© Tomohiro Ohsumi/Bloomberg

Qualcuno l’ha chiamata la via borsistica al comunismo.

Con la crescita che rallenta, da circa un anno il governo di Pechino sta spingendo la sua popolazione a investire sui listini di Pechino e di Shenzhen.

L’obiettivo è duplice: scalfire l’alto tasso di risparmio del Paese e riversarlo nell’economia reale per aumentare i consumi grazie alle plusvalenze in Borsa.

IN FUMO 1 TRILIONE DI DOLLARI. La stampa locale ha per mesi magnificato i guadagni facili, la banca centrale ha cancellato gli interessi sui depositi, gli istituti (abbandonato il mercato immobiliare) hanno sovvenzionato i loro correntisti per fare acquisti in leva.

Risultato? La Borsa di Shanghai prima è cresciuta del 150% in sei mesi, poi da un mese a questa parte ha bruciato circa un trilione di dollari di quanto guadagnato.

EMISSIONI SPAZZATURA. Ma a rendere la situazione peggiore è il fatto che a investire in Borsa o a dare garanzie alle banche locali sono stati anche le 31 province del Paese.

Standard & Poor’s da almeno un anno ripete che le emissioni di 15 di esse sono spazzatura, perché, «secondo i criteri della società americana di rating, presentano caratteristiche speculative».

SCARSA TRASPARENZA. Per poi aggiungere: «Tutti e tre i governi delle province del Nord-Est della Cina si trovano in questa situazione anche a causa di una trasparenza fiscale debole e della loro situazione di liquidità».

Stando ai dati ufficiali il debito complessivo delle amministrazioni locali è 17.900 miliardi di yuan (quasi 2.700 miliardi di euro).

Soltanto la provincia più ricca, quella del Guangdong, ha un passivo di mille miliardi di renminbi (oltre 150 miliardi di euro).

Fonte: http://www.msn.com/it-it/money/storie-principali/non-solo-la-grecia-gli-altri-stati-vicini-al-fallimento/ar-AAddWF6?ocid=LENDHP#page=2
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