4 luglio. UN BUFFONE SOTTO LA TORRE.

Non avevamo dubbi, ma da oggi è ufficiale: i buffoni al governo non vengono solo da Arcore e dintorni. Enrico Letta, da Pisa, in effetti non scherza. E per certi aspetti è pure peggio del buffone nazionale. Quello conosciuto nel mondo, che comunque del Letta nipote è alleato imprescindibile nel più buffonesco governo della repubblica.

Sarà che l’ex vice del fenomeno piacentino ha trascorso parte della sua infanzia a Strasburgo, dove poi è tornato da parlamentare europeo; sarà che la continua frequentazione degli austeri palazzi di Bruxelles poco si addice a certe uscite. Sta di fatto che non c’è una trovata che gli riesca bene.

Di certo non gli è riuscita bene quella di oggi, quando ha scritto su Twitter:

«Ce l’abbiamo fatta! Commissione Ue annuncia ora ok a più flessibilità per i prossimi bilanci per i Paesi come Italia con conti in ordine. Serietà paga».

Su Twitter, come un ragazzino che annuncia di aver fatto gol in una partita di calcetto. Con una differenza sostanziale, che il gol l’ha visto solo lui, mentre gli arbitri della Commissione Europea si sono affrettati ad annullarlo.

Divertente il comportamento delle pagine online dei principali quotidiani italiani, che in un primo momento hanno messo l’esultanza del capo del governo in testa alle loro home, per poi farla silenziosamente (e rapidamente) scendere verso il basso. Il fatto è che il trionfalismo lettiano sul presunto allentamento dei vincoli europei era ed è letteralmente insostenibile, dato che si basa su una classica «non notizia», come hanno del resto chiarito le dichiarazioni provenienti dall’UE.

Il commissario Olli Rehn, che nell’occasione non si è neppure degnato di esporsi in prima persona, facendo parlare al suo posto il proprio portavoce Simon O’Connor, ha fatto sapere quel che già sapevamo. E cioè che: «in nessuna circostanza sarà permesso agli stati membri di sforare il limite del 3% del rapporto deficit-Pil», mentre sarà consentito – come già noto da tempo – di «deviare temporaneamente», e solo a certe condizioni ancora da definire in dettaglio, l’obiettivo del pareggio di bilancio strutturale.

E dove sarebbe la novità? Anche se, con un servilismo senza limiti, il parlamento italiano ha inserito nella Costituzione il vincolo del pareggio di bilancio, è ben noto come tale vincolo sia destinato a restare al momento lettera morta. Questo non certo per insubordinazione verso l’Europa – ci mancherebbe! – quanto piuttosto per l’impossibilità materiale di raggiungere questo obiettivo nell’attuale congiuntura.

Ci si è così inventati il pareggio di bilancio strutturale, concetto assai elastico che sta a significare che il pareggio non è stato conseguito, ma che sarebbe stato raggiunto se solo non vi fosse stata la crisi. Che è un po’ come dire che si è bagnati fradici, ma solo perché la pioggia è stata battente e noi eravamo privi di ombrello, mentre se non fosse piovuto avremmo conseguito l’obiettivo di restare asciutti…

D’altronde, chi non ricorda che il 2013 doveva essere l’anno del pareggio di bilancio? Adesso (vedi il DEF licenziato ad aprile dal governo Monti) ci si accontenta di un obiettivo del -2,9% sul Pil, che tradotto in volgare ammonta a circa 45 miliardi di euro. Alla faccia del pareggio, che però si dice sia stato «sostanzialmente raggiunto»… in termini strutturali!

Quali calcoli vengano effettuati dai sacerdoti del MEF (Ministero dell’Economia e delle Finanze) in combutta con i loro compari di Bruxelles non è noto. Evidente è invece l’artificiosità di questo castello di carte. Ed artificio per artificio si è arrivati alla (non) notizia di ieri. Non notizia perché già nota, ma anche perché del tutto inadeguata ad imprimere la ben che minima svolta in una situazione economica disastrosa come l’attuale.

