Scriveva Orwell: ‘Il linguaggio politico… è mirato a far sembrare vera la bugia, rispettabile l’omicidio e a dare una parvenza di solidità al puro vento’. E oggi…

Redazione

martedì 9 settembre 2014

megachip.globalist.it

di Germana Leoni.

Scriveva George Orwell nel 1946: «Il linguaggio politico… è mirato a far sembrare vera la bugia, rispettabile l’omicidio e a dare una parvenza di solidità al puro vento..»

Ma nemmeno nel suo peggiore incubo avrebbe immaginato una simile deriva e ipotizzato che quasi settant’anni dopo un’immane tragedia, quale l’abbattimento del volo MH17 della Malaysia Airlines, avrebbe potuto essere manipolata e distorta fino a rendere 298 morti strumentali all’agenda geo-politica di Washington e Bruxelles. Una vicenda che ha segnato il punto più alto e drammatico di una campagna propagandistico-mediatica mirata a fabbricare un “mostro” da “sbattere in prima pagina” ad uso e consumo dell’opinione pubblica occidentale. Obiettivo? Spianare la strada ad una nuova campagna di espansione ed eventuale aggressione della NATO a Est. E il mostro, secondo il copione, è naturalmente la Russia di Vladimir Putin.

È una campagna mediatica caratterizzata da un’isteria russofobica degna del peggiore maccartismo. La campagna è costellata da plateali e strumentali menzogne nelle quali nemmeno entriamo.

Fra esse però ne spicca una, particolarmente odiosa, diffusa in prima istanza dalla retorica di Kiev e come tale presa per buona senza nessun controllo dai media occidentali. Trattasi di un immagine che riprendeva un ‘separatista filorusso’ che, sulla zona del disastro, mostrava alle telecamere un pupazzo bianco e nero in stoffa, chiaramente un giocattolo appartenuto a una delle piccole vittime dello schianto.

I media anglo-americani, ancor prima dei nostri, lo avevano presentato come un ‘terrorista’ che innalzava al cielo il suo trofeo, segno inequivocabile della colpevolezza dei filo-russi. [1]

 

In realtà la scena era stata convenientemente tagliata ed estrapolata da una più lunga sequenza che mostrava un gruppo di uomini intenti a ispezionare la zona del disastro e a catalogare gli oggetti ritrovati. Fra questi il ‘mostro’ di turno raccoglieva dal suolo il pupazzo e lo mostrava alle telecamere, azione sulla quale calava opportunamente la scure della censura, onde occultare quanto seguiva e presentare il poveretto come quel campione di perversione ascrivibile solo alla geniade dei filo-russi.

Ma ciò che seguiva mostrava l’uomo che riponeva il pupazzo a terra, si toglieva il cappello in segno di rispetto, si inchinava e faceva il segno della croce. Meglio tagliare quindi….

Questo è solo uno fra i tanti esempi di come le televisioni occidentali abbiano manipolato la vicenda dell’abbattimento del volo MH 17 a reti unificate. A poche ore dalla tragedia, molto prima dell’inizio della stessa inchiesta, avevano già individuato il colpevole, agendo al tempo stesso da giudice e giuria: avanguardie della macchina bellica americana ed europea. Tuonavano: “L’aereo è stato abbattuto da un missile russo.”

Si trattava in effetti di un missile BUK, parte di una sofisticata batteria missilistica terra-aria di fabbricazione russa, ma in dotazione dell’esercito ucraino. Lunghi oltre i 5 metri e in grado di colpire fino a una quota di 14 chilometri, sono necessariamente trasportabili da mezzi cingolati quali camion o carri armati: ben visibili quindi dai satelliti durante il giorno in una zona ultra-monitorata (vi era contemporaneamente un’esercitazione Nato nella zona). Ed è più che eloquente il fatto che Washington non sia mai stata in grado di esibirne le immagini.

I ribelli filo-russi inoltre non sono mai stati in possesso dei sistemi BUK, come confermato dal procuratore generale ucraino Vitaly Yarema al quotidiano Ukrainan Pravda: «Dopo l’abbattimento dell’aereo di linea, l’esercito ha informato il presidente che i terroristi non hanno i nostri sistemi di difesa missilistica BUK…».

I “terroristi” ai quali il procuratore si riferiva, erano naturalmente i separatisti filo-russi, i quali, anche laddove ne fossero entrati in possesso, non avrebbero avuto né le nozioni tecniche né il personale specializzato per lanciarli. Conseguente deduzione della stampa occidentale: i missili sono stati forniti ai separatisti ucraini dai russi stessi. Da qui tutta una serie di conferenze stampa del vice portavoce Dipartimento di Stato con accuse pesantissime ma vaghe del tipo: “riteniamo che… pensiamo che…”. E il 22 luglio Marie Harf, pressata dalle domande di un giornalista, era costretta ad ammettere che le sue informazioni venivano dai… “social-media” (sic sic)

Mille illazioni dunque, ma non una sola prova a conferma delle accuse. Fatta eccezione per un video postato su youtube, il cui audio sembrava immortalare una conversazione nel corso della quale un separatista notificava a un colonnello dell’intelligence delle Forze Armate russe di aver abbattuto un jet di linea per errore. Peccato che, come in seguito appurato, la conversazione fosse avvenuta alle 19.10 del 16 luglio 2014: un giorno prima quindi della sciagura. E la ‘pistola fumante’ spariva per sempre da tutti i notiziari.

