BREVIARIO DEL CAOS
(parte terza)
Poiché la morte è il senso di ogni cosa, è lecito supporre che la Storia, essendo incominciata, dovrà finire. Ci fu un mondo prima della Storia e si presume che la Storia, essendo viva, non abbia il privilegio dell’eternità, mentre la Salvezza ha inizio dove cessa la nostra Storia. Giacché la Metafisica esisteva da ben prima della Storia e l’uomo è anzitutto un animale metafisico, lo era da almeno centomila anni quando si è aperta la parentesi della Storia, e quando si sarà richiusa, l’uomo vivrà senza di essa, con il proprio fine ultimo. Allora e soltanto allora la Storia acquisterà senso acquistando forma e, divenuta un tutto, sarà oggetto delle meditazioni senza tempo della specie, ma oggi possiamo solo interrogarci su di essa e subirla al pari delle nostre opere, pur sapendo che ci porta alla rovina. In verità noi corriamo verso la morte lungo un piano sempre più inclinato, le rotoliamo incontro, ci precipitiamo verso di lei, ebbri e consenzienti, perché quanto più gli uomini sono virili, tanto meno temono di perire e tanto più la morte sembra loro una festa in cui sono riposte le loro ragioni di vita. Giacché lo scotto delle nostre virtù sarà sempre soltanto l’olocausto.
Non potremo cambiare le nostre città se non distruggendole, fosse pure insieme agii uomini che le popolano, e verrà il giorno in cui plaudiremo a quest’olocausto. Allora non indietreggeremo più davanti a nulla e faremo a chi si mostrerà più barbaro, diventeremo i sacerdoti del caos e della morte, la nostra vittima sarà l’ordine e lo immoleremo perché cessi l’assurdo, supereremo i flagelli naturali raddoppiandone la perniciosità. In questo modo puniremo coloro che sono nati indesiderabili e che si illudevano di continuare a moltiplicarsi, insegneremo loro che vivere è un abuso, mai un diritto, e che meritano di morire, perché occupano troppo posto aumentando la “bruttezza del mondo, oberato di uomini in soprannumero. Noi vogliamo restaurare e perciò progettiamo di distruggere, vogliamo ritrovare un’armonia e perciò armiamo il caos del nostro amore, vogliamo rinnovare tutto