Nathan il solitario
Si può ampiamente assimilare la recente discussione sull’integrazione ad una nuova controversia religiosa. Per formulare un giudizio in proposito conviene tuttavia ritornare alla sua fonte storica, ovvero al comportamento iniziale della società moderna, capitalista, nei confronti della religione.
La modernità occidentale ha intrapreso quasi simultaneamente, verso la fine del diciottesimo secolo, due cammini radicalmente diversi. Sia negli Stati Uniti d’America che in Francia, ma in maniera quasi opposta, si sono prese le distanze da una religione che era stata messa integralmente al servizio del dispotismo monarchico, allorquando il papa e il re univano le loro forze per opprimere materialmente e mentalmente le popolazioni.
La rivoluzione francese non aveva scelta: il clero non aveva mai cessato di combattere i suoi precursori, si era rivelato e aveva confermato d’essere un nemico giurato dei Lumi, e quando era giunta l’ora del corpo a corpo decisivo aveva adottato senza esitazione il partito dell’Ancien Régime, che intendeva difendere a qualsiasi costo. Le atrocità talvolta sanguinarie commesse dalla popolazione arrabbiata contro suore, monaci e preti non erano altro che atti di una vendetta giustificata contro chi aveva partecipato all’oppressione del popolo e l’aveva sempre sostenuta, condividendo così molto chiaramente la responsabilità del vecchio ordine dominante. Dopo i numerosi episodi di una resistibile trasformazione, la Repubblica francese attribuì alla religione lo status sociale di ambito personale e meramente privato. La società borghese proliferava sulla finzione dell’individuo «libero», che decide da solo quello che consuma, quando e dove lavora, ciò che ama, per chi vota e per chi prega. Si tratta senza dubbio di una finzione del tutto illusoria, che tuttavia non è mai stata rigettata come menzogna palese perché fa parte del fondo ideologico indispensabile alla società capitalista borghese. In questo contesto la religione appariva quindi come una semplice opinione privata. Una tale finzione era divenuta effettivamente possibile perché il cattolicesimo, al momento della rivoluzione francese, era solo una religione vecchia, affaticata e indebolita, che doveva accettare ciò che le veniva concesso: è sempre meglio accontentarsi della condizione di semplice opinione piuttosto che mantenere esigenze impossibili da soddisfare e vedersi cacciati dal proprio territorio. Il laicismo, divenuto dominante in Francia, accettava e tollerava ormai la religione, ma solo come culto rigorosamente privato cui era proibito intervenire nella vita pubblica (ovviamente qui descriviamo una forma ideale che non ha potuto realizzarsi che in maniera difficile, conflittuale e imperfetta).
Contemporaneamente la situazione era del tutto differente nei giovani Stati Uniti d’America del Nord. Così come la rivoluzione inglese era stata condotta un secolo prima da religiosi (ad esempio dal puritano Oliver Cromwell), l’America del Nord si popolò successivamente di sette in fuga dall’Europa, tutte uscite dalla Riforma protestante e desiderose di differenziarsi fra loro attraverso ridicole particolarità. La repubblica americana nacque sotto forma di repubblica religiosa, di repubblica della religione (o delle religioni). Un luogo comune ricorrente in queste sette consisteva nella necessità di sopprimere il re per poter avvicinarsi ad una comunità della «fede autentica». Il rifiuto luterano del papato doveva essere completato dal rifiuto puritano della monarchia. Mentre agli occhi di un rivoluzionario francese la Chiesa restava solidale e indissociabile dal re, il rivoluzionario americano la considerava al contrario come alternativa alla monarchia. L’ulteriore storia degli USA non ha mancato di concepire la tolleranza religiosa come un sistema in cui ogni Chiesa deve accettare tutte le altre. Ancora ai giorni nostri, l’ateismo è un corpo estraneo negli Stati Uniti, tanto quanto lo è in una dittatura islamica. Si può scegliere la propria fede, ma bisogna averne una. Ciò detto, l’Europa non ha le carte in regola per beffarsi della repubblica americana giacché, sulla scala dell’evoluzione americana, certi paesi europei sono rimasti impantanati a metà strada, permettendo a fantasmi sotto flebo come il puritanesimo e la monarchia di coesistere pacificamente, morti viventi facenti parte delle comparse previste dallo scenario dell’orrore capitalista.