Non si capisce inoltre quale interesse avrebbero mai potuto avere i separatisti ucraini, per non parlare dei russi stessi, nell’abbattimento di un volo passeggeri della Malaysia Airlines. La risposta è assolutamente nessuno. Ma qualcun altro avrebbe invece potuto trarne beneficio.

Tempo fa era trapelata la notizia che il volo MH17 e l’aereo presidenziale russo, che riportava a Mosca il presidente, volassero sulla stessa rotta e si fossero intersecati nello stesso spazio aereo più o meno nello stesso lasso di tempo: due aerei del tutto simili per colori e dimensioni.

Che gli ultra-nazionalisti ucraini abbiano attentato alla vita di Vladimir Putin e abbattuto un volo di linea per errore? In tal caso la non ufficiale smentita del governo russo, secondo il quale Putin non volava su quella rotta dall’inizio delle ostilità, potrebbe essere stata solo una dichiarazione di circostanza. Laddove infatti il Cremlino avesse confermato la notizia, avrebbe necessariamente e conseguentemente dovuto reagire. E reazione, in un simile caso, avrebbe significato guerra, che è esattamente ciò che fino ad oggi ha disperatamente tentato di evitare.

Quella del fallito attentato al presidente russo è dunque un’ipotesi da non scartare. Ma ne resta un’altra, un’ipotesi ben più inquietante che si rifa a una strategia ben collaudata, una strategia che segue un vecchio copione e viene da lontano: commettere un crimine da attribuire a un qualsivoglia nemico si voglia discreditare e demonizzare, onde avere in seguito un pretesto per attaccarlo e annientarlo. Nel caso specifico il nemico attuale è la Russia.

Stiamo parlando della “strategia della tensione”, su scala internazionale s’intende.

Quella su scala nazionale l’abbiamo già sperimentata a casa nostra e a nostre spese a Milano (piazza Fontana), a Brescia e Bologna, tanto per fare solo qualche esempio. Si tratta dell’uso deliberato del terrorismo finalizzato all’uccisione di civili e strumentale al raggiungimento di determinati scopi.

È una teoria da prendere almeno in considerazione, soprattutto alla luce delle troppe domande rimaste senza risposta.

Perché, ad esempio, l’aereo è stato costretto dalla torre di controllo a scendere di quota?

Perché nessuno ha indagato sulla sagoma di un caccia apparso sugli schermi radar a scorta del volo solo tre minuti prima del suo abbattimento?

Perché fra Olanda, Belgio, Australia e Ucraina è stato siglato un“patto di non divulgazione” dei risultati dell’inchiesta? In pratica basta il veto di uno dei paesi perché l’indagine sia segretata. Cosa devono nascondere all’opinione pubblica? Forse che non sono stati i separatisti filo-russi (e tanto meno i russi) ad abbattere il Jet? Perché nessuno ne parla più?

E se non sono stati i filo-russi, restano due sole opzioni: o siamo di fronte a un fallito attentato a Vladimir Putin, nel quale è rimasto coinvolto il jet malese per errore, oppure “qualcuno” lo ha deliberatamente colpito per poter incolpare i filo-russi e cominciare a preparare psicologicamente l’opinione pubblica a una futura nuova aggressione militare. E, in questo caso, saremmo davvero nellastrategia della tensione.

È il caso di ricordare che di essa è stata indicata come responsabile la rete Gladio, altrimenti nota come “Stay Behind“, e cioè una struttura occulta paramilitare e di intelligence costituita nel 1958 e finanziata almeno inizialmente dalla Cia. Organizzata clandestinamente in ambito Nato, nella fase della guerra fredda aveva reclutato in funzione anticomunista nazisti e fascisti di ogni sorta.

Secondo lo scomparso scrittore e giornalista investigativo americano Jonathan Kwitny «eserciti segreti come Gladio erano sfuggiti a ogni controllo» – e invece di costituire una forza di contrasto alla minaccia comunista dell’epoca – «erano stati usati da gruppi interessati a promuovere il ritorno del fascismo». [2]

L’esistenza di Gladio nei vari paesi dell’Alleanza Atlantica è stata confermata nel 1990 dallo stesso Giulio Andreotti. [3]

Ed è stata denunciata anche dal Parlamento Europeo, che nella risoluzione del 22 novembre 1990 ha evidenziato come, per oltre 40 anni, l’organizzazione abbia eluso ogni controllo democratico e sia stata gestita illegalmente dai servizi segreti in collaborazione con la Nato, laddove: «in certi Stati i servizi segreti militari sono stati coinvolti in seri casi di terrorismo…»

Fin qui nulla di nuovo dunque, tutto già confermato. Ma, visto che è durata per decenni, è ragionevole ipotizzare che la struttura non sia mai stata sciolta e sia oggi operativa in Ucraina?