L’artificio consisterebbe nel non computare (ai fini dei vincoli europei) una cifra pari a circa l’0,5% del Pil (7-8 miliardi) da destinare ad «investimenti pubblici produttivi». Una formula con tre vincoli, due certi, il terzo da chiarire.

Il primo vincolo, come abbiamo già visto, è quello della temporaneità. Lo scostamento sarà ammesso solo ed esclusivamente per il 2014. Il secondo vincolo è quello del tetto del 3%. L’indicazione di un margine di circa lo 0,5% nasce infatti da una previsione al 2014 di un rapporto deficit/Pil al 2,3%. Dunque l’aggiunta di uno 0,5% consentirebbe comunque di restare sotto il dogma del 3%. Ma cosa succederebbe se – come pensiamo – quella previsione si rivelasse troppo ottimistica? Semplice, non se ne farebbe nulla, come già spiegato da Olli Rehn.

Ma c’è un terzo vincolo, più sibillino. Come si individueranno gli «investimenti pubblici produttivi»? Una domanda che, con il solito senso pratico, si è posto immediatamente il Sole 24 ore. Leggiamo:

«Come si agirà in concreto? Operando sulla quota nazionale dei fondi strutturali europei, destinata ad investimenti produttivi. Operazione per la verità tutt’altro che semplice, poiché in sede europea non è stata ancora raggiunta un’intesa su cosa si debba espressamente intendere per investimento pubblico produttivo. Ma ora la partita può cominciare, anche se siamo solo al fischio d’inizio».

A questo punto dovrebbe esser chiaro come l’esultanza di Letta sia cialtronesca almeno quanto la negazione della crisi del suo alleato di Arcore quando, tra un festino e l’altro, faceva anche il premier.

Tutto ciò non stupisce. Questo è un governo che ha deciso il rinvio sull’IMU, quanto sull’IVA, in attesa di trovare le risorse. E’ un governo che si è vantato di poter utilizzare, dopo il recente vertice europeo, la miseria di un miliardo e mezzo di fondi comunitari (che l’Italia finanzia peraltro in quota parte) per «combattere» una disoccupazione giovanile gigantesca.

Siamo di fronte all’uso dell’aspirina per combattere il cancro. Basta raffrontare la modestia di queste cifre ai costi del debito pubblico, ed a quelli del Fiscal compact, per rendersene conto. Solo di interessi il debito pubblico costerà quest’anno 85 miliardi come minimo. Mentre il Fiscal compact, che entrerà in vigore nel 2014, comporterà un drenaggio di risorse pari a 55 miliardi annui per 20 anni.

Ecco, cosa si fa di fronte a queste cifre spaventose, che annunciano nuovi e più pesanti sacrifici per la povera gente? Si fa della propaganda, peraltro debole, facilmente smontabile, palesemente buffonesca. Forse si potrebbe dire che anche in questo caso il governo del niente ha prodotto il nulla. Ma sarebbe troppo generoso, perché questi buffoni sono anche delinquenti al servizio di oligarchie pronte ad affamare interi paesi pur di non mollare la preda. Più precisamente, sono anzi essi stessi parte del blocco oligarchico responsabile della macelleria sociale in corso.

Criminali dunque. Nemici, non semplici avversari. Ma anche un po’ buffoneschi nella loro pretesa, questa sì ridicola, di essere creduti come gli ennesimi «Salvatori della patria». Un’illusione già coltivata dal predecessore Monti – abbiamo visto con quali risultati – ed oggi rilanciata dal successore Letta. Ma una buffonata è una buffonata, anche se diffusa via Twitter. E questo chiunque è in grado di capirlo abbastanza alla svelta.

Di Emmezeta

Fonte: http://sollevazione.blogspot.co.uk/2013/07/ce-labbiamo-fatta-ma-de-che-di-emmezeta.html

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