John Kennedy fu assassinato esattamente mezzo secolo fa. In questi 50 anni la politica internazionale statunitense ha compiuto molto più di una inversione a “u”: si è infatti, anzi, allineata e omologata nel suo esatto contrario.
A prescindere dalla ferale avventura vietnamita e dalla sonora sconfitta della superpotenza contro un popolo che reclamava il diritto alla sua sovranità nazionale, l’era Kennedy fu scandita anche e soprattutto da due precisi programmi politici: 1) quello per una limitazione dello strapotere della finanza monetarista, e, 2) quello di una decisa presa di distanza dall’alleanza bellica con Israele.
Poco prima dell’attentato di Dallas, difatti, il presidente degli Stati Uniti aveva dato fuoco alle polveri di una invisa controffensiva verso la potentissima Federal reserve (istituzione privata e soggetta agli interessi delle banche d’affari internazionali, come la gran parte delle cosiddette “banche centrali” occidentali), autorizzando il Tesoro Usa a “battere moneta” (certificati monetari) alternativa.
E nel maggio del ‘63, sei mesi prima del suo assassinio, era scattato, da parte del Senato e dell’Amministrazione Kennedy, uno stato di accusa contro le manovre della lobby israeliana (American Zionist Council – ora Aipac – e Jewish Agency for Israel) tendenti a influenzare il governo Usa in favore di Tel Aviv.
In particolare, forte di un “rapporto Fullbright” che aveva messo a nudo le manovre israeliane per armare i fondamentalisti islamici di allora (i Fratelli musulmani) in funzione anti-Nasser e dei rifiutati diretti apprrocci di aiuto finanziario israeliano alla sua campagna elettorale per la presidenza “in cambio di mani libere di Israele in?medio Oriente”, il governo Kennedy aveva bloccato di fatto la campagna di blandizie e strumentalizzazioni ordita da quelle lobbies.
Mal gliene incolse. Sferrando un doppio attacco alla finanza monetarista e al braccio armato sionista in Oriente, John Fitzgerald Kennedy diventò subito il “nemico da abbattere” per tutti e due i potenti centri di pressione degli Stati Uniti d’America.
E fu abbattuto. E non è dato, né sarà mai dato sapere, chi ha armato i (vari) assassini.
Con la scomparsa di Kennedy, ambedue le “politiche” extra-americane – la monetarista finanziaria e quella sionista – presero il totale controllo delle Amministrazioni Usa. Di qui, con Nixon, la fine dei cambi fissi con il dollaro, di qui l’avvento di una sempre più stretta alleanza passiva con Israele. Non a caso, il 3 ottobre del 2001, l’allora premier israeliano Sharon, lo stesso che un ventennio prima diede fuoco alla pulizia etnica dei palestinesi dal Libano e all’assedio e occupazione di Beirut, potè affermare “Noi, il popolo ebraico (sionista), controlliamo l’America e gli americani lo sanno”…
Non è quindi affatto un caso che le strategie israeliane abbiano fortemente condizionato negli anni più recenti la guerra d’aggressione all’Iraq, alla Libia, oggi alla Siria (con l’Iran, come ultimo obiettivo finale).
Con la fine di Kennedy – ultima chiosa – finirono anche i veti degli Usa alle politiche, avviate da Ben Gurion (premier e ministro della Difesa) volte a dotare di bombe nucleari illegali lo Stato sionista. E l’impianto nucleare di Dimona è ancora lì a sfornarle… nel “naturale” completo silenzio dell’Aiea, dell’Onu e di un Occidente manovrato da Tel Aviv e quindi sempre pronto a difenderne le “buone ragioni” aggressive, magari attivando esso stesso le sue “sanzioni” e le sue “guerre umanitarie” contro governi arabi o mediorientali invisi a Israele…
Ogni riferimento alle politiche di genuflessione del precedente governo Monti-Terzi e dell’attuale, Letta-Bonino, è qui ampiamente voluto.
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