Con i rendimenti dei T-Bond americani ai minimi, negli Stati Uniti tornano di moda i prodotti strutturati sui mutui subprime. A contribuire al boom sono gli alti rendimenti e le «triple A»

Errare è umano, perseverare è diabolico. È il caso dei prodotti strutturati sui mutui subprime. La tipologia d’investimento che è stata alla base della débâcle finanziaria del 2007-08 sta tornando di moda negli Stati Uniti. Ad aver paradossalmente contribuito al ritorno in auge dei subprime è, manco a dirlo, la crisi dei debiti sovrani. Gli hedge fund e i principali istituti bancari americani, alla perenne ricerca di prodotti ad alto rendimento, stanno snobbando il più classico degli investimenti «safe haven» – i t-bond statunitensi – e accumulando nei propri portafogli milioni di obbligazioni strutturate sui mutui. In particolar modo sono quelle sui subprime a riscuotere sempre maggiori consensi. Puntare su questa tipologia di prodotti, infatti, conviene. E non poco. Basti pensare che i bond decennali statunitensi oggi pagano il 2% mentre i prodotti strutturati sui mutui subprime garantiscono rendimenti tra il 7 e il 9%, una performance persino superiore rispetto ai migliori prodotti delle linee fixed income (6%).

LE AGENZIE DI RATING ARIETE NELLA RISCOPERTA DELLE CARTOLARIZZAZIONI SUBPRIME – Sono le agenzie di rating ad aver ricoperto un ruolo determinante nella rinascita delle cartolarizzazioni subprime. La più attiva su questo fronte è l’americana Standard & Poor’s. Nel corso del 2011 l’agenzia di rating del gruppo McGraw-Hill ha, infatti, assegnato a quasi 14 mila subprime – per un controvalore prossimo ai 40 miliardi di dollari – una «tripla A». Ciò farebbe presupporre che il sottostante non sia più costituito da quegli asset tossici che cinque anni fa gettarono nel panico i mercati finanziari. Un’analisi più approfondita rivela che poco o nulla, in realtà, è cambiato rispetto al 2007. Questi investimenti rimangono, infatti, potenzialmente tossici. La già citata S&P, per esempio, un anno fa ha assegnato una «tripla A» al 60% dei mutui strutturati di Springleaf Mortgage Loan Trust, il cui sottostante è in gran parte costituito da finanziamenti erogati a favore di clienti contraddistinti da un profilo creditizio medio-basso. E nonostante nel corso degli ultimi mesi la Security and Exchange Commission (la «Consob» americana) abbia preso di mira le cartolarizzazioni americane e portato alla luce una lunga serie di anomalie, tali eventi non hanno impedito alle tre sorelle del rating (S&P, Moody’s e Fitch) di continuare ad assegnare «triple A» alle subprime mortgage-backed securities (MBS). Anche se, è bene precisare, non tutte le emissioni sono andate a buon fine. È il caso della tranche da 1,5 miliardi di dollari che la scorsa estate Goldman Sachs e Citigroup s’apprestavano a collocare sul mercato. I potenziali acquirenti, probabilmente allertati dalla Sec, convinsero S&P e le due banche americane a cancellare l’emissione.  Si è trattato, tuttavia, di un caso più unico che raro.

Tali prodotti stanno, infatti, vivendo una seconda primavera e nel corso degli ultimi sei mesi (e in modo particolare dal gennaio di quest’anno) le cartolarizzazioni subprime si sono moltiplicate. Poche settimane fa, per esempio, le aste di emissione di Goldman Sachs e Credit Suisse – che nei mesi passati avevano rilevato da AIG quasi 14 miliardi di dollari in subprime MBS – sono andate a buon fine riscuotendo un inatteso successo. La stessa AIG, uno dei gruppi maggiormente colpiti dal «credit crunch» del biennio 2007-08, ha ricominciato a scommettere su questi prodotti. Si stima che nei primi nove mesi del 2011 l’assicuratore statunitense abbia sottoscritto obbligazioni subprime per un controvalore prossimo ai 33 miliardi di dollari.

 Stefano Fugazzi
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