from CONFLITTI E STRATEGIE by giellegi

 

 

Prima puntata

 

Siamo in mano a mentitori e forse inetti. Personalmente sono sfinito dalla lettura della stampa e delle agenzie in internet. La TV me la risparmio già da qualche tempo, per problemi “tecnici” che non ho alcuna fretta di risolvere, dato che riesco a vedere comunque i film che mi interessano in dvd.

Tutti a seguire i tonfi delle Borse. Nessuno nega che sia una situazione di emergenza. Non c’è una mente diabolica che agisce per mettere fuori gioco solo il nostro governo. La sarabanda sta riguardando tutti, pur se con speciale riguardo al nostro paese, ma soprattutto perché è un “ventre molle”. In ogni caso torneremo in altro scritto sul problema in questione. Qui mi interessa rilevare come solo saltuariamente qualcuno ricordi che questa crisi durerà a lungo e non sarà puramente finanziaria. Certuni azzardano dieci anni (a partire da quando è iniziata nel 2008). Io azzardo un periodo perfino più lungo, non facendo riferimento a improvvisi, e credo non troppo probabili, sprofondamenti tipo 1929; nemmeno do però probabilità di sorta a boom eclatanti.

Abbiamo a che fare con una crisi non del tutto dissimile (l’ho già detto, ma si dovrà ripeterlo chissà quante volte) da quella di fine secolo XIX (durata quasi venticinque anni, e poi un po’ più tardi arrivò quella grave del 1907, di fatto mai completamente superata fino alla prima guerra mondiale); periodo di declino inglese, di avanzata di Usa, Germania e Giappone, di seconda rivoluzione industriale, ecc. Azzardo pure che essa non finirà se non vi sarà qualche regolamento di conti atto a stabilire una nuova almeno relativa supremazia di “qualcuno”, in grado di creare un minimo di organizzazione complessiva pur nel mantenimento del conflitto, ma a livelli politicamente (e internazionalmente) meno aspri. Un regolamento da non pensare subito come ripetizione delle guerre novecentesche, ma nemmeno con spirito da fantapolitica (e fantascienza insieme) affascinata dai nuovi mezzi di comunicazione e informazione; la “materialità grezza” dello scontro sarà quasi sicuramente presente, con modalità adesso impensabili.

C’è chi sostiene, con terrore o con nuovi slanci di fervore utopico, che il capitalismo è ormai alla fine, chi invece elargisce “ponderati consigli” per una sua riforma, soprattutto “etica”. Abbiamo già visto all’opera simili personaggi – e con un’evidente e chiara superiorità intellettuale e politica – a cavallo tra XIX e XX secolo, ma le chiacchiere sono state spazzate via dalla grande tragedia del ’14-’18. Lungi da me l’augurarmela; tuttavia, quando si persiste nelle futilità, senza guardare al di là del proprio naso, le tragedie sono inevitabili per ridare una “drizzata” alla storia e ai cervelli. Inutile voler impartire consigli ai centri capitalistici e sparare previsioni fasulle improntate al meschino economicismo; demerito minimo di alcuni “marxisti” (che di Marx hanno fatto strame), ottimamente imitati, e con grande risalto sui media, dai liberisti e statalisti in quanto ideologi dei dominanti. Non a caso, i più ascoltati fra questi ideologi sono quelli che, da giovanetti e per farsi le ossa con un po’ di spirito “critico”, flirtano con un marxismo da operetta; poi diventano tecnici dell’establishment, ma sempre etici e pieni di buoni consigli, per fortuna non seguiti dai veri centri strategici in conflitto, altrimenti andremmo a fondo definitivamente in un’autentica tragedia ultima.

I tecnici hanno senza dubbio delle competenze per soluzioni temporanee di dati problemi specifici. Penso sia utile servirsene in momenti particolari. Non si devono però ascoltare quando vogliono lanciarsi “in grande”, come fossero “scienziati adulti”; ancora più dannoso è dar retta a chi crede di riformare tutto il mondo d’emblée. Si ha in ogni caso a che fare con bambini; capaci perciò di esercitarsi in certi giochi infantili, anch’essi parte della vita sociale complessiva. Un adulto aperto e indulgente non zittisce bruscamente i bambini, li segue e accetta questi loro giochi, a volte aridi, a volte invece divertenti nella loro fantasia. Quando però poi l’adulto esce di casa e va al lavoro, quello serio e impegnativo per la vita (e per mantenere i bambini), lascia perdere le fantasie e affronta la realtà, sapendo che si vince o si perde, si prevale o si soccombe, si sbarra la strada agli altri o ci si tira di lato facendoli passare avanti, ecc. E tutto questo ha poco a che vedere con le ricette dei tecnici, esige ben altra consapevolezza dei sommovimenti di fondo, dei rapporti di forza (interni e internazionali), senza più fingere misure di cooperazione universale, bensì aderendo allo spirito del fare per sé.

