di Sebastiano Isaia

«Dobbiamo avere paura dell’intelligenza artificiale?», si chiedeva giusto un anno fa Marco Morello suPanorama. La sua risposta aveva quantomeno il merito della chiarezza (ma solo quello per la verità): «Il cinema ci ha cresciuti suggerendoci che sì, dobbiamo avere paura. E tanta. Era diabolica la rete di Skynet che a ritmo esponenziale apprendeva e, presa coscienza di sé, faceva sfaceli in Terminator. Erano spietati assassini gli androidi di Io, robot, indifferenti e immuni alle sacre (per loro) leggi di Asimov. Persino nel recente Lei di Spike Jonze, favola tragica sull’amore che sboccia tra un uomo solitario e un sistema operativo, un’intelligenza artificiale genera dolore. Ferisce il cuore, la mente, oltre che il corpo. Tradisce l’ubriaco disordine dei sentimenti in nome delle logiche rigide, infinite e imperscrutabili dei bit. L’elenco di esempi, in verità, è sterminato. Tanto quanto i nessi tra grande schermo, letteratura e mondo reale sono semplicistici. Ma stavolta il dibattito non è ozioso, non si riduce a un banale esercizio di stile sulle probabili derive del futuro. D’altronde, sulle trappole dello strapotere di computer burattinai, algidi e crudeli si sono espressi negli ultimi mesi i principali artefici della tecnologia che è stata e che verrà». Tuttavia, è anche possibile che «i principali artefici della tecnologia che è stata e che verrà» leggano la realtà in modo distorto, o addirittura «a testa in giù», così da restituirci un mondo invertito, tale che lo strapotere del Capitale ci viene presentato, a noi che abbiamo una conoscenza appena superficiale della materia che essi invece maneggiano con tanta maestria (la cosiddetta Intelligenza Artificiale), come «strapotere di computer burattinai». Chi è il vero burattinaio? Riformulo la domanda: c’è un burattinaio? Cercherò di ragionare – che parola impegnativa! – intorno ai temi appena evocati. Come sempre, garantisco la più rigorosa disorganicità.

Nella sua interessante rubrica radiofonica settimanale A che punto è la notte (Radio Radicale), Roberto Sommella affronta spesso, e con un taglio che lascia trasparire un suo apprezzabile interesse per le “profezie” marxiane, il problema dell’impatto che le nuove tecnologie “intelligenti” hanno sul mondo del lavoro, in particolare, e sulla società in generale, come si evince anche da un mio post del novembre 2015, non a caso intitolato Marx e la sharing economy. Nella puntata dello scorso 14 ottobre si poteva ascoltare quanto segue: «In centocinquanta anni, l’utopia della dittatura del proletariato si è trasformata invece in un incubo per i lavoratori e per coloro che cercano lavoro: si tratta della prigione del precariato. Gli ultimi sconfortanti dati sulla tenuta occupazionale nel mondo occidentale fanno davvero riflettere. Pensate che una recente ricerca ha previsto che entro il 2025, sostanzialmente tra una decina d’anni, un lavoratore su due negli Stati Uniti sarà di fatto un freelance, un lavoratore autonomo, con tutto ciò che ne segue per le tutele previdenziali e assistenziali. Ma non è tutto. In Gran Bretagna, dove si discute ormai anche in modo abbastanza scomposto sulla tempistica della fuoriuscita dall’Unione europea, alcuni studi hanno evidenziato che dal 1995 ad oggi quasi quattro posti di lavoro su cinque creati in questo periodo di tempo non hanno permesso e non permetteranno a chi li ha occupati una pensione decente». Vogliamo parlare del lavoro precario nel nostro Paese e dell’oscuro futuro pensionistico che ci attende? Meglio stendere un velo pietoso e rimandare il suicidio! Oppure… Oppure diamo congedo alle mille paure che ci inchiodano alla chimera del “male minore” e scateniamo una bella lotta di classe generale avente come obiettivo nientemeno che la fuoriuscita dell’umanità dalla prigione del lavoro salariato, e non solo dal precariato cui ci condanna la dinamica capitalistica di questi tempi. D’altra parte per chi vive di lavoro salariato, la precarietà è sempre, come la guerra di cui parlava Primo Levi. «Quante strade deve percorrere un uomo prima che tu possa definirlo un uomo?». Di certo, egli deve percorrere la strada che lo porti fuori dalla dimensione capitalistica; non c’è altro da fare, checché ne pensino Dylan, Sommella e i corifei dell’Art.1 della Costituzione «più bella del mondo» (1). Chiudo la parentesi utopistica e riprendo il filo del discorso.

Da buon liberale/liberista quale è, Oscar Giannino teme un contraccolpo, per così dire luddista, dalle innegabili contraddizioni immanenti alla nuova rivoluzione tecnologica chiamata a ridefinire il concetto stesso di industria: dalle isole produttive gestite attraverso robot controllati da operai specializzati, secondo il superato schema “analogico” ancora aggrappato al modello fordista, al controllo digitale dell’intera filiera produttiva, dal design industriale alla realizzazione e assemblaggio finale.

«Ci sono coincidenze che a volte si manifestano come cortocircuiti gravidi di significato. Così giovedì scorso, nella stessa giornata, due eventi a Napoli hanno segnato tangibilmente le macro contraddizioni del nostro tempo. Da una parte l’occasione concreta dello sviluppo e di un futuro migliore. Dall’altra un nuovo morso della crisi. Nelle stesse ore, per i primi 200 giovani selezionati ecco la cerimonia ufficiale dell’avvio della Apple Academy, che in pochi mesi da promessa di Tim Cook è diventata già realtà a san Giovanni a Teduccio. Mentre per 845 dipendenti di Almaviva a Napoli arrivava la comunicazione dell’avvio delle procedure per la riduzione del personale. […] L’ansia a Napoli di centinaia di nuovi disoccupati e la speranza di centinaia di giovani informatici che scommettono, dopo una dura selezione, di accrescere verticalmente grazie a Apple le proprie conoscenze di sviluppatori per mettersi sul mercato, sono a ben vedere due facce della stessa medaglia. Non solo è così per coincidenza temporale. Bisogna convincersene: per quanto a molti e anzi ai più possa apparire ingiusto e paradossale, sempre più fenomeni contrapposti analoghi a questi andranno di pari passo» (1).

Ma alle sfide che un Capitalismo globalizzato sempre più aggressivo ci lancia dalle nuove frontiere tecnologiche, la società nel suo insieme non deve reagire chiudendosi, lasciando libero campo alla sindrome luddista, la quale a suo tempo segnalò il fallimento di un’intera generazione di salariati inadatti al progresso tecno-scientifico; essa deve invece comprendere che quelle sfide annunciano l’avvento di un’epoca certamente problematica ed esigente – per le aziende come per i singoli individui – sul piano della competizione totale, ma anche piena di opportunità, di occasioni utili al nostro sviluppo economico e sociale. O anche l’Italia si adegua al mondo che cambia, senza chiudere gli occhi sulle difficoltà che la attendono sul terreno del suo necessario e non più rinviabile ammodernamento strutturale, oppure il Paese può considerarsi già morto sul terreno della competizione sistemica globale con gli altri Paesi. Ecco perché non bisogna guardare con sospetto, tutt’altro, al progetto Industria 4.0 che meritoriamente il Governo ha detto di voler implementare. L’Internet dei prodotti e dei processi non va demonizzato ma accettato come la sola opzione che ci rimane per rimanere agganciati al capitalistico carro del Progresso, e la scelta va fatta adesso, perché abbiamo già accumulato molto ritardo nei confronti dei nostri competitors più diretti: Germania, Inghilterra, Francia (2). Insomma, «ha torto chi teme che Industria 4.0 sia nemica del lavoro grazie ai robot».

Così, più o meno, la pensa Giannino, il quale non si arrende al “declinismo” che – sempre secondo lui – domina nella cultura della nostra classe dirigente (politici, imprenditori, intellettuali) da almeno vent’anni, e certamente da quando la “rivoluzione liberale” promessa da Berlusconi al momento della sua mitica (e per molti famigerata) discesa in campo si è rivelata essere la solita italianissima bufala.

Scrive il nostro simpatico (lo ammetto, ho gusti abbastanza discutibili!) apologeta del sistema capitalista:

«Nella storia ha sempre avuto torto finora chi ha profetato che le tre precedenti rivoluzioni industriali avrebbero portato all’esplosione sociale. Malthus vi vedeva un limite fisico: il passaggio alla produttività industriale non sarebbe mai stato in grado si sfamare torme crescenti di neopoveri. Non è stato così, come hanno scoperto negli ultimi vent’anni India e Cina, e come nell’Ottocento scoprì l’Europa».

