Uniti , nessuno , saranno in grado di dividere la terra”.

Dopo essersi affermato come il visionario degli insediamenti, Sharon mise gli occhi sul Ministero della Difesa, intimididendo apertamente Begin per realizzare le sue ambizioni. Quando alla fine Begin dovette cedere al  bullismo di Sharon, dichiarò, scherzando a metà, che Sharon avrebbe messo in atto un colpo di stato militare, se non fosse stato esaudito senza condizioni.

Sharon entrò al Ministero della Difesa ossessionato dal sogno di un governo fantoccio cristiano filo-israeliano a Beirut, il baluardo di un impero regionale israeliano. Di fronte ai timori di una invasione del Libano, Sharon nascose le sue reali intenzioni a tutti, eccetto forse Begin, sostenendo che il suo solo scopo era cacciare l’OLP dal Libano meridionale, da dove avvenivano periodiche incursioni in territorio israeliano . Quando Begin dette luce verde all’operazione “Pace in Galilea”, nel giugno 1982 , Sharon inviò i carri armati israeliani direttamente verso Beirut, senza l’approvazione del resto del governo, che Sharon aveva deliberatamente ingannato . Molti di loro si indignarono, ma era troppo tardi per tornare indietro.

Per combattere la fiera resistenza palestinese, una delle città più vitali e cosmopolite del Medio Oriente fu ridotta in macerie. Le forze di Sharon piallarono Beirut Ovest con bombardamenti indiscriminati, lasciando le strade disseminate di cadaveri insepolti. Ogni giorno il livello di  malattie e carestia raggiungeva nuovi livelli epidemici. Nel mese di agosto, il giorno successivo all’accettazione da parte del governo israeliano della proposta di evacuazione dell’OLP avanzata dall’inviato speciale americano Philip Habib, le forze di Sharon
bombardarono Beirut per sette ore di fila, lasciando sul terreno 300 morti, in maggioranza civili. Il sociologo israeliano Baruch Kimmerling ha scritto che il raid “somiglia all’attacco di Dresda da parte degli Alleati verso la fine della Seconda Guerra Mondiale.” Sharon chiese anche una brigata di paracadutisti aggiuntiva per cancellare le forze dell’OLP assediate in città, guadagnandosi uno dei rari rimproveri di Begin, preoccupato che il suo ministro della difesa avrebbe distrutto completamente gli sforzi di Habib per risolvere la crisi.

Le forze dell’OLP si ritirarono dal Libano , secondo le linee guida di Habib, ma il peggio doveva ancora venire. Sharon aveva ostacolato una proposta per l’introduzione di forze di pace multinazionali in grado di prevenire rappresaglie contro gli inermi rifugiati palestinesi che erano stati lasciati alle spalle. Così la scena era pronta per il massacro più atroce della guerra. Dopo l’assassinio di Bashir Gemayel, il signore della guerra cristiano che avrebbe dovuto servire come presidente fantoccio di Sharon, le forze israeliane scortarono le milizie falangiste cristiane nei campi palestinesi di Sabra e Shatila, poi circondati dai militari israeliani, che fornirono informazioni di intelligence e supporto logistico. Sharon e molti dei suoi ufficiali erano ben consapevoli della volontà dei falangisti di uccidere il maggior numero di donne e bambini possibile. Dopo giorni di massacro, almeno 2000 civili erano morti, con innumerevoli altri violentati e brutalizzati.

Nel febbraio 1983 , la Commissione Kahan del governo israeliano ritenne Sharon “indirettamente responsabile” del massacro, sollecitando il suo licenziamento come ministro della difesa. Mentre le perdite fra i soldati israeliani aumentavano in Libano, le piazze di Tel Aviv e Gerusalemme si riempirono di mamme indignate e di un crescente  movimento di refusnik [obiettori al servizio militare]. Le manifestazioni contro la guerra minarono la fiducia negli alti comandi dell’esercito. Presso l’ufficio del primo ministro, Sharon rimproverò Begin e i suoi ministri, mettendoli in guardia: “Se adottiamo questo rapporto [Kahan], tutti i nostri nemici e oppositori diranno che ciò che è accaduto nel campo è genocidio”. Definendo le conclusioni del rapporto “un’etichetta di Caino su tutti noi per generazioni”, Sharon categoricamente rifiutò di dimettersi.