Il capitalismo è una società basata sul conflitto come le precedenti. E’ però riuscito a portare quest’ultimo dentro la sfera economica, conquistando così una notevole flessibilità e capacità espansiva in termini di sviluppo delle forze produttive (oggettive, dei mezzi, e soggettive, delle capacità lavorative umane). Ha finora sbaragliato ogni tipo di diversa società con cui si è confrontato. Il conflitto però non crea equilibri; forse questi esistevano nelle società antiche o in quelle feudali o in altre società “più lontane” da noi? Manco per sogno, tutta la storia è punteggiata da squilibri, dissesti sociali, gravi tragedie epocali, ecc. Al contrario di quanto agognato dai riformatori o rivoluzionari da cabaret, il capitalismo ha attraversato le sempre rinnovate traversie – solo più vivide e appariscenti perché le forze produttive sono appunto cresciute enormemente e perché non c’è onda, ovunque si sollevi, che non si propaghi in ogni dove – dando prova di saper rinascere di volta in volta dalle ceneri; esso ha inoltre conosciuto un’accelerazione del ritmo di crescita e di allargamento tendenziali (“secolari”) in riferimento alla disponibilità di beni prodotti per una società mondiale, che è un ennuplo di quella esistente fino alla sua “entrata in scena”.

Appena si dice questo, i critici sbavano, si danno alle convulsioni e accusano di tradimento. Sono degli inetti, hanno fallito in ogni dove i loro propositi di rivoluzionamento (lasciamo perdere i ridicoli e ignobili ipocriti, che propagandano una banale riforma etica), hanno solo provocato lo sputtanamento totale di ogni progetto radicalmente alternativo, anzi trasformativo. Innanzitutto, se si vuol fare opera utile anche per la critica, si riconosca la forza di un certo tipo di società, gli ambiti specifici di questa forza; la si smetta di prendere gli squilibri incessanti, e spesso drammatici, legati al conflitto come la fine del mondo capitalistico. Di squilibrio e conflitto acerrimo hanno sempre vissuto le società umane, nel loro avanzamento e trasformazione. Solo che nelle società precapitalistiche, a basso sviluppo, il conflitto appariva a tutto tondo negli ambiti a loro meglio confacenti: soprattutto quelli politico-militari. Nel capitalismo, ad alto sviluppo, il davanti della scena è occupato dalla sfera economica (ecco perché le crisi hanno particolare evidenza in essa), pur se poi il luogo “d’ultima istanza”, il “campo” del regolamento dei conti, resta quello delle altre società; solo con rapidi mutamenti nei mezzi e strumentazione utilizzati in quest’ultimo.

Basta, quindi, sfinirci con le crisi economiche, finanziarie, le altalene di Borsa, le società di rating (e i loro demenziali e sempre sbagliati giudizi, mai spernacchiati come si dovrebbe fare), i default, i ciarlatani delle Banche centrali (e non), semplici scherani dei centri strategici predominanti. Basta con i giornalisti opportunisti, con gli ideologi e i tecnici, insomma con tutto il ciarpame creato da questa società putrefatta (ma non giunta alla fine), sempre all’opera per mantenere il predominio dei peggiori, dei più parassiti. Solo il conflitto aperto, l’“uccisione del nemico”, consentirà in definitiva l’uscita non verso la “società degli eguali”, dell’“armonia universale”; più semplicemente verso nuovi lidi in cui almeno si sviluppi l’intelligenza e fioriscano di nuovo quelle qualità dell’essere umano che ne hanno fatto un essere umano, con tutti i difetti che sempre sono all’opera, ma anche con i pregi che non si vedono invece più. Tutto lì, molto semplicemente e “umanamente”, accettando qualche sogno fantastico da bambini accompagnato però, e con maggiore pregnanza, dal realismo degli adulti.

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