di Michele Paris

La prima visita in Cina da Segretario alla Difesa americano di Chuck Hagel avrebbe dovuto servire, nelle intenzioni ufficiali, a migliorare le relazioni tra le forze armate delle prime due economie del pianeta. In realtà, la trasferta asiatica dell’ex senatore repubblicano ha finito per mostrare pubblicamente le crescenti tensioni tra Washington e Pechino, nonché i pericoli derivanti dal riassetto strategico dell’amministrazione Obama in Estremo Oriente.

Nella giornata di lunedì, in realtà, Hagel aveva potuto assistere a un concreto segnale di apertura da parte cinese, visto che era diventato il primo esponente di un governo straniero ad avere accesso all’unica portaerei di questo paese, la Liaoning. Il giorno successivo, tuttavia, gli animi tra USA e Cina si sono accesi nel corso di una tesissima conferenza stampa congiunta tra Hagel e la sua controparte, generale Chang Wanquan.

Uno scontro verbale è andato in scena attorno alle dispute territoriali tra la Cina e alcuni paesi vicini, a cominciare dal Giappone. Il generale Chang ha affermato che il suo paese rivendica una “sovranità indiscutibile” sulle isole Diaoyu (Senkaku in giapponese) nel Mar Cinese Orientale, nonostante esse siano controllate dal governo di Tokyo.

Il ministro della Difesa cinese, pur suggerendo che le sue forze armate sono pronte a difendere gli interessi del paese se messi in pericolo e ammonendo che sulla “sovranità territoriale” non ci saranno “compromessi, concessioni né trattati”, ha comunque escluso che Pechino possa intraprendere azioni militari nei confronti del Giappone.

Lo stesso Chang ha inoltre bollato il comportamento del vicino orientale come “provocatorio”, mentre ha confermato la linea cinese in merito alla risoluzione delle varie contese territoriali, da affrontare cioè attraverso negoziati bilaterali.

L’amministrazione Obama e i suoi alleati, al contrario, sostengono la necessità di giungere a una risoluzione delle dispute all’interno di un meccanismo multilaterale – in cui Washington dovrebbe giocare un ruolo di primo piano – o di organizzazioni sovranazionali come l’ASEAN (Associazione delle Nazioni del Sud-Est Asiatico).

Hagel, da parte sua, nel corso dell’incontro con i giornalisti a Pechino ha ribadito la posizione ufficiale degli USA, cioè che essi non intendono prendere le difese di nessuna delle parti in causa. L’assurdità di questa affermazione è emersa però subito dopo, quando Hagel ha ricordato come gli Stati Uniti abbiano stipulato trattati di mutua difesa con il Giappone e le Filippine che il suo governo intende onorare.

Mostrando un’evidente impazienza, il Segretario alla Difesa americano ha poi aggiunto che gli USA ritengono legittimi i confini attuali in Asia orientale e sostengono l’integrità territoriale dei loro alleati, confermando di fatto che su tale questione l’amministrazione Obama sarebbe pronta anche a entrare in guerra con la Cina.

Già nella visita di qualche giorno prima in Giappone, Hagel aveva d’altra parte assunto posizioni provocatorie, accostando ad esempio l’annessione della Crimea da parte della Russia alle rivendicazioni territoriali della Cina. Descrivendo involontariamente alcuni dei principi che caratterizzano la politica estera del suo paese, il capo del Pentagono aveva avvertito Pechino e Mosca che “non è possibile… ridefinire e violare la sovranità e l’integrità territoriale delle nazioni attraverso la forza, la coercizione o l’intimidazione, sia che si tratti di piccole isole nel Pacifico o di paesi più grandi in Europa”.

Sempre a Pechino, Hagel ha continuato la sua predica al collega cinese tornando sulla decisione presa dal suo governo lo scorso novembre di istituire una “zona di identificazione per la difesa aerea” nel Mar Cinese Orientale. L’iniziativa – volta a creare un’area situata al di fuori dello spazio aereo della Cina che consenta alle autorità di avere tempo a sufficienza per identificare possibili minacce e prendere le misure necessarie a prevenirle – è stata nuovamente condannata perché presa in maniera “unilaterale e senza consultazioni”, con il pericolo di provocare “pericolosi conflitti”.

Alla decisione di Pechino di creare una “zona di identificazione”, creata peraltro da tempo sia da Washington che da Tokyo al largo delle proprie coste, gli Stati Uniti avevano risposto facendo volare all’intero di essa dei B-52 dotati di armi nucleari senza alcuna notifica preventiva al governo cinese.

Il rischio dell’esplosione di un conflitto in Asia orientale in seguito alle rivalità riaccesesi in questi ultimi anni è in realtà la diretta conseguenza non tanto dell’espansionismo cinese, quanto della rinnovata aggressività degli Stati Uniti in questo continente. La strategia di accerchiamento della Cina messa in atto dagli Stati Uniti si è accompagnata inoltre all’incoraggiamento rivolto agli alleati a tenere un comportamento più provocatorio nei confronti di Pechino.

Ciò, a sua volta, ha determinato una corsa alla militarizzazione di paesi come Giappone e Filippine, facendo aumentare seriamente il pericolo di scontri armati per questioni, come quelle territoriali, ritenute fino a pochi anni fa relativamente secondarie.

Un’altra questione delicata emersa nel corso della visita in Cina di Hagel è stata quella dello spionaggio industriale e della guerra tecnologica. Gli Stati Uniti hanno infatti chiesto ai cinesi di mostrare maggiore trasparenza circa le proprie capacità in questo ambito, presumibilmente in risposta ad un’inziativa americana recentemente svelata dal New York Times.

Washington, cioè, qualche mese fa avrebbe consegnato a Pechino un rapporto che descrive i principi a cui si ispirerebbe il Pentagono per combattere i “cyber attacchi” di paesi e organizzazioni rivali. Hagel ha così sollecitato il generale Chang su questo punto, il quale però si è limitato ad affermare che “le attività delle forze armate cinesi nel cyberspazio… non rappresentano una minaccia per nessuno”.

Media e commentatori d’oltreoceano continuano comunque a dare ampio spazio alle critiche rivolte dall’amministrazione Obama alla Cina, perché ritenuta responsabile di numerosi attacchi informatici, spesso per ottenere informazioni sensibili dalle compagnie private americane.

Il governo degli Stati Uniti, tuttavia, appare ormai screditato anche su questo fronte, dopo che i documenti riservati diffusi nei mesi scorsi grazie a Edward Snowden hanno rivelato come le operazioni di spionaggio e intercettazione dell’Agenzia per la Sicurezza Nazionale americana (NSA) risultino virtualmente illimitate e prendano di mira specialmente la Cina.

In riferimento allo spionaggio industriale, poi, proprio lo scorso mese di marzo il New York Times aveva descritto nel dettaglio le attività di hackeraggio da parte dell’intelligence statunitense ai danni del colosso cinese delle telecomunicazioni, Huawei.

La visita di Hagel in Cina si è chiusa con un intervento all’Università Nazionale per la Difesa, dove l’ostilità nei confronti degli Stati Uniti è apparsa ancora una volta evidente. Il Segretario alla Difesa ha affrontato le domande di alcuni ufficiali cinesi, spesso legate alle manovre provocatorie di Washington nel continente asiatico.

Il numero uno del Pentagono, senza troppo successo, ha provato a rassicurare la platea sulle intenzioni benevole dietro alla svolta strategica del suo paese in Asia, messa in atto invece proprio allo scopo di contrastare la crescente influenza della Cina in un’area del globo cruciale per gli interessi di una superpotenza che ha imboccato da tempo la via del declino.

 

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