Non vorrei essere di parte, ma mi vedo costretto a ricordare che fu Marx a confutare, sul piano della dottrina economica come su quello dell’evidenza empirica, la «progressione geometrica» malthusiana, mostrando come la miseria sociale non avesse, in regime capitalistico, alcun rapporto con le supposte bronzee leggi della natura.

«Malthus non ha interesse a celare le contraddizioni della produzione borghese; al contrario, ha tutto l’interesse a metterle in evidenza, da un lato per dimostrare che la miseria delle classi lavoratrici è necessaria (è necessaria per questo modo di produzione), dall’altro per dimostrare ai capitalisti che, affinché essi abbiano un’adeguata domanda, è indispensabile un clero ecclesiastico e statale ben ingrassato» (3).

Per certi versi le argomentazioni di Malthus richiamano certe preoccupazioni keynesiane intorno alla capacità di spesa della società: i consumatori non sono mai abbastanza! Sulle tesi neomalthusiane dei teorici della “crescita felice” ho scritto parecchio, e qui non posso che rimandare il lettore ai miei diversi post dedicati al tema.

Riprendiamo piuttosto il discorso di Giannino:

«C’è stato chi a quel punto ha predetto che il limite vero non era fisico ma finanziario, perché il tasso di rendimento del capitale oltre una certa soglia sarebbe inevitabilmente caduto, divorando il capitalismo. Ma anche Marx ha fallito la predizione: checché ne pensi Piketty il tasso di accrescimento del reddito procapite e dei consumi ha puntualmente remunerato in maniera crescente il capitale investito, spingendo a nuove innovazioni».

Detto incidentalmente che Piketty non ha nulla a che fare con Marx, nonostante il suggestivo titolo di un suo recente libro di successo, l’ubriacone tedesco non parlò mai di un limite finanziario allo sviluppo capitalistico, almeno come lo intende Giannino. Ritornerò dopo sul punto; adesso finisco la citazione:

«Oggi, c’è chi come Larry Summers pensa che siamo in una stagnazione secolare, e allo stesso modo è convinto che la produttività non stia tenendo il passo con l’oceanica liquidità da remunerare: e tuttavia scambia la crisi del Vecchio Mondo con quella del pianeta. E ora, dal limite alla crescita fisico malthusiano a quello finanziario di Marx, è venuto il momento del limite immateriale di Internet? Il campo degli studi economici è puntualmente diviso, come a ogni rivoluzione industriale e della conoscenza. Se per esempio leggete Rise of the Robots dell’imprenditore di Silicon Valley Martin Ford, troverete opinioni non troppo diverse dall’ultimo filmato realizzato prima di morire da Gianroberto Casaleggio e appena diffuso qualche giorno fa, in cui si preconizza un fosco scenario in cui l’intelligenza artificiale prevarrà sugli umani, dividendoli sempre più tra pochi happy few e moltitudini di precari a bassissimi salari».

Per l’imprenditore americano citato da Giannino, i robot non solo non sono macchine idonee ad accrescere la produttività dei lavoratori, perché li sostituisce, semplicemente; ma il loro massiccio impiego spingerà l’umanità verso un tragico paradosso: a un certo punto solo pochissimi privilegiati potranno godere di un reddito sufficiente a comprare merci e servizi che pure verranno prodotti in enorme quantità e a bassissimo costo. In questo senso per Ford la robotica rappresenta «la tecnologia finale». In effetti, la società capitalistica non conosce uomini in quanto tali, ma solo “capitale umano” da mettere a valore, cioè da sfruttare in vista di un più che legittimo profitto, e consumatori in grado di pagare, ossia di trasformare il valore di scambio «cristallizzato» nelle merci in denaro: è questo il segreto del lavoro (salariato) su cui si fonda anche la nostra Repubblica. D’altra parte, come insegna sempre Marx,

«La produttività del capitale consiste innanzi tutto nella coercizione al plusvalore. […] La definizione del lavoro produttivo poggia dunque sul fatto che la produzione del capitale è produzione di plusvalore ed il lavoro da essa impiegato è un lavoro che produce plusvalore. […] Dire che il processo di produzione crea capitale è solo una espressione per dire che esso ha creato plusvalore» (4).

Come stanno insieme tutte queste cose nel Capitalismo del XXI secolo? Riformulo la domanda in termini critici: stanno insieme tutte queste cose nel Capitalismo del XXI secolo?

Certo è che il paradosso evocato dall’autore di Rise of the Robots praticamente mi costringe a citare la famosa (?) allocuzione tenuta dal noto comunista di Treviri il 14 aprile 1856 in occasione del quarto anniversario della fondazione del giornale cartista People’s Paper:

«In questa nostra epoca ogni cosa sembra pregna del suo contrario. La macchina possiede il meraviglioso potere di abbreviare il lavoro e di renderlo più produttivo: ciononostante, la vediamo affamare e logorare i lavoratori. Per effetto di qualche strano maleficio le nuove fonti di ricchezza si trasformano in fonti di miseria. Le vittorie della tecnica sembrano ottenersi a prezzo della degradazione morale. A misura che l’umanità si impadronisce della natura, l’uomo pare diventare schiavo dei suoi simili o della propria infamia. Si direbbe che tutti i nostri progressi inseguano un solo fine: dotare di vita e di intelligenza le forze materiali e degradare la vita umana. Questo contrasto dell’industria e della scienza moderne, da una parte, e della miseria e dissoluzione moderne, dall’altra; questo antagonismo tra le forze produttive e i rapporti sociali della nostra epoca sono un fatto di un’evidenza schiacciante che nessuno oserebbe rifiutare. Alcuni partiti possono deplorarlo; altri possono auspicare la liberazione dalla tecnica moderna e, pertanto, dai conflitti moderni. […] Quanto a noi, non ci lasciamo ingannare dallo spirito perfido che ci segnala senza tregua tutte queste contraddizioni».

La critica marxiana lascia che lo spirito perfido si burli dei riformatori sociali, mentre essa si adopera a mettere in piena luce le cause di quelle contraddizioni. Qui è appena il caso di ricordare che quando Marx parla di miseria non allude solo alle condizioni materiali dei proletari, alla loro ignobile condizione di individui costretti a vendersi sul mercato del lavoro in cambio di salario per sostenersi materialmente (5); egli allude piuttosto a una miseria sociale ben più vasta e generalizzata, a un’indigenza esistenziale (fatta di alienazione, di reificazione, di illibertà e quant’altro) che investe l’intero corpo sociale, anche se naturalmente le diverse classi sociali vivono questa condizione in modo diverso le une dalle altre in rapporto alla loro collocazione nella scala sociale e nella divisione sociale del lavoro: ad esempio, nel processo di alienazione che si realizza in una fabbrica il capitalista «vi trova assoluta soddisfazione, mentre l’operaio lo sperimenta come un atto di asservimento» (Marx). Tuttavia, la maledizione capitalistica del lavoro salariato, che presuppone e pone sempre di nuovo condizioni sociali disumane (ossia ostili a un’autentica esistenza umana), travalica i ristretti confini delle aziende e si abbatte come la peste nera sull’intero genere umano. Nella società capitalistica

«l’azione propria dell’uomo diventa una potenza a lui estranea che lo sovrasta, che lo soggioga, invece di essere da lui dominata. […] Questo fissarsi dell’attività sociale, questo consolidarsi del nostro proprio prodotto in un potere obiettivo che ci sovrasta, che cresce fino a sfuggire al nostro controllo, che contraddice le nostre aspettative, che annienta i nostri calcoli, è stato fino ad oggi uno dei momenti principali dello sviluppo storico» potere sociale cioè la forza produttiva moltiplicata che ha origine attraverso la cooperazione dei diversi individui» (6).

Leggiamo adesso ciò che scrive il “critico sociale” Marco Morello alla luce dei passi marxiani, e vediamo l’effetto che fa:

«Il nodo, dunque, è uno: il controllo. Il rischio che ci sfugga di mano. Che diventi appannaggio esclusivo di chip in grado di gestire miriadi di dati, leggerli e tramutarli in decisioni infelici: mettendoci da parte, sostituendoci sul posto di lavoro, marginalizzandoci da un mondo per il quale non saremo poi così decisivi. Riuscendo a impigrirci, a trasformarci da utili a inutili. Levandoci il privilegio, l’esclusività del pensiero, il miracolo dell’invenzione. Fino a colonizzare il nostro stesso corpo, prendendone possesso con succedanei bionici un arto alla volta, un organo dopo l’altro. Sventolando come moneta di scambio la promessa dell’immortalità, della giovinezza eterna o supposta».