Durante questo incontro, un terrorista ebreo di destra lanciò una granata su una folla di manifestanti contro la guerra proprio di fronte all’ufficio del primo ministro, uccidendo l’insegnante e attivista pacifista Emil Grunzweig. L’incidente fu per Sharon il colpo di grazia e lo spinse alle dimissioni. Anche se rimase nel governo come ministro senza portafoglio, i suoi sogni di diventare primo ministro sembravano ormai svaniti.

Il timore di Sharon per le accuse non finì con le sue dimissioni . Nel luglio 2001, un tribunale belga aprì un’inchiesta sul massacro di Sabra e Shatila, quando un gruppo di sopravvissuti presentarono una denuncia ai sensi delle linee guida di “giurisdizione universale” del paese. Elie Hobeika, il comandante falangista direttamente responsabile per le uccisioni, fu assassinato pochi mesi più tardi, dopo aver informato le autorità belghe che avrebbe testimoniato contro Sharon. “Israele non vuole testimoni di accusa in questo storico caso in Belgio, che certamente condannarà Ariel Sharon” osservò all’epoca il ministro libanese dei rifugiati Marwan Hamadeh, facendo eco ai sospetti diffusi sul coinvolgimento di Sharon. Nel  settembre 2003, con le relazioni fra Belgio e Israele ai minimi storici, il tribunale belga rigettò il caso, sulla base dell’immunità diplomatica di Sharon.

Nel frattempo, Sharon aveva incredibilmente resuscitato la sua carriera politica.  Il 28 settembre 2000, in seguito al crollo dei negoziati di pace tra Israele e l’Autorità palestinese a Camp David nel corso dell’estate, Sharon fece un giro di Haram al-Sharif a Gerusalemme, sito della moschea di Al Aqsa e della Cupola della Roccia,  accompagnato da 1000 poliziotti e agenti di sicurezza armati. Fu una trovata provocatoria, volta a infiammare le crescenti tensioni nei territori occupati. Come previsto, l’iniziativa suscitò una diffusa rivolta palestinese dal giorno successivo, che fu affrontata da Israele con metodi draconiani di repressione –
solo nell’ottobre 2000 l’esercito israeliano sparò 1,3 milioni di proiettili contro manifestanti per lo più disarmati – alimentando quella che divenne nota come l’Intifada di Al Aqsa. L’anno successivo Sharon fu eletto primo ministro e attentatori suicidi palestinesi cominciarono ad attaccare i caffè e locali notturni di Tel Aviv e Gerusalemme Ovest. Rilevando lo stato d’animo del  “campo della pace” israeliano che aveva chiesto l’estromissione di Sharon durante l’invasione del Libano, il quotidiano liberal Haaretz chiese “una guerra per il caffè e il croissant del mattino”.

Il fragile campo della pace fu sconvolto dall’intifada, ma anche cinicamente fuorviato dal predecessore di Sharon come primo ministro, Ehud Barak, che dichiarò dopo il fallimento dei negoziati di Camp David che non c’era “nessun interlocutore palestinese” per la pace. Persa la fiducia, divennero silenziosi, mentre la maggioranza del popolo era unita dietro Sharon, il loro protettore vendicativo. Con le mani libere per schierare carri armati e aerei da combattimento contro i centri abitati palestinesi, Sharon concepì una campagna di brutalità attentamente calcolata, che culminò, nel 2002, nella distruzione completa del campo profughi di Jenin. Baruch Kimmerling definì la strategia di Sharon “politicida”, “un tentativo graduale ma sistematico di causare l’annientamento [della Palestina]  come  soggetto politico e sociale autonomo”. Come dal principio, l’obiettivo non dichiarato di Sharon era quello di terminare la guerra del 1948 .

Mentre i bulldozer israeliani avanzavano in tutta Gaza e la Cisgiordania, Sharon annunciò la sua intenzione di “fare una separazione attraverso la terra”. Seppure inizialmente contrario all’idea, decise di portare a compimento un piano presentato nel 1990 sotto Yitzhak Rabin: la costruzione di un enorme muro che avrebbe piantato un chiodo nella bara del movimento nazionale palestinese. Dividendo la Cisgiordania e la Valle del Giordano, il muro avrebbe annesso di fatto a Israele l’80 per cento degli insediamenti, consolidando la maggioranza demografica ebraica del paese e relegando i palestinesi ad un regime permanente di
esclusione in ghetti.