Nei suoi rapporti con la religione l’Europa si collega ai due modelli storici, sia quello francese che quello americano (anche se ai giorni nostri il secondo tende a prevalere). L’influenza del modello francese persiste in quanto l’Europa crede sempre in una religione individuale, trascurando il fatto essenziale che si tratta di qualcosa del tutto impossibile: ogni religione è fondamentalmente una pratica collettiva, creatrice di comunità (l’etimologia lo proclama subito poiché religare significa «rilegare») e quindi di identità. Aspettarsi che la religione si astenga dall’agire in termini di comunità, di collettività e d’identità, e che si limiti a un frammento della sfera di un consumo solipsista è un’assurdità ed implicherebbe, per chi la prendesse sul serio, la soppressione della religione in maniera radicale: e così gli adepti di questo approccio giocano con tale prospettiva, che per altro rifiutano assolutamente. Essi vogliono preservare la religione, ma senza la sua essenza di fondo, giusto come fantomatica sopravvivenza. In modo molto più realista, gli Americani parlano di religious communities, con l’intento di estendere queste comunità allo spazio sociale nel suo insieme e senza consentire all’erba cattiva dell’ateismo di spuntare fra i ciottoli di un simile mosaico: se non è certo questione di una religione di Stato obbligatoria, si tratta comunque di una religiosità di Stato pressoché obbligatoria. L’Europa diventa «americana» nel senso che, mentre è diventata essa stessa incapace di ogni comunità, intende accettare e rispettare le comunità straniere di natura religiosa. La coscienza comune persiste nell’ignorare che il concetto di una comunità (si tratti di una forma comunitaria arcaica, basata su strutture patriarcali, o di una forma orientata verso l’avvenire, fondata su una pratica autentica della politica) deve restare incompatibile con una società liberale e atomizzata che non conosce altro che capitale e merce. L’America è riuscita a compiere in pratica un tale esercizio di equilibrismo, ma solo sulla base delle proprie tendenze religiose originarie, producendo così una struttura sociale composta solo da lobbie e in cui «l’interesse generale» non ha più diritto di cittadinanza, nemmeno come vuoto slogan. Per contro, un’Europa sprovvista di comunità si trova di fronte a comunità esclusivamente straniere, che arrivano a popolare il suo deserto.
A partire da questa confusione ideologica nasce la debolezza (intellettuale e politica) che conduce il nostro continente al problema di una mancata integrazione degli immigrati musulmani. L’inaspettata asperità di questa problematica, che nessuno si sarebbe posto anche solo trent’anni fa, è legata al fatto che l’Islam non è una religione vecchia e fragile come il cattolicesimo, ma una religione che vuole consapevolmente produrre comunità e identità (sebbene altrove l’Islam si decomponga in tendenze rivali che si fanno una guerra ininterrotta). Per cui l’Islam non è una religione fittizia (nel senso di una semplice opinione soggettiva e ideologica), essendo piuttosto l’antica e reale esigenza di fondare un modo di vita concreto, imperativo per la collettività, e di conseguenza non esiste alcun ambito della vita quotidiana che non cerchi di regolare. Legata a ciò è anche l’affermazione che esso sia il solo a detenere la verità, e che in quanto portatore di una verità universale non debba dare prova di «tolleranza» nei confronti di altri modi di vivere: per un credente autentico e rigoroso, la tolleranza non può essere che il sentimento della propria debolezza, un’ammissione dei propri errori. È così che si comporta l’Islam e non si capisce come potrebbe essere diversamente. A partire dalla sua fondazione non ha cessato di essere un movimento conquistatore, imperialista, così come lo furono i suoi predecessori monoteisti all’epoca della loro gioventù impetuosa.
Una società che non vuole essere dominata dall’Islam non può e non deve quindi tollerarlo. Tuttavia non può permettersi di non tollerarlo, a meno di non procedere allo stesso modo con tutte le altre religioni ? il che è esattamente ciò che non è mai stata capace di fare. Le sue mancanze vecchie di due secoli l’hanno sorpresa in maniera inattesa, ma il brutale risveglio deriva dal confronto con una civiltà che le è estranea, che è stata importata e che si è voluto considerare flemmaticamente come se fosse inevitabilmente analoga alla nostra fantomatica religiosità. L’Europa aveva iniziato a fatica a digerire la propria religione, o piuttosto quel che ne restava, ed ora deve ingurgitare una religione che le è estranea, e perfettamente avversa. Povero vecchio mondo, la sua coscienza vede il proprio sonno interrotto e deve scoprire un pericolo inaspettato, per quanto provocato da se stesso. […]
[2012]
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