Ecco la miserabile fine che fa la “biopolitica” lasciata nelle mani di chi rimane stregato dalla paradossale e «fantasmagorica» fenomenologia dei processi sociali. A questo “critico” dei fenomeni sociali mi sento di dire quanto segue: noi, intendo noi in quanto umanità, il controllo lo abbiamo perso da tantissimo tempo; la Cosa ci è sfuggita di mano da quando il potere sociale del Capitale ha conquistato l’intera società, l’intera nostra esistenza, l’intero pianeta, e prendersela con i chip, con i bit e con i robot fa appunto capire fino a che punto l’umanità subisce senza comprendere un mondo che pure essa stessa crea tutti i giorni con le sue proprie mani. Scriveva Max Horkheimer:

«Responsabile dello sviluppo fatale non è la razionalizzazione del mondo, ma l’irrazionalità di questa razionalizzazione. La tecnica possiede gli uomini non solo sul piano fisico, ma anche su quello spirituale. Come nella teoria economica si parla talvolta di un velo del denaro, così oggi si dovrebbe parlare del velo tecnico. […] Ma per rimediare a questo stato di cose non serve il ritorno alla cultura, che rimarrebbe comunque chimerico, bensì lo sforzo, sorretto dalla teoria, di porre la tecnica al servizio di fini realmente umani» (7).

Cercherò di articolare meglio il concetto cui allude il «velo tecnico» parafrasando i passi marxiani che è possibile leggere nel Primo libro del Capitale, là dove Marx si sofferma sul «carattere di feticcio della merce» (8). Il carattere mistico della tecnologia non sorge dal suo uso ma semplicemente dal fatto che essa restituisce agli uomini, come sulla superficie di uno specchio, l’immagine dei caratteri sociali del loro proprio lavoro, facendoli apparire invece come caratteri oggettivi della stessa tecnologia, come sue proprietà sociali naturali. Questo «fantasmagorico» capovolgimento, questa relazione sociale stabilita tra gli uomini che appare in guisa di relazione fra oggetti materiali («le macchine intelligenti si parlano e si scambiano informazioni») è ciò che Marx designa appunto col nome, potentemente evocativo, di feticismo. A proposito della materializzazione – o reificazione: verdinglichung – dei rapporti sociali, della «personificazione delle cose e oggettivazione dei rapporti di produzione», Marx parlava nei termini di una «religione della vita quotidiana» (9). Dinanzi a questa specialissima religione, che ha nel denaro la sua massima espressione, non c’è ateismo che tenga.

Nel novembre del 2014, commentando la «crisi esistenziale» (economica, politica, istituzionale, religiosa, identitaria, razziale) che sembra attanagliare gli Stati Uniti ormai dal 2007, Enrico Beltramini paventava per quel Paese addirittura il rischio di una prossima egemonia tecnologica, resa possibile appunto dal venire meno delle vecchie e potenti certezze:

«Se nei prossimi vent’anni si rendesse autonoma dalla Difesa e arrivasse a dominare il capitalismo, la tecnologia può diventare – nel vuoto creato dalla crisi di politica e religione – la forza egemone, o quantomeno la fonte di leadership degli Stati Uniti. Perché questo avvenga, occorre un ulteriore elemento: che la tecnologia si doti di un’autocoscienza (come si sarebbe detto nell’Ottocento). La tecnologia deve produrre una nuova Weltanschauung» (10).

Qui siamo già molto oltre il concetto di tecnologia intelligente, o di Intelligenza Artificiale; qui davvero ha senso parlare del Capitale come spirito del mondo. Qui il feticismo si fa filosofia. Si scherza. Forse. «Se la tecnologia arrivasse a dominare il capitalismo»: come se essa fosse cosa diversa dal Capitalismo! Com’è noto, per Marx si può parlare propriamente, in senso stretto, di moderno Capitalismo solo con l’introduzione nel processo di produzione della tecno-scienza. Come la scienza è l’intelligenza del Capitale concepito in quanto potenza sociale, così la tecnologia è il suo più potente strumento chiamato a incrementare incessantemente la produttività del lavoro, ossia lo sfruttamento di risorse umane e naturali.

«Le diverse ondate di automazione non hanno mandato in pensione il lavoro e la manodopera. Allo stesso modo, la quarta rivoluzione industriale non porterà a una riduzione dell’occupazione. L’automazione riguarda le mansioni, non le professioni o i posti di lavoro. […] La maggior parte dei processi lavorativi richiede una serie di competenze sfaccettate: dopo che alcune di queste competenze saranno automatizzate, la parte restante di capacità prettamente umane risulterà ulteriormente potenziata e valorizzata. Gli incrementi di produttività più significativi si registreranno nelle aree in cui uomini e macchine possono unire le rispettive forze nel modo più intelligente possibile».

Si tratta, appunto, dell’intelligenza del Capitale (11). Quanto all’impatto dell’automazione sull’occupazione operaia, i passi citati sembrano sposare un po’ troppo acriticamente la tesi di chi vuol vedere il bicchiere del Capitalismo sempre mezzo pieno. Chi scrive, invece, lo vede sempre mezzo vuoto? Non è vero! Lo vede sempre del tutto vuoto. Soprattutto vuoto di umanità.

A proposito di «Weltanschauung», ecco cosa scriveva il filosofo di Stoccarda citato sopra: «Credere che si possa capire una Weltanschauung senza tenere conto delle condizioni materiali della sua genesi e della sua esistenza – ossia attraverso un’indagine puramente interna delle forme spirituali – è illusione idealistica» (12). E feticistica in sommo grado, potremmo aggiungere noi alludendo al «rischio di una prossima egemonia tecnologica» denunciato da Beltramini. A proposito: a quando la psicorobotica? Il Capitalismo ad alta composizione organica dei nostri robotici tempi gioca brutti scherzi al pensiero che vuole essere realistico a tutti i costi, mentre non fa che subire una realtà che mostra di non saper assolutamente padroneggiare.

Nel suo interessante articolo intitolato L’avanzata dei robot, Rocki Gialanella ricorda la partita di Go che si è tenuta a maggio di quest’anno «tra il campione sudcoreano Lee Sedol e un computer, AlphaGo, che lo ha battuto per ben quattro volte sui cinque incontri avuti. AlphaGo è un programma di intelligenza artificiale sviluppato da Google Deep Mind». Il Go è un antico gioco “strategico” da tavolo cinese molto complesso – con un numero di mosse possibili davvero incredibile. A Gialanella la vicenda ha fatto venire in mente il racconto Il maestro di go dello scrittore giapponese Yasunari Kawabata:

«In un albergo di campagna il maestro di go Sh?sai, sino allora imbattuto, conduce la sua ultima partita. È una sfida che va oltre il gioco, oltre la competizione, perché il risultato dell’incontro segnerà un taglio netto con un mondo in cui il gioco del go e tutto ciò che lo circonda è vissuto come un’esperienza estetica. Lo scontro tra i due giocatori è percorso dalla sottile, ma costante tensione, confronto e collisione tra due mondi, da cui uno solo ne uscirà vincitore» (13).

Sfiancato dalla lunga e stressante partita, il maestro Sh?sai si ammala, e dopo un anno muore senza essersi più ripreso dalla strana malattia che lo aveva colpito nel corso della sua ultima partita. Per Gialanella l’incrocio tra il racconto di Kawabata e la sconfitta di Lee Sedol per mano, si fa per dire, di una macchina che è in grado di svolgere miliardi di operazioni al secondo, si presta benissimo come metafora dei nostri tecnologici tempi: chi vincerà la sfida del XXI secolo tra l’Intelligenza Artificiale della macchina e il cervello umano? In realtà la metafora, così com’è architettata, non fa che esprimere il feticismo che promana dal concetto e dalla prassi del Capitale.

