Nel 2001 i delegati di Tel Aviv abbandonarono la conferenza dopo le accuse contro la politica coloniale israeliana

 

 

 

 

 

 

 

 

 

di: Matteo Bernabei
m.bernabei@rinascita.eu

 

Stati Uniti, Canada, Italia, Paesi Bassi e Repubblica Ceca, oltre ovviamente ad Israele non parteciperanno alla terza conferenza Onu sul razzismo e la discriminazione che si terrà a New York il 22 settembre prossimo nell’ambito di quello che è stato rinominato “progetto Durban”, in riferimento al luogo di svolgimento della prima assemblea tenutasi nel 2001.
A impedire a questi Paesi, tre dei quali membri del G8, di partecipare ad un’incontro internazionale su di un argomento come quello della lotta al razzismo del quale i politici si riempiono la bocca ogni giorno, non sono improrogabili impegni di lavoro dei rispettivi capi di governo ma l’obiettivo dichiarato di evitare che vengano mosse qualunque tipo di critiche a Tel Aviv e al suo esecutivo.
“Da tempo l’esercizio noto in ambito Onu come processo di Durban suscita le nostre riserve perché è stato negli anni oggetto di strumentalizzazioni politiche per trasformarlo in una tribuna d’accusa contro Israele”, ha affermato il ministro degli Esteri italiano Franco Frattini, spiegando che per questo l’Italia non prese parte alla Conferenza 2009 e che per lo stesso motivo insieme a diversi altri Paesi occidentali e dell’Ue, ha votato contro la convocazione dell’evento di settembre.
Il numero uno della Farnesina, tuttavia, al di là dell’usare giri di parole enfatici per giustificare un’assenza inaccettabile del governo di Roma alla conferenza, come “tribuna d’accusa contro Israele”, si è guardato bene dal ricordare quali furono gli eventi che nel 2001 prima e nel 2009 poi portarono l’esecutivo di Tel Aviv a chiedere l’aiuto degli alleati per boicottare l’evento.
Durante il primo incontro in Sudafrica a scatenare le ire della rappresentanza israeliana furono le accuse contenute nella dichiarazione finale del summit, che imputavano al governo di Tel Aviv di applicare politiche di apartheid. “L’occupazione straniera fondata sulle colonie di popolamento con le sue leggi discriminatorie finalizzate al mantenimento di questo dominio sui territori occupati attraverso un blocco militare totale sono in contraddizione con i principi della Carta Onu e costituiscono una nuova forma di apartheid, un crimine contro l’umanità, una violazione grave del diritto internazionale umanitario, oltre che una minaccia per la pace e la sicurezza internazionale”, recitava uno dei punti contestati dall’allora ministro degli Esteri israeliano Shimon Peres, che abbandonò la conferenza. Come si può notare facilmente, dieci anni dopo il problema non è stato ancora risolto e la terra palestinese continua a essere divorata dalle ruspe di Tel Aviv e tutto grazie al sostegno incondizionato che Ue e Usa hanno fornito all’alleato con la stella di Davide che applica nei confronti dei cittadini arabi leggi diverse da quelle imposte alla popolazione ebraica. Come tutto questo non sia da considerarsi una forma di apartheid è un mistero. Nel 2009 poi l’azione di boicottaggio messa in atto dall’Italia, dagli Usa e dagli altri governi alleati di Israele fu ancora più ignobile poiché messa in atto per evitare condanne formali al governo di Tel Aviv dopo la strage di civili (oltre 800) compiuta a Gaza dal suo esercito solo 4 mesi prima, durante l’operazione “Piombo Fuso”. Di fronte a tutto questo non si può non constatare come il boicottaggio del progetto Durban sia in realtà una forma di censura internazionale, volta a tutelare la politica coloniale israeliana. Un atto che mina fin dalle fondamenta la credibilità delle Nazioni Unite, organismo che si dimostrata ogni giorno di più un giocattolo nelle mani degli Stati Uniti.
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