La guerra di Libia è un caso da manuale. Chiunque fosse interessato ad approfondire il rapporto tra comunicazione e conflitti del XXI secolo, dovrebbe studiarlo. L’ultimo numero speciale di Limes, dedicato alla vicenda libica parla di collasso dell’informazione, di domino della narrativa, di una vera e propria campagna di disinformazione costruita ad arte per legittimare la guerra umanitaria. Karim Mezran – saggista e direttore del Centro studi americani – è autore di uno degli articoli presenti nel numero, non a caso intitolato “Glossarietto delle bufale belliche”. Un viaggio nelle imprecisioni linguistiche del giornalismo, ma anche nelle manipolazioni di Al Jazeera, che ha costruito un universo immaginario decisivo nel creare il clima d’opinione favorevole alla guerra

“Al Jazeera” si è posta come portavoce della primavera araba. Eppure il proprietario del network è il Qatar, che non è propriamente una democrazia. Che ruolo ha avuto questa emittente nel caso libico?

Lo stato più assolutista del Medioriente detiene la proprietà della televisione del canale satellitare più “liberalista” che ci sia. Al Jazeera addirittura provoca con la propria campagna stampa autentiche rivolte e destabilizzazioni in tutta la regione. Sulla Tunisia ho avuto pochi ritorni, c’è stata una rivolta spontanea proveniente dall’interno ma subito sequestrata dalle elites di Tunisi e dalla media borghesia che male vedevano la corruzione del gruppetto di potere di Ben Ali. Bisogna ancora vedere gli effetti di ciò che è successo. Sull’Egitto, invece,ha spinto di più. Ha mandato i suoi inviati in giro. Anche lì si è visto qualche tentativo di sobillare le folle dicendo che migliaia di sostenitori di Mubarak a cavallo e cammelli attaccava i manifestanti in piazza. In realtà erano poche dozzine, a detta dei testimoni. Ma al di là di queste incongruenze era difficile rilevare chissà quali campagne mediatiche. Fin lì i giornalisti di Al Jazeera hanno fatto il loro lavoro, magari hanno amplificato un po’ l’eco della manifestazione e della repressione, ma restando nei limiti. Questa, almeno, era la mia impressione. Poi, però, è scoppiata la vicenda libica e lì mi si è aperta una voragine. La Libia è l’unico caso in cui ho la possibilità di controllare direttamente le informazioni. Qui posso dirlo con certezza. Fin dagli inizi sulla Libia è partita una campagna informativa ad altissimi livelli.

Ricordiamo ancora i diecimila morti e le fossi comuni annunciate con enfasi dai media. Si è rivelata una menzogna. Però ha predisposto l’opinione pubblica all’intervento militare, no?

Le fosse comuni è la menzogna più clamorosa. Tutti i nostri giornalisti hanno preso una bufala. Quelle erano le fosse del cimitero di Tajoura, si vedeva il cemento delle coperture. Una menzogna allucinante. Ho provato a chiamare anche il direttore di Repubblica per invocare un minimo di controllo sulle notizie. Nessuno controlla niente, si acchiappa tutto. I giornali prendono a bocca aperta qualunque cosa Al Jazeera dica. E ci siamo dimenticati i mercenari che ammazzavano la gente a Bengasi, stando sempre a quel che stampa e televisioni riportavano nei primi giorni? Si è scoperto che erano gli operai di un cantiere edile, aizzati dal proprietario contro i dimostranti che volevano dare fuoco. Una delle foto di questi presunti mercenari congolesi ritraeva in realtà un operaio nero con un casco giallo. Si disse pure di bombardamenti su Tripoli ordinati da Gheddafi. Nessuno ha sentito nulla. Tripoli non è Manhattan, se degli aerei bombardano, la gente se ne accorge. I giornalisti andarono negli ospedali per vedere le vittime. Non trovandone, dissero che il regime aveva fatto portare via i cadaveri. E, ancora, le pile di cadaveri al mercato di Tajoura… Mia zia abita lì di fronte, aveva fatto la spesa come sempre, non ha visto nulla, né nessuno ha detto qualcosa. Si è detto che ai bordi di una superstrada c’erano cadaveri ammucchiati… mio cugino la fa tutti i giorni per andare a lavorare, non ha visto nulla. Tutte queste false notizie sono state date la prima settimana. Poi ho smesso di stargli dietro. E’ scoppiata la guerra e da quel momento è diventato difficile controllare. Tra l’altro, se ci fossero stati diecimila morti in Libia, i feriti sarebbero stati almeno trentamila, facendo un semplice calcolo statistico. In un paese come quello avrebbe significato ospedali straripanti. La popolazione ammonta a sei milioni di abitanti, perlopiù sparsi in un territorio vastissimo. Per fare diecimila morti ce ne vuole… Ho avuto modo di parlare con Alberto Negri che è stato tre settimane a Bengasi. Mi ha detto che gli unici morti che ha visto sono ventitré soldati di Gheddafi fatti secchi da un missile Tomahawk. Purtroppo i corrispondenti che vanno sul posto si limitano a riportare voci che acquistano consistenza mano a mano che vengono passate dagli uni agli altri.

Si sono impantanati in una guerra che non ha vie d’uscita. E ora?

Non hanno capito niente di quello che succede. Gli americani, che pure non riescono a resistere alle guerre umanitarie, quando sono arrivati sul posto – ci hanno mandato la Cia – si sono resi conto che la situazione non era come gliela aveva raccontata Sarkozy e si sono defilati.