Come spiegò Marx con eccezionale tempismo, noi siamo indotti dallo stesso processo capitalistico di produzione e distribuzione della ricchezza sociale a vedere un autonomo «potere della tecnologia», e in generale delle “cose” prodotte dal lavoro umano, in ciò che in realtà non è che il potere sociale del Capitale. Si tratta di un capovolgimento ideologico della realtà che si realizza, fondamentalmente, non a causa di un mero difetto di intelligenza, bensì a ragione dello stesso modo di essere del rapporto sociale capitalistico, il quale occulta la propria natura di classe nello stesso momento in cui dispiega i suoi effetti. Ecco un classico esempio di feticismo tecnologico: «Ciò che AlphaGo dimostra è che le macchine, se solo lo volessero, potrebbero eseguire compiti non automatici, ma intellettuali, meglio di quanto faccia l’uomo». Se solo lo volessero? Ma non è l’uomo che crea l’”intelligenza” che dà l’input a ogni singola funzione  della macchina? Ah, già, dimenticavo le conseguenze non intenzionali, e l’astuzia della tecnologia… Riprendo la citazione:

«Per arrivare ad un risultato del genere basta caricare sui computer le regole di un gioco e lasciare che si allenino per giorni, mesi, anni, fin quando avranno imparato non solo a vincere ma anche a gestire i “bug”, ovvero quei colpi di coda tipici degli esseri umani (uno di questi ha permesso a Sedol di aggiudicarsi una gara su cinque contro AlphaGo). Da diverso tempo i ricercatori illustravano innovazioni come questa ma è con la sfida a Go che ce ne siamo resi conto, per la prima volta, concretamente. Ci stiamo sempre di più avvicinando al fatidico giorno dell’indipendenza delle macchine tanto paventato da gente come Stephen Hawking, Elon Musk e Bill Gates. “Per essere sicuri di poter controllare l’Intelligenza Artificiale dobbiamo lavorare ancora molto – ha detto Stuart Russell della Berkeley al portale specializzato Phys.org –, non possiamo più rimandare la questione. AlphaGodimostra che tutto si svolge con troppa fretta. Oramai è urgente parlarne”».

Ma parlare esattamente di cosa? Dei robot che vogliono prendere il potere e ridurci in schiavitù, come da decenni  leggiamo in molti romanzi e vediamo in molti film del genere fantascientifico? Ma siamo seri! Più cresce la nostra impotenza sistemica (economica, politica, intellettuale, psicologica) nei confronti di un rapporto sociale di dominio e di sfruttamento che si mostra ai nostri occhi come un Moloch estraneo e ostile, e più spesso si fa il velo (monetario e tecnologico) che si frappone tra noi e la verità circa la nostra condizione disumana.

In un post di qualche anno fa riportavo una riflessione di Marta Serafini (Corriere della Sera, 27 settembre 2012) su quanto stava accadendo in uno stabilimento della Foxconn, la più grande multinazionale di assemblaggio di componenti elettronici, attivo nella contea di Kunshan, Cina, dopo l’ondata di suicidi che investì i suoi dipendenti:

«L’anno scorso il Ceo della Foxconn Terry Gou ha presentato un piano secondo il quale il numero degli attuali robot – 300 mila – arriverà a un milione entro il 2014. Il sogno che si avvera degli industriali alla ricerca del profitto, o semplicemente un’idea troppo ambiziosa che non ha alcun contatto con la realtà? Secondo una recente analisi del 21st Century Business Herrald, nel 2014 il costo del lavoro artificiale (prodotto cioè da macchine) sarà più basso di quello umano. Ed è quindi presumibile pensare che le intelligenze artificiali sbatteranno fuori dalla porta quelle umane. […] Alla Foxconn non hanno fatto i conti con un altro problema. E se anche i robot si ribellassero?».

Il mio commento:

«Qui davvero il feticismo tecnologico tocca vertici inarrivabili, a partire dalla ribellione dei robot. Il problema della Foxconn, tanto nel breve quanto nel lungo termine, non è la rivolta delle macchine, ma il saggio del profitto, il quale chiama in causa non lo “sfruttamento” delle “intelligenze artificiali” bensì lo sfruttamento sempre più intensivo delle capacità lavorative. La suggestiva, e ormai inflazionata, idea della ribellione delle macchine forse vuole esorcizzare scenari sociali di altro genere… La verità è che nel Capitalismo anche quello che allude alla possibile emancipazione dell’umanità da ogni forma di miseria e di sfruttamento ha la maligna predisposizione a congiurare contro questa stessa splendida promessa» (Robotica prossima ventura. La tecnoscienza del Dominio).

Confermo.

Intanto

«Prosegue a spasso spedito l’automazione delle linee di produzione di Foxconn, l’azienda taiwanese che produce quasi la metà delle componenti dei dispositivi elettronici da consumo venduti nel mondo e ha tra i suoi clienti tutti i colossi del settore, da Apple a Microsoft. Lo stabilimento nella contea di Kunshan, racconta al South China Morning Post Xu Yulian, responsabile delle pubbliche relazioni del governo locale, “ha ridotto la propria forza lavoro da 110 mila a 50 mila persone grazie all’introduzione dei robot e ha segnato un successo nella riduzione del costo del lavoro. Altre compagnie seguiranno l’esempio”. […] La nuova generazione di Foxbot sarebbe però molto più affidabile e avanzata della precedente» (14).

Che bella notizia, per il capitale colà investito. Secondo un recente sondaggio interno, più del 30% degli operai Foxconn teme di essere sostituito dalle macchine. È dunque legittimo attendersi una nuova ondata di suicidi. Certamente non stanno vivendo mesi felici anche i 1800 impiegati della Shenzhen Evenwin Precision Technology Co, un’azienda privata cinese che fabbrica componenti per telefoni cellulari, il cui piano di ristrutturazione prevede di ridurre del 90% l’attuale forza lavoro sostituendola con un migliaio di robot. A una più alta composizione organica del capitale è dunque affidata la non facile missione di generare profitti sufficienti a giustificare l’esistenza di quell’impresa. Bisogna anche considerare che nell’ultimo decennio i salari dei lavoratori del settore sono cresciuti in media di circa il 10% all’anno (con un salario mensile di circa 400 euro), mentre nello stesso periodo il costo dei robot è diminuito del 5% ogni anno. Come sempre sarà la prassi a darci la risultante del complesso e delicato movimento interno alla struttura di valore del processo produttivo. Una risultante che comunque dovrà essere in seguito sottoposta a nuove verifiche. Chi studia l’accumulazione capitalistica non corre certo il rischio di annoiarsi. Una consolazione che il “capitale umano” farebbe volentieri a meno di dispensare ai cultori della materia. Chi scrive vive la doppia condizione; della serie: prassi e teoria dell’alienazione capitalistica!

L’einaudiano Giuseppe Russo cerca di spiegare ai suoi lettori i motivi del fallimento della previsione marxiana circa la fine del Capitalismo:

«Quando Karl Marx formulò le sue previsioni sulla fine del capitalismo, aveva in mente la caduta tendenziale del tasso di profitto. […] C’è da domandarsi perché mai il capitale dovesse avere profitti (rendimenti) decrescenti e la risposta sta nel fatto che Marx pensava a mercati finiti, mentre l’ambizione di profitto dei capitalisti non lo è. Conquistato l’ultimo mercato da parte del capitale, si sarebbe verificato il collasso. Ci sono tre buone ragioni per cui, fino ad oggi, la previsione di Karl Marx non si è avverata. La prima è che i mercati sono finiti solo in teoria, ma nella pratica sono collegati ai bisogni delle persone. Le persone abitanti sul pianeta sono costantemente cresciute di numero, quindi quel limite non si è mai raggiunto, per ora. In secondo luogo, i bisogni delle persone non sono costanti, ma sono sia proporzionati al loro reddito (e quindi fino a che esistono paesi a basso reddito, ci sono mercati che devono crescere per soddisfare i bisogni futuri), sia sono dinamici e mutano nel tempo con la cultura e l’innovazione. Legata a questa seconda osservazione ve ne è una terza. L’innovazione crea e distrugge: l’industria dell’auto ha distrutto quella delle carrozze; l’industria informatica sostituirà il terziario che si occupava di informazioni strutturabili. Questa distruzione avviene di continuo ma può subire delle accelerazioni quando le innovazioni anziché essere ben distribuite si concentrano. […] Il capitalismo, in altri termini, non è arrivato alla crisi finale anche perché attraversa crisi periodiche nelle quali il capitale meno produttivo viene purgato e sostituito da capitale più produttivo. Alla fine di queste crisi, il rendimento medio del capitale che era prostrato risale e così l’incentivo a risparmiare, accumulare a investire non viene meno» (15).