Ricordate la telefonata intercettata lo scorso 26 febbraio, all’apice degli scontri di Euromaidan, fra il ministro degli Esteri estone Urmas Paet e Catherine Ashton? Di ritorno da Kiev, Paet aveva rivelato alla Ashton che le indagini in corso avevano concluso che gli stessi cecchini, responsabili della morte di dozzine di civili, avevano sparato anche sulle forze di polizia. E concludeva: «E’ molto forte la convinzione che dietro i cecchini non ci sia stato Yanukovich, ma qualcuno della nuova coalizione».

Tutti sappiamo come è finita la vicenda. Nessuna indagine naturalmente, curiosamente nessuno ha più accennato all’argomento, la colpa di quelle morti è stata attribuita alla polizia antisommossa senza uno straccio di prova e il presidente democraticamente eletto è stato costretto alla fuga, sgombrando il campo al colpo di stato che, a sua volta, ha innestato la rivolta e la guerra civile del Donbass. Missione compiuta?

Sì, secondo il ricercatore, autore e giornalista tedesco-americanoWilliam Engdhal. Citando una fonte dell’intelligence, lo stesso rivela che un’organizzazione militare neo-nazista segreta legata alla Nato aveva giocato un ruolo decisivo nell’attacco dei cecchini e più in generale nella rivolta violenta di Maidan, che a sua volta aveva causato il collasso del governo. Gli stessi cecchini sarebbero stati parte di un gruppo paramilitare di estrema destra conosciuto comeUkrainian National Assembly – Ukrainian People’s Self Defense (UnaUnso). E UnaUnso sarebbe parte integrante di un’organizzazione segreta della Nato,[4] che peraltro trae la sua sola ragione di essere dall’esistenza di un nemico: un nemico da inventare in sua assenza. Leggi: se non c’è più l’Unione Sovietica, c’è pur sempre la Russia.

Ha dichiarato il segretario generale  della Nato Anders Fogh Rasmussen: «Non ci sono dubbi che la Russia sia pesantemente coinvolta nella destabilizzazione dell’Est Ucraina.» L’ex primo ministro danese non aveva dubbi nemmeno nel 2003, quando sentenziava: «L’Iraq ha armi di distruzione di massa. Non è qualcosa che pensiamo, è qualcosa che sappiamo.»

Una bufala naturalmente, ma all’epoca sufficiente a centrare l’obiettivo: a convincere cioè il parlamento danese a votare a favore dell’invasione. Al massimo poi si ritratta, ma solo a miccia innestata. E la bufala che non gli è certo costata la carriera. Nel 2009 è stato promosso alla carica di segretario generale della Nato: l’uomo giusto al posto giusto per decidere i destini dell’umanità.

È finito invece in galera per quattro mesi Frank Grevil, maggiore dell’intelligence militare danese che lo aveva sbugiardato diffondendo documenti riservati come prova. Insomma impunità per chi mente o commette un crimine, e galera o esilio per chi lo espone! L’evidente allusione è a due dei casi più famosi: Chelsea Manning, che marcisce in galera, ed Edward Snowden, riparato a Mosca.

Ma quello di Frank Grevil è un caso più unico che raro, non paragonabile neppure a quello di Daniel Ellsberg (Pentagon Papers). Nel 2009 Grevil sarebbe infatti stato insignito di un’alta onorificenza (Sam Adams Award) per la sua integrità come professionista dell’intelligence e nel 2010 avrebbe firmato una dichiarazione di sostegno a Wikileaks.

A proposito di Wikileaks… Julian Assange è bloccato da tre anni all’interno dell’ambasciata ecuadoregna di Londra, non consentedogli il governo britannico il passaggio verso il paese di asilo. Analogo comportamento è riscontrabile solo nell’Unione Sovietica, che aveva costretto il cardinale Jozsef Mindszenty alla segregazione nell’ambasciata americana di Budapest dal 1956 al 1971, impedendogli di raggiungere gli Stati Uniti, che gli avevano offerto asilo politico.

Ha commentato al riguardo Paul C. Roberts, ex assistente segretario al Tesoro di Ronald Reagan ed ex redattore del Wall Street Journal e di Business Week: «Per essere onesti e guardare in faccia la realtà, dobbiamo concludere che l’Unione Sovietica non è collassata. Si è solo spostata a Washington e Londra».

NOTE:

[1]    TGCOM24, ad esempio, diffondeva l’immagine alle 19.45 del 27 luglio.

[2]    The Nation – “The Cia’s Secret Armies in Europe” – di Jonathan Kwitny – 6 aprile 1992.

[3]    Al riguardo si veda il saggio dello storico svizzero Daniel Ganser: Nato’s Secret Armies – Operation Gladio on Terrorism in Western Europe.

[4]    Ukraine: Secret Neo-Nazi Military Organization Involved in Euromaidan Sniper Shootings – F. William Engdhal – Global Research – 3 marzo 2014.

 

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