Successivamente, Sharon pianificò il ritiro dei coloni israeliani dalla Striscia di Gaza, ponendo le basi per un assedio high-tech di quella fascia occupata di territorio costiero. A differenza del passato, Sharon presentò i suoi piani al pubblico con tocchi di sottile retorica, calibrati con cura. Colpito da un nuovo movimento di rifiuto di massa – un gruppo di piloti dell’aviazione israeliana in congedo e in attività aveva pubblicato una lettera dichiarando il rifiuto di partecipare ad operazioni in territorio occupato – e dall’opposizione furiosa del movimento dei coloni al suo piano, Sharon insolitamente proclamò che l’occupazione era una ” brutta cosa per Israele”. Dopodichè abbandonò il Likud, per mettere assieme un assortimento casuale di politici tra cui la sua ex assistente, la telegienica e comunicatrice Tzipi Livni, per portare avanti il piano di separazione sotto la bandiera di Kadima.

Le manovre di Sharon gli valsero lo spazio politico di cui aveva bisogno per realizzare i suoi obiettivi. Haaretz, la voce del liberalismo israeliano, sostenne il vasto muro di separazione come un passaggio “rivoluzionario” verso due stati. Nell’approvare il ritiro dei coloni da Gaza, il comitato editoriale del New York Times dichiarò che Sharon “merita gli applausi”. A Tel Aviv, il gruppo anti-insediamento Peace Now e il Partito laburista  organizzarono una manifestazione di massa a sostegno del piano di disimpegno da Gaza. Ottenere il supporto dei liberali è stato l’ultimo colpo politico ad effetto di Sharon, e probabilmente il più consequenziale.

Il vero obiettivo del regime di separazione di Sharon non è mai stato la fine all’occupazione, ma il suo rafforzamento sotto nuovi parametri che impediscano il crollo di immagine internazionale di Israele. Un assistente di Sharon, Dov Weissglass , ha rivelato la vera logica dietro i suoi piani: ” Il disimpegno [da Gaza] è in realtà formaldeide. Fornisce la quantità di
formaldeide necessaria per non avere mai un processo politico con i palestinesi”. Un altro stretto consigliere, Arnon Sofer , è stato ancora più franco:
“… Quando 2,5 milioni di persone vivono in una Gaza chiusa,
si ottiene una catastrofe umanitaria. Quelle persone
diventeranno animali ancora peggiori di quanto non siano oggi,
con l’aiuto di un Islam fondamentalista folle. La pressione alla
frontiera sarà terribile. E sarà una guerra terribile . Quindi,
se vogliamo rimanere in vita, dovremo uccidere e uccidere e
uccidere. Tutto il giorno , ogni giorno.”

Otto anni dopo che Sharon è scivolato in un coma, le reali implicazioni della separazione sono evidenti. Gaza soffre sotto un assedio congiunto israelo-egiziano, mentre Israele si scrolla di dosso ogni responsabilità per i suoi abitanti. Anche se Israele controlla le entrate, le uscite, lo spazio aereo e le coste di Gaza, ed effettivamente regola l’apporto calorico di ogni residente del territorio costiero, l’occupazione è finita per quanto concerne il suo governo. Gli insediamenti israeliani sono saldamente radicati nella West Bank e circondano Gerusalemme Est, riducendo le aree palestinesi al “panino” di bantustan non contigui che Sharon aveva inizialmente immaginato . Con il processo di pace imbalsamato efficacemente in “formaldeide” politica, gli esponenti di destra hanno raggiunto un dominio inconstrastato sulle istituzioni basilari dello Stato ebraico. Tipico della nuova generazione di uomini di destra israeliani è il figlio di Sharon, incriminato per corruzione, Gilad, che ha definito la società palestinese un ” predatore “, un “animale ” e “un accoltellatore di bambini”.

Ora che la visione unilaterale di Sharon sembra essersi consolidata, il governo di Israele deve gestire una occupazione perenne che non ha alcuna intenzione di finire . Non ha una strategia chiara per raggiungere una legittimità internazionale e una fine del gioco. La sua linea diretta con Washington è diventata un sistema di supporto vitale per lo status quo. Come Sharon , che ha trascorso i suoi ultimi anni in uno stato comatoso senza alcuna speranza di riprendere conoscenza, Israele sta solo prendendo tempo.
(Traduzione di Giacomo Graziani)

Fonte: http://www.amiciziaitalo-palestinese.org/index.php?option=com_content&view=article&id=4616:come-ariel-sharon-ha-plasmato-il-destino-di-israele&catid=23&Itemid=43

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