Ora, non solo Marx non ha mai pensato a «mercati finiti» in termini assoluti, come sa chiunque abbia letto – non dico capito – le sue opere “economiche”, ma il suo concetto di capitale contraddice nel modo più evidente la tesi di un limite fisico assoluto per l’investimento capitalistico, raggiunto il quale il sistema basato sullo sfruttamento sempre più intensivo (scientifico) della capacità lavorativa deve necessariamente collare. Questa tesi si trova piuttosto in non pochi epigoni di Marx, ad esempio in Rosa Luxemburg, la cui teoria – esposta soprattutto nel suo saggio del 1913 L’accumulazione del capitale – circa l’incapacità direalizzazione del valore nelle metropoli capitalistiche del pianeta (nel cosiddetto “Primo mondo”) e la conseguente genesi dell’Imperialismo come risposta a quell’incapacità trovò una puntuale risposta critica in alcuni articoli di Lenin (16) e soprattutto in un saggio di Henrik Grossmann pubblicato nel 1928: Il crollo del Capitalismo (17). Se nei suoi scritti “economici” Marx sottolinea continuamente il carattere rivoluzionariodel vigente modo di produrre e distribuire la ricchezza sociale, e lo contrappone al carattere conservatoredei precedenti modi di produzione, è appunto perché egli comprese che la sopravvivenza del Capitale dipendeva da un continuo allargamento e rivoluzionamento della sfera economica, la quale non va in nessun caso concepita come uno spazio fisico, ma come una dimensione sociale in continua e sempre più accelerata trasformazione. Ecco perché per spiegare la natura della società dominata dal Capitale è più adeguato ricorrere a metafore biologiche, anziché reiterare pappagallescamente quelle di natura architettonica – del tipo struttura/sovrastruttura, analogia usata a suo tempo, con estrema parsimonia, da Marx ed elevata a indiscutibile paradigma scientifico da non pochi cultori del “materialismo dialettico” (18).

Detto en passant, fu lo stesso Marx che introdusse il concetto – se non la locuzione – di distruzione creatrice, poi ripreso e sviluppato in modo più o meno originale da Schumpeter; ed è lui che parla della crisi economica generale nei termini di uno shock tanto socialmente gravido di conseguenze potenzialmente nefaste per l’ordine costituito (leggi alla voce Rivoluzione sociale), quanto salutare per un processo di accumulazione entrato in sofferenza. La produzione capitalistica non trova alcun limite assoluto nella produzione di beni e servizi perché in assoluto la capacità di consumo della società è illimitata. L’analisi marxiana della merce scopre il vero limite di quella produzione, un limite che il Capitale è chiamato a superare sempre di nuovo, in qualcosa di impalpabile. Di che si tratta?

Marx notò (19) che al crescere di quella che chiamò composizione organica del capitale, data dal rapportoin valore tra i mezzi di produzione (MDP ? C: «capitale costante») e il lavoro (L ? V: «capitale variabile»), il saggio del profitto (dato dal rapporto tra il plusvalore e il capitale totale investito: pv/C+V) tende a diminuire (20). In effetti, l’andamento dell’accumulazione è strettamente connesso alle tre grandezze qui considerate, e solo empiricamente è possibile verificare quando il delicato equilibrio fra produttività del lavoro (saggio del plusvalore: pv/V), produttività del capitale totale investito (pv/C + V) e struttura tecnologica dell’impresa (MDP/L, ossia, in valore, C/V) viene meno. Quando ciò avviene, l’impresa reagisce innescando quei processi di razionalizzazione e di ristrutturazione (nell’organizzazione del lavoro, nella strumentazione tecnologica della produzione e nella commercializzazione dei prodotti/servizi) che costituiscono la fisiologia del processo di valorizzazione/accumulazione. Ovviamente la “messa in libertà” della forza-lavoro risultata eccedente grazie all’aumentata produttività del lavoro è parte integrante e fondamentale di questa fisiologia, e solo i teorici del “capitalismo dal volto umano” possono affermare il contrario, creando con ciò stesso illusioni che indeboliscono la capacità di resistenza dei lavoratori e, soprattutto, il loro potenziale rivoluzionario.

Una tendenza storica fondamentale in atto nel sistema capitalistico già ai tempi di Marx (e infatti essa si trova problematizzata e spiegata almeno nelle linee essenziali nel Capitale) va nel senso di una sempre crescente produttività del lavoro, che si ottiene inserendo nel processo produttivo tecnologie in grado diespandere la parte della giornata lavorativa durante la quale il lavoratore crea plusvalore (detto in termini “volgari”, egli lavora gratuitamente per il padrone), e di contrarre quella parte che invece risulta remunerata dal salario. Questo senza mutare necessariamente la lunghezza “fisica” della giornata lavorativa, e anzi accorciandola (da 7 a 6 ore, ad esempio). Si tratta dell’estorsione di quello che Marx definì plusvalorerelativo, per distinguerlo da quello assoluto legato a un Capitalismo ancora scarsamente sviluppato dal punto di vista tecno-scientifico che tendeva ad allargare in termini assoluti i limiti della giornata lavorativa per estrarre da ogni singolo lavoratore più plusvalore a parità d’ogni altra condizione. Il passaggio dal plusvalore assoluto al plusvalore relativo segna anche il passaggio definitivo dalla sussunzione formale del lavoro al capitale a quella reale. Formale, si badi bene, nel senso che la sussunzione del lavoro al capitale «è la forma generale di ogni processo di produzione capitalistico», ossia nel senso che «il rapporto capitalistico è un rapporto di coercizione. […] Chiamo sottomissione formale del lavoro al capitale la forma che poggia sul plusvalore assoluto, perché essa si distingue solo formalmente dai modi di produzione più antichi»( 21). La peculiarità del modo di produzione capitalistico appare infatti in tutta la sua rivoluzionaria evidenza (in tutta la sua potente disumanità) nel momento in cui le forze produttive sociali del lavoro usano la tecnica e la scienza come forze produttive del Capitale. Per il Capitalismo del XXI secolo penso che sia più adeguata la locuzione di sottomissione globale e totalitaria del lavoro e di ogni singolo individuo al Capitale.

Quando non si poté più allargare in termini assoluti la giornata lavorativa, anche a causa della reazione operaia alla brutalità dei padroni, il capitale si servì dunque della scienza e della tecnica per prolungare in termini relativi la parte della giornata lavorativa dedicata al pluslavoro, ossia, come già detto, al lavoro dispiegato gratuitamente dal lavoratore. Ma rendere più produttivo il lavoro significa anche abbassare il prezzo di ogni singola merce, e si comprende bene cosa ciò significhi dal punto di vista concorrenziale. E siccome il profitto che il capitalista industriale attivo in un determinato settore produttivo incamera vendendo la sua merce si forma attraverso la media sociale dei profitti basati sull’estorsione di plusvalore in quel particolare ramo d’industria, si realizza la condizione per cui l’impresa tecnologicamente più avanzata, e perciò più produttiva, può intascare un sovrapprofitto anche vendendo la propria merce a un prezzo inferiore rispetto alla media di mercato, spiazzando totalmente la concorrenza. Nella formazione dei prezzi ciò che conta non è tanto il processo di valorizzazione che si dispiega in ogni singola azienda, ma questo stesso processo considerato nella sua forma più astratta, ossia come media sociale dei moltissimi atti produttivi. È, questo, un fatto che si realizza alle spalle di tutti gli attori della produzione, benché essi ne siano indiscutibilmente i protagonisti. Lo fanno, ma non lo sanno.

Non è insomma nella sfera della circolazione (delle merci e dei capitali) che bisogna cercare i limiti del Capitalismo, ma nella sfera della produzione, la quale è fondamentalmente produzione di valore – e, più esattamente, di valore pagato (vedi alla voce “fattori di produzione”: capitale-macchine e capitale-lavoro vivo) e plusvalore. Siamo dunque dinanzi a un limite immateriale, cioè a dire sociale, non fisico (ad esempio, la capacità di consumo manifestata dai mercati); si tratta cioè della contraddizione, che trova puntuale espressione nel fenomeno-crisi, tra la produzione materiale e il processo di valorizzazione, tra i beni e la loro essenza sociale – capitalistica.

In questo senso Marx osservò che

«Il vero limite della produzione capitalistica è il capitale stesso, è questo: che il capitale e la sua autovalorizzazione appaiono come punto di partenza e punto di arrivo, come motivo e scopo della produzione; che la produzione è solo produzione per il capitale. […] Il mezzo – lo sviluppo incondizionato delle forze produttive sociali – viene permanentemente in conflitto con il fine ristretto, la valorizzazione del capitale esistente. […] Il modo capitalistico di produzione è solo un modo di produzione relativo, i cui limiti non sono assoluti ma lo diventano per il modo di produzione stesso. ]… L’estensione o la riduzione della produzione non viene decisa in base al rapporto fra la produzione e i bisogni sociali, i bisogni di un’umanità socialmente sviluppata, ma in base all’appropriazione del lavoro non pagato e al rapporto tra questo lavoro non pagato e il lavoro oggettivato in generale o, per usare un’espressione capitalistica, in base al profitto a al rapporto tra questo profitto e il capitale impiegato, vale a dire in base al livello del saggio di profitto. Si arresta, non quando i bisogni sono soddisfatti, ma quando la produzione e la realizzazione del profitto impongono questo arresto. […] La legge della produttività crescente del lavoro, non ha dunque per il capitale un valore assoluto» (22).

Nel capitalismo tutto è relativo, tranne la bronzea legge del massimo profitto, la quale invece si dà (devedarsi, posto il vigente regime sociale) con assoluta necessità. Per espandere continuamente questi limiti, il Capitale si serve della tecno-scienza per potenziare la capacità produttiva dei lavoratori e per inventare sempre nuove occasioni di profitto: nuovi bisogni, nuovi sogni, nuovi mercati, nuove “utopie”. Il marketing si fa scienza, filosofia, teologia, psicologia. La pubblicità di un autorevole marchio automobilistico tedesco recita: «L’intelligenza è adattarsi al cambiamento, è il potere di adattarsi in corsa». Metafora perfetta per evocare la natura darwiniana del Capitale – certo, anche di quello cosiddetto “umano”, al quale infatti viene prescritta una «continua ri-formazione delle proprie competenze» (O. Giannino). Chi non si adatta è perduto!

Le nuove tecnologie sono introdotte nel processo produttivo non solo perché esse consentono di risparmiare sul costo del lavoro attraverso l’espulsione dei lavoratori, ma anche – direi soprattutto – perché per un verso esse rendono più produttiva la forza-lavoro risparmiata dai licenziamenti e dai prepensionamenti, e per altro verso rendono più a buon mercato la stessa capacità produttiva. Quest’ultimo obiettivo il capitale lo coglie in modo indiretto, ossia abbassando il costo delle merci e dei servizi che rientrano nei costi di produzione dei lavoratori – i cosiddetti beni-salario. Poiché è la vita stessa dei salariati che il capitale reifica in guisa di merce, e non solo il loro lavoro, il quale non è che il valore d’uso della bio-merce che il capitalista si porta a casa (cioè in azienda) per consumarla produttivamente. La competizione capitalistica mondiale, che mette in concorrenza fra loro anche i lavoratori sfruttati in ogni angolo del mondo, completa il circolo – assai vizioso per i lavoratori, molto virtuoso per gli investitori.

Come scriveva Marx, il Capitalismo non produce soprattutto cose, oggetti, valori d’uso, ma in primo luogo crea valori di scambio, ossia prodotti del lavoro umano «sensibilmente sovrasensibili» che contengono un’eccedenza (un plus di valore) rispetto al capitale investito che può – anzi deve! – trasformarsi in denaro attraverso la loro vendita (la loro realizzazione).  Il vero limite storico-sociale del Capitale, anche del “postmoderno” Capitale del XXI secolo, va individuato nella creazione di quello che definisco, balbettando concetti marxiani, «plusvalore primario» o «basico», ossia nella “materia prima” di valore che rende possibile la formazione di ogni sorta di profitto (industriale, commerciale, creditizio) e di rendita. Ebbene, la creazione di questa vitale materia prima di valore non può fare a meno del lavoro salariato (cioè sfruttato), e questo rappresenta un’autentica maledizione sia per il Capitale, che difatti tutte le volte che può cerca di realizzare profitti in sfere economiche che non sembrano avere nulla a che fare con il triviale lavoro degli operai (un’illusione che periodicamente la crisi generale si incarica di spazzare via), e sia, a più forte ragione, per chi vive di salario. Solo dei mentecatti e degli apologeti dello sfruttamento capitalistico possono trovare in questa dannazione sociale la conferma dell’importanza e della dignità del lavoro (salariato!), del pane guadagnato con il sudore della fronte. Dinanzi alla miserabile ideologia lavorista, a questa religione degli schiavi – come direbbe l’aristocratico Nietzsche – che ha come suoi più zelanti sacerdoti progressisti (23) e francescani, bisogna gridare senza alcuna remora moralistica: Beato l’ozioso, maledetto chi vive di lavoro! Purtroppo per oziare bene occorre beneficiare di una cospicua rendita…

La stessa lotta per il lavoro e il salario, se non viene fecondata da questo punto di vista umano (e dunque radicalmente anticapitalista), assume necessariamente il segno maligno della conservazione sociale. Certo, chi esalta l’Art. 1 della Costituzione difficilmente può accedere a questa elementare verità. Pazienza! Almeno per chi scrive, riconoscere la centralità del lavoro salariato nella riproduzione dei rapporti sociali capitalistici non solo non implica in alcun modo l’esaltazione della figura sociale (anche sul piano etico) degli operai, ma significa piuttosto riconoscere nella loro condizione, in ciò che essa presuppone e pone sempre di nuovo, la più sicura garanzia di sopravvivenza per il Moloch. Il risvolto “dialettico-rivoluzionario” di questo fatto ovviamente non mi sfugge, ma per vendere un po’ di sano ottimismo rivoluzionario c’è sempre tempo – e soprattutto il sottoscritto ha ben poco da vendere!

Se le attività finanziarie e speculative fossero in grado di generare plusvalore “basico”, la crisi economica non sarebbe mai in grado di devastare, come invece capita, i capitali, più o meno fittizi, colà investiti; invece assistiamo al tutt’altro che paradossale fenomeno che vede la crisi generale manifestarsi all’inizio quasi sempre con l’esplosione delle cosiddette bolle speculative, sintomo di un circolo virtuoso (fare denaro per mezzo di denaro: D ? D’, dove il secondo termine è ovviamente più grande del primo) che improvvisamente si converte in un circolo vizioso, confessando in tal modo la miserabile (anche dal punto di vista degli appetiti capitalistici!) base che sorregge il mostruoso edificio finanziario. La crisi come fisiologica, quanto violenta, perequazione delle contraddizioni dell’economia capitalistica è un concetto marxiano abbordabile anche da un’intelligenza media: io ne sono una prova vivente! Almeno lo spero… Ebbene, Marx sostenne che il capitale ripristina condizioni ottimali per la sua valorizzazione (o «autovalorizzazione») attraverso la svalorizzazione e la distruzione del capitale in eccesso («pletora»), lacentralizzazione del capitale monetario e la concentrazione dei mezzi di produzione, la svalorizzazione della forza-lavoro e l’aumentata capacità produttiva dei “fattori della produzione” (leggi: aumento del grado di sfruttamento dei lavoratori), l’esportazione di capitali all’estero, l’espansione del commercio estero e altro ancora. «Le medesime cause che determinano la caduta del saggio del profitto, danno origine a forze antagonistiche che ostacolano, rallentano e parzialmente paralizzano questa caduta» (24). Analogamente, le medesime cause che determinano una nuova fase espansiva dell’economia pongono, più o meno rapidamente, le premesse per una nuova crisi di valorizzazione, portando a un livello superiore le contraddizioni capitalistiche di cui abbiamo parlato, come ci capita di vedere nel cosiddetto mondo occidentale (più Giappone) almeno dagli inizi degli anni Settanta, da quando cioè si chiuse definitivamente il lungo ciclo espansivo postbellico.

«Il tasso di profitto», scrive il nostro liberale critico di Marx, «può restare stabile anche in condizioni di riduzione della crescita del valore aggiunto, se il rapporto tra profitti e salari tende a salire, o – il che è uguale – se scendono i salari sui profitti. Questo può accadere per molte ragioni: bassa capacità negoziale dei sindacati; sostituzione del lavoro attraverso le macchine e, in futuro, i robot; concorrenza dei salari dei paesi emergenti. Dal punto di vista empirico, la riduzione del quoziente tra salari e profitti è esattamente ciò che è accaduto negli Usa, nei quali dagli anni settanta a oggi il rapporto tra salari e profitti è passato da 12:1 a 6:1 (figura 1).

salari profitti

Pertanto, nella maggiore economia a matrice capitalista, anche la riduzione della quota di reddito distribuita ai salari ha consentito la stabilizzazione o il miglioramento dei tassi di profitto, sia pure mentre scendeva la produttività totale dei fattori». Senza entrare nei particolari, c’è da chiedersi in cosa questi passi smentiscono il “catastrofista” Marx. La svalorizzazione della forza-lavoro agisce come un toccasana sul saggio del profitto: che grande scoperta! «Le crisi del capitalismo», aggiunge Russo, «sono necessarie e ricorrenti per purgare l’eccesso di investimenti inefficienti»: al netto del lessico, si tratta di un concetto al cento per cento marxiano. Ma la conclusione del suo articolo mostra chiaramente come il punto di vista einaudiano non sia in grado di afferrare l’autentica natura dell’economia capitalistica: «Oggi rischiamo che la moneta carichi la molla di nuove, magari non imminenti, crisi finanziarie. Crisi non più determinate dalla fisiologia del capitalismo, ma dalla patologia della politica monetaria eccessivamente lasca». Russo non comprende, e ciò non mi stupisce affatto, che la «patologia della politica monetaria eccessivamente lasca» non fa che registrare – non è che il sintomo di – una ben più grave patologia: la sofferenza nel processo di valorizzazione – e quindi nel processo di accumulazione. Ma qui devo mettere assolutamente un punto.

Quando approcciamo il tema dell’uso della tecnologia nei processi produttivi è bene, ritengo, tenere in mente che l’odierno modo di produzione non crea, come già detto, valori d’uso, ma merci, cristalli di valore, insomma «cose imbrogliatissime, piene di sottigliezze metafisiche e di capricci teologici», per dirla con l’esorcista di Treviri. Si comprende bene, alla luce di quanto detto, come sia facile rimanere impigliati in ogni sorta di feticismo e di fantasticheria ideologica quando affrontiamo il suggestivo e inquietante tema dell’Intelligenza Artificiale. Anche i teorici del cosiddetto Capitalismo cognitivo, con tutto quel ricamare intellettualistico sul concetto marxiano di general intellect (25), mostrano di rimanere soggiogati dall’intelligenza del Capitale.

Scriveva Felice Mortillaro nel remotissimo 1986, in un saggio (dal titolo “profetico” Aspettando il robot) inteso a fare il punto sulla «terza rivoluzione industriale»: «L’obiettivo dell’applicazione delle nuove tecnologie non è semplicemente quello di chi sostituisce semplicemente uomini con macchine, ma di chi si propone un risultato di ordine strategico» (26). Ovviamente l’allora Direttore Generale di Federmeccanica non pronuncia mai la scabrosa parolina: profitto per dar conto del «risultato di ordine strategico» che allora rese necessario «l’obiettivo dell’applicazione delle nuove tecnologie» anche nella vetusta economia italiana, le cui vele tardavano a intercettare il vento della «terza rivoluzione industriale» (che allora veniva soprattutto dal Giappone), nonostante il decisionismo craxiano. Trent’anni dopo, mutatis mutandis, mi tocca ascoltare i soliti discorsi intorno a un Paese che fatica a stare al passo con i tempi: e chi se ne frega! Ovvero: che barba, che noia, che barba!


Note
(1) O. Giannino, Istituto Bruno Leoni.
(2) «La crisi economica e finanziaria degli ultimi anni ha fatto emergere con forza la debolezza di economie eccessivamente finanziarizzate e politiche economiche sempre meno attente allo sviluppo dell’economia reale. Già a partire dal 2005, e con maggior forza in concomitanza con lo scoppio della crisi, i governi delle principali economie industrializzate, il mondo accademico e la stessa società civile hanno ripreso un dibattito ormai considerato obsoleto sulla politica industriale. Francia, Germania, Olanda, Stati Uniti, Cina (per citare i principali) hanno elaborato, sin dal 2007,policy di lungo periodo, con orizzonti tra il 2030 e il 2050, per il rilancio del manifatturiero, considerato diffusamente il vero antidoto alla bassa crescita e alla preoccupante perdita di competitività. Come è noto, l’UE, su forte spinta tedesca, sta affrontando ormai da tempo il tema della trasformazione digitale dell’industria, che costituisce il cuore di Industria 4.0. Industria 4.0 è ormai unanimemente considerata la quarta rivoluzione industriale. In realtà, questa profonda trasformazione del modo di produrre beni, di legare il mercato dei servizi alla manifattura, nonché di dar vita a prodotti innovativi è, in parte, in corso già da tempo. Tuttavia, poiché nel Paese tale processo appare avere una dimensione ed una diffusione ancora limitate, la sua prospettiva risulta più di medio-lungo termine, dai confini non ancora del tutto chiari, sebbene si abbia la chiara percezione di una sfida impegnativa per le imprese e le istituzioni e, al tempo stesso, ineludibile. Infatti, la velocità, la pervasività e la trasversalità con cui le tecnologie digitali (ma non solo) stanno penetrando la realtà operativa di cittadini, imprese e (più lentamente) delle amministrazioni pubbliche sono tali da rendere nello stesso tempo complesso, ma obbligato, il compito di sfruttarne appieno le potenzialità, come volano di crescita e competitività per l’intero sistema produttivo» (Confindustria, Indagine conoscitiva su “Industria 4.0”, audizione parlamentare del 22 marzo 2016).
(3) K. Marx, Storia delle teorie economiche, III, p. 61, Einaudi, 1958.
(4) K. Marx, Il Capitale, libro primo capitolo sesto inedito, pp. 76-77, Newton, 1976.
(5) Per Marx la miseria sociale del proletariato cresce in termini relativi nella misura in cui cresce in termini assoluti la ricchezza sociale ella sua odierna forma capitalistica: «Il salario reale può rimanere immutato, anzi può anche aumentare, e ciò nonostante il salario relativo può diminuire. […] Quantunque l’operaio disponga di una maggiore quantità di merci che non prima, il suo salario però è diminuito in rapporto al guadagno del capitalista […] Se dunque con il rapido aumento del capitale aumentano le entrate dell’operaio, nello stesso tempo però si approfondisce l’abisso sociale che separa l’operaio dal capitalista, aumenta il potere del capitale sul lavoro, la dipendenza del lavoro dal capitale. […] La situazione materiale dell’operaio è migliorata, ma a scapito della sua situazione sociale. L’abisso sociale che lo separa dal capitalista si è approfondito» (K. Marx, Lavoro salariato e capitale, pp. 64-68, Newton, 1978).
(6) K. Marx, L’Ideologia tedesca, p. 33, Einaudi, 1972.
(7) M. Horkheimer, in Studi di filosofia della società, p. 222, Einaudi, 1981.
(8) K. Marx, Il Capitale, I, p. 103, Einaudi, 1980.
(9) K. Marx, Il Capitale, III, p. 943, Einaudi, 1980.
(10) Limes, 17 novembre 2014.
(11) Chimicaweb. «L’Italia vanta una solida posizione come secondo mercato europeo per la robotica. Nel 2014 sono stati installati oltre 6.200 robot industriali, con un incremento del 32% rispetto all’anno precedente, posizionando il Paese al settimo posto della classifica mondiale per installazioni di robot. Nel periodo dal 2010 al 2014 la crescita annua media è stata dell’8%. Nel 2014 l’Italia era al sesto posto per numero di robot industriali, con una popolazione di 59.800 unità. Il tasso di robotizzazione in Italia è elevato anche in rapporto alle dimensioni dell’industria manifatturiera: sono 155 i robot presenti ogni 10.000 addetti nel settore industriale. Con questa densità, l’Italia si colloca fra le prime dieci nazioni al mondo. Con previsioni di tassi di crescita annui delle installazioni di robot fra il 5% e il 10% fino al 2018, l’Italia manterrà la propria posizione di grande utilizzatore di robot».
(12) M. Horkheimer, in Studi di filosofia della società, p. 21.
(13) Fondiesicav, 1 giugno 2016. «Se si guarda ad esempio agli Stati Uniti si vede che la crescita della produttività è stata importante (3,3%) nel periodo 1949-1973 per poi scendere e dimezzarsi nei due decenni successivi (1,6%). La forte crescita della tecnologia dell’informazione e della telecomunicazione alla fine degli anni novanta ha generato un vero e proprio miracolo della produttività, per poi quasi dimezzarsi tra il 2004 e il 2007, riprendersi nel periodo della grande recessione e tornare ancora a scendere tra il 2011 e il 2014 ad un tasso di crescita dello 0,5% all’anno rispetto alla media di lungo periodo di 2,5%. Uno studio fatto dalla Bce ascrive la debolezza della crescita della produttività ad una diminuzione nella contribuzione dell’intensificazione del capitale e ad una più lenta crescita della produttività totale dei fattori. In particolare l’intensificazione del capitale è cresciuta ai tassi più bassi degli ultimi sessanta anni a causa della brusca frenata dell’economia e della successiva lenta ripresa degli investimenti. […] Quello che ancora non risulta chiaro, però, è come mai gli imprenditori abbiano, all’indomani della recessione, fatto ricorso a mano d’opera a basso costo anziché investire in macchinari. E questo vale soprattutto per gli Stati Uniti, dove i margini delle aziende sono continuati a crescere, grazie anche ad un costo del lavoro unitario competitivo, se ad esempio paragonato a quello europeo». La cosa però non è poi così difficile da capire, perché spesso gli imprenditori “spremono” al massimo il “capitale umano” e i vecchi impianti prima di procedere alla ristrutturazione dell’impresa. Molte aziende puntano a sfruttare più intensamente la forza-lavoro a parità di composizione tecnologica per ripristinare le minime condizioni di redditività, per poi spingere l’acceleratore dell’innovazione tecnologica avendo le spalle finanziarie più coperte.
(14) La Repubblica, 26 maggio 2016.
(15) G. Russo, Capitalismo, stagnazione secolare, e politica monetaria. Una critica, 26 ottobre 2015, Centro Einaudi.
(16) Sulla scia della sua vecchia polemica con gli epigoni russi di Sismondi (i populisti); polemica che si può apprezzare, ad esempio, nella sua opera del 1898 Lo sviluppo del capitalismo in Russia. «Perché una nazione capitalista ha bisogno di un mercato estero? La necessità di un mercato estero per un paese capitalistico non è affatto determinata dalle leggi della realizzazione del prodotto sociale (e in particolare del plusvalore), ma, in primo luogo, dal fatto che il capitalismo altro non è se non il risultato di una circolazione di merci largamente sviluppata, che si estende oltre le frontiere dello stato» (Opere, III, Editori Riuniti, 1956). Di qui, fondamentalmente, la genesi del moderno Imperialismo, diventato col tempo un’inestricabile impasto di processi economici e interessi geopolitici.
(17) «La concezione di Rosa Luxemburg si fonda del resto sulla supposizione di una fine meccanica del sistema capitalistico. Se si pensasse ad un esercizio soltanto capitalistico di tutta la produzione sulla terra, “l’impossibilità del capitalismo apparirebbe allora chiaramente”. Viene così anticipata sul piano teorico una situazione quale taluni rivoluzionari vogliono scorgere in ogni crisi, grazie alla quale si spera in “una distruzione automatica del capitalismo”. Lenin aveva gettato uno sguardo assai penetrante su questa connessione quando affermava: “talvolta i rivoluzionari si sono sforzati di dimostrare che la crisi è assolutamente senza via d’uscita. Non esistono situazioni che non presentino in assoluto alcuna via d’uscita”» (H. Grossmann, Il crollo del capitalismo, p. 38, Jaca Book, 1977). Ironia della sorte, anche Grossmann sarà colpito, del tutto arbitrariamente, dall’accusa di essere un teorico del crollo inevitabile.
(18) Su questa importante questione si può consultare il breve ma assai interessante saggio di Ludovico Silva del 1971 Lo stile letterario di Marx (Bompiani, 1973).
(19) Cfr. K. Marx, Il Capitale, III, Terza Sezione, Legge della caduta tendenziale del saggio del profitto, p. 259, Editori Riuniti, 1980. Se non si vuol travisare il significato della legge marxiana, non va assolutamente sottovalutato il caratteretendenziale che l’autore vi attribuì. Scrisse Grossmann a tal riguardo: [a un certo punto della valorizzazione/accumulazione] «Il plusvalore non basta al proseguimento dell’accumulazione con il supposto saggio di accumulazione! Da qui la catastrofe. Naturalmente, come Lenin giustamente osservava, […] anche nel nostro caso la tendenza al crollo non si deve necessariamente attuare. Tendenze controreagenti possono interrompere la sua assoluta realizzazione. Così il crollo totale si trasforma in una crisi transitoria, dopo la quale il processo di accumulazione riprende di nuovo su base mutata» (Il crollo del capitalismo, p. 177).
(20) Com’è noto, Marx chiama «variabile» il capitale investito nell’acquisto di capacità lavorativa (somma dei salari) e «costante» il capitale investito nell’acquisto dei mezzi di produzione, delle materie prime fondamentali e ausiliarie e così via. Il capitale vivente (o lavoro salariato) è la sola fonte di plusvalore, e per questo Marx lo definisce appunto variabile, mentre il capitale morto (o lavoro passato, che si presenta nel processo produttivo come mezzi di produzione, materie prime, ecc.) aggiunge al valore della merce finale solo il proprio valore, che rimane dunque costante in ogni fase della valorizzazione. Il lavoro vivo è una sorta di lievito, in grado di far crescere il valore investito nel processo di produzione, il quale, è bene ribadirlo, è innanzitutto un processo di valorizzazione. «Non bisogna mai dimenticare che nella produzione capitalistica non si tratta direttamente del valore d’uso, ma del valore di scambio, e specialmente del dell’accrescimento del plusvalore. Questo è il movente della produzione capitalistica, ed è una bella concezione quella che, per eliminare le contraddizioni della produzione capitalistica, astrae dalla base della medesima e ne fa una produzione regolata sul consumo immediato dei produttori» (K. Marx, Storia delle teorie economiche, II, p. 546, Einaudi, 1955)
(21) K. Marx, Il Capitale, libro primo, capitolo VI inedito, pp. 47-53, Newton, 1976.
(22) K. Marx, Il Capitale, III, pp.303-316.
(23) Eccone un “plastico” esempio offertoci da Bruno Casati, un nostalgico del “comunismo” togliattiano e del collaborazionismo sindacale alla Di Vittorio: «C’è insomma un’Italia economica, del Lavoro e dell’Impresa, che, se non vuole restare colonia, va ricostruita. Per farlo è necessario recuperare lo spirito della ricostruzione post-bellica, quella che portò alla definizione della Carta Costituzionale fondata sul lavoro [salariato] (e, almeno per i comunisti di Togliatti, fondata sui lavoratori) [sic!] e poi portò al Piano del Lavoro della CGIL di Di Vittorio. Ma, ora come allora, bisogna che la spinta la esercitino il Sindacato, che c’è ma è spento, e un Grande Partito del Lavoro, che invece non c’è e va anch’esso ricostruito dalle macerie» (B. Casati, Il lavoro tra operai digitali e cottimisti del voucher, Sinistrainrete). Quando un nostalgico del “bel tempo che fu” perora la causa di un Grande Partito del Lavoro, la salariata mano di chi scrive cerca subito l’impugnatura del revolver. Vai a capire poi perché!
(24) Ibidem, p. 290.
(25) «Lo sviluppo del capitale fisso mostra fino a quale grado il sapere sociale generale, knowledge, è diventato forza produttiva immediata, e quindi le condizioni del processo vitale stesso della società sono passate sotto il controllo delgeneral intellect, e rimodellate in conformità ad esso; fino a quale forma le forze produttive sociali sono prodotte, non solo nella forma del sapere, ma come organi immediati della prassi sociale, del processo di vita reale» (K. Marx,Lineamenti, II, p. 403, La Nuova Italia, 1978). Come ho scritto altrove, in polemica con Toni Negri e gli altri teorici del Capitalismo cognitivo, il general intellect è in radice l’intelligenza del Capitale. È vero che, come scrive Marx, «Nella sua nuova forma il capitale s’incorpora gratis il progresso sociale compiuto mentre agiva la sua vecchia forma», ma esso può farlo perché «Scienza e tecnica costituiscono una potenza dell’espansione del capitale» (Il Capitale, I). Lo sviluppo capitalistico promuove sempre di nuovo l’espansione del «cervello sociale» (scuola, università, agenzie formative, pubbliche e private, di vario genere, relazioni sociali mediate tecnologicamente e via di seguito), e questo a sua volta accresce direttamente e indirettamente la potenza sociale del Capitale, il quale sa come mettere a profitto lo sviluppo complessivo della sua società. Solo il rovesciamento rivoluzionario del Dominio può rendere possibile il pieno dispiegamento delle tendenze emancipatrici di cui è gravida, e non da oggi, la società borghese.
(26) F. Mortillaro, Aspettando il robot, p. 58, Edizioni Il Sole 24 Ore, 1986.

FONTE: sinistrainrete.info

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