by Eurasia-Rivista.org
Cabinda. Una soluzione impossibile

La Cabinda è una provincia dell’Angola e, dagli Anni Sessanta, la sua popolazione lotta per l’indipendenza nazionale: il Front de Libération de l’Enclave du Cabinda (FLEC) è il principale gruppo indipendentista ma, al proprio interno, è diviso da varie fazioni antagoniste tra loro. In particolare, il presidente del FLEC, Henrique N’Zita Tiago, è stato recentemente costretto a licenziare alcuni dirigenti del proprio gruppo poiché, intenzionati a rinunciare alla lotta armata, chiesero alle autorità statali angolane di riprendere un negoziato di pace, dopo il precedente accordo stabilito nel 2006 a Brazzaville. Nel frattempo, il FLEC ha organizzato numerosi attacchi presso le sedi delle compagnie petrolifere, e non solo, così da guadagnare maggiore visibilità internazionale: infatti, nel 2010, il gruppo indipendentista ha assalito persino l’autobus su cui viaggiava la squadra nazionale di calcio del Togo.

Un territorio ricco di petrolio e di violenze

L’Angola è stata una delle principali colonie portoghesi e attualmente è il più importante produttore di petrolio dell’Africa sub-sahariana dopo la Nigeria, ma nella provincia della Cabinda, che è separata dall’Angola da una striscia di territorio della Repubblica Democratica del Congo, è estratto il 60% del petrolio angolano. Inoltre, l’enclave angolana è ricchissima di oro, di diamanti e di uranio: insomma, si tratta di una regione fondamentale per l’economia dell’Angola. La popolazione della Cabinda è consapevole dell’importanza delle risorse del proprio territorio e, pertanto, ottenere l’indipendenza significherebbe poterle sfruttare direttamente, così da garantire un considerevole flusso di denaro presso un’area abitata da appena 400mila persone.

Con la caduta del regime dittatoriale in Portogallo, la prospettiva dell’indipendenza per le colonie portoghesi divenne decisamente più concreta ma, successivamente, la Guerra Fredda influì intensamente sulla situazione interna della Cabinda: infatti, sebbene i movimenti politici indipendentisti si fusero nel Front de Libération de l’Enclave du Cabinda (FLEC), guidato da Luis de Gonzaga Ranque Franque, al proprio interno si divisero in pro-sovietici e pro-statunitensi. Tale divisione all’interno del FLEC in varie fazioni antagoniste tra loro si riflesse anche nella lotta alla legittima presidenza del gruppo tra Henriques Tiago N’Zita e Luis de Gonzaga Ranque Franque. Dopo la fine della Guerra Fredda, il FLEC tentò di ottenere visibilità a livello internazionale attaccando gli interessi stranieri nella regione, soprattutto quelli delle compagnie petrolifere. Tuttavia, nella Cabinda, non si verificarono solo gli attacchi dei gruppi indipendentisti: nel 2005, un rapporto redatto dall’associazione Associação Cívica de Cabinda, e sottoscritto dall’organizzazione Human Rights Watch, denunciò le violenze commesse dall’esercito angolano ai danni della popolazione civile della Cabinda. In particolare, secondo tale rapporto, le violenze si verificarono per proteggere i lavori di estrazione delle compagnie petrolifere, principalmente della Chevron-Texaco[1]

Una pace instabile

Sebbene dagli Anni Novanta le autorità statali angolane abbiano tentato di negoziare con i gruppi indipendentisti, le trattative non hanno avuto alcun successo, anche a causa della diversità di tali gruppi. Soltanto nel luglio del 2006, a Brazzaville, è stato firmato il memorandum di pace tra le parti in conflitto: il governo angolano e i rappresentanti del Fórum cabindês para o diálogo hanno raggiunto un accordo che avrebbe concesso alla provincia una parziale autonomia sotto il controllo dell’Angola. Tuttavia, nonostante il raggiungimento di questa pace “parziale”, i ribelli del FLEC non hanno mai accettato le condizioni dell’accordo e hanno annunciato nuovi attacchi, al fine di raggiungere la totale indipendenza della Cabinda. Gli attacchi hanno raggiunto un’estesa eco nel 2010 ovvero quando, l’8 gennaio, è stato assalito nella Cabinda l’autobus sul quale stava viaggiando la squadra nazionale di calcio del Togo, che avrebbe dovuto partecipare alla Coppa d’Africa organizzata in Angola. Durante l’attacco, oltre alla morte dell’autista, sono morti due membri dello staff tecnico della squadra togolese, mentre due giocatori sono rimasti feriti. I dirigenti del FLEC, dopo aver rivendicato l’attentato, hanno comunicato di non aver attaccato l’autobus della squadra ma i due veicoli militari che lo stavano scortando e, sebbene abbiano ammesso di aver raggiunto il loro obiettivo poiché sono morti dei militari dello Stato angolano, si sono scusati che l’attacco abbia anche causato la morte di innocenti. [2]

Riorganizzazione del FLEC e il colpo di Stato “massonico”

Recentemente, il gruppo indipendentista ha anche evidenziato la condizione di divisione all’interno della propria dirigenza: nel giugno del 2010, rinunciando a continuare la lotta armata, alcuni dirigenti del FLEC avevano chiesto al governo angolano di aprire i negoziati di una pace “definitiva”. Sebbene le autorità statali angolane abbiano subito accettato la proposta, il presidente del FLEC, Henrique N’Zita Tiago, ha sostenuto di non essere stato minimamente informato dell’iniziativa e, di conseguenza, ha subito licenziato alcuni membri del gruppo indipendentista. Dopo aver rimediato a riorganizzare la dirigenza, Henrique N’Zita Tiago ha sollecitato la popolazione della Cabinda a continuare a lottare tenacemente per la propria indipendenza, per la quale ha lottato sinora ininterrottamente da quasi cinquant’anni.

Tuttavia, la lotta armata tra gli indipendentisti e lo Stato angolano è stata recentemente interferita: infatti, un gruppo di massoni, appartenenti alla Gran Loggia Indipendente d’Italia, è stato accusato nel 2009 di aver ingaggiato dei mercenari per organizzare un colpo di Stato nella Cabinda e, inoltre, di corruzione e di tentata truffa per aver cercato di frodare il fisco. Dopo aver organizzato una ribellione nell’enclave angolana, l’obiettivo del gruppo di massoni sarebbe stato istituire uno Stato indipendente per monopolizzare le esportazioni delle risorse della Cabinda. [3]

* Giacomo Morabito, dottore in Scienze delle Relazioni Internazionali (Università degli Studi di Messina)

Note:

[1] (P. Trincia, Il regno dell’impunità, www.peacereporter.net – 10/02/2005)

[2] (M. Alberizzi, Il capo guerrigliero: « Scuse alla squadra: noi volevamo colpire solo la scorta. Il nemico è l’Angola. », www.corriere.it – 10/01/2010)

[3] (Autore anonimo, Milano, in tribunale la guerra dei massoni: « Reclutavano mercenari per golpe in Africa. », milano.repubblica.it – 04/02/2011)

Commenta su Facebook