La patata ora è nelle mani di francesi e inglesi, con il governo italiano che s’è accodato…
Non è una patata, semmai un tortino. E’ quello che cercavano, volevano papparsi il paese. Non è – come cerca di convincerci Bernard-Henri Lévy – una campagna umanitaria. Se non riescono a uscirne è solo perché hanno toppato. Ma c’è stata una manovra con un ruolo di Sarkozy. La rivolta spontanea di Bengasi ha costretto ad anticipare i tempi di un colpo di stato che era in preparazione. I libici lo sapevano, c’erano stati incontri tra uomini del regime e servizi segreti francesi. Ora, siamo tutti addestrati a non credere nelle teorie complottistiche, ma qui qualcosa di strano è accaduto. La caserma di Aderna, dalla quale sono state prese le armi, non è stata attaccata da dimostranti in erba.

C’è anche una questione di diritto internazionale. Questa è un’ingerenza bella e buona nella sovranità di uno Stato, o no?

Io sono l’ultimo che difenderebbe Gheddafi, figuriamoci. Ma – tanto per fare un esempio – se per ipotesi la comunità cubana della Florida decidesse di fare una secessione e di marciare alla volta della città di Tallahassee, sparando sui poliziotti, l’esercito americano cosa farebbe? Gheddafi ha mandato l’esercito a reprimere un’insorgenza armata come avrebbe fatto un qualsiasi altro Stato. Che sia un delinquente d’accordo, ma qui c’è stata un’improvvisa delegittimazione di un regime fino a ieri in ottime relazioni diplomatiche con tutti i paesi occidentali. Ed è accaduto tutto nel giro di quarantott’ore di bombardamento di notizie infondate.

Ma, insomma, c’è stata una sintonia o, quanto meno una reciprocità, tra le mire politiche di Francia & Co e la campagna mediatica di “Al Jazeera”?

Può essere una coincidenza, ma è anomala. Strano, ma non vogliamo sospettare di tutto. Una grancassa mediatica pazzesca e guarda caso, Sarkozy si erge a custode dei diritti umani contro il criminale Gheddafi.

Qual è lo scenario futuro più probabile, ora? In Libia c’è una guerra civile, un paese spaccato, o no?

Sì, ma i media non la rappresentano come una guerra civile, continuano a parlare di una rivolta popolare contro un regime repressivo che ha dalla sua parte soltanto schiere di miliziani tribali. La narrazione è questa: Gheddafi con i suoi mercenari contro il popolo insorto. Il ruolo dei media è stato decisivo. Ripeto, un regime legittimato da tutti a livello internazionale, che viene abbattuto in pochi giorni da parte della stampa.

I media hanno avuto un ruolo non solo nel legittimare la politica dei paesi occidentali. Un’influenza l’hanno anche sulle società civile dei paesi arabi e in qualche caso sono anche diventati attori interni alle proteste. Come mai hanno conquistato questo ruolo? C’è un vuoto di egemonia, hanno sostituito i partiti, mancano i movimenti, cosa succede?

Tutte queste cose messe assieme. Non c’è nulla, poi arriva una tv che si dichiara libera – sulla base di non si sa quale criterio – e si innesta nel vuoto delle società mediorientali e producono la loro
“narrazione”. Da questo punto di vista, Al Jazeera e Al Arabiya hanno compiuto una vera e propria rivoluzione mediatica. Positiva per certi aspetti, ma negativa per altri, nella misura in cui la loro azione diventa un’ingerenza nella sovranità degli Stati. Limitiamoci a ricordare quello che dovrebbe essere il dogma del giornalismo, e cioè la cautela e il controllo delle fonti. L’uso di Twitter e la presenza dei blogger ha reso il controllo dell’informazione molto più difficile. Ormai basta che su un blog si riporti una voce di presunti massacri per mettere in moto una campagna mediatica.

Viene da chiedersi: sono i mezzi di comunicazione che non funzionano come si deve, magari condizionati dalla velocità e dalla catena di montaggio delle notizie, oppure in questo caso c’è stata una campagna mediatica diretta dall’alto?

Sempre nei primi giorni della vicenda libica mi è capitato di vedere una trasmissione su Repubblica tv. A un certo punto mandano un’intervista a un contatto del luogo. Era uno sconosciuto imprenditore di Bengasi che ha detto una serie di fandonie. Asseriva di aver visto corpi fatti a pezzi e gettati dalle finestre, centinaia di giovani bengasini che avanzavano a petto nudo contro i carri armati. Come si fa a costruire notizie in questo modo? Secondo me, per venire alla domanda, sì, c’è stata una campagna orchestrata. La disinformazione è stata troppo massiccia. Sulla base di tutte queste informazioni sbagliate Sarkozy, improvvisamente celere, salta su e decide che Gheddafi è un criminale di guerra, e non per i quarant’anni di potere precedenti, ma per le fesserie dette e scritte nel giro di una settimana. E’ questo che fa imbufalire. Ma come, l’avete trattato come un fratello, l’avete ricevuto con tutti gli onori agli Champs-Élysées malgrado quarant’anni di massacri e mistificazioni, e poi, sulla base di quattro fesserie di Al Jazeera l’avete condannato per reati di guerra, bloccando di fatto ogni iniziativa diplomatica di pace?

Tonino Bucci 06/05/2011

Sotto l’ intervista a Amedeo Ricucci, giornalista RAI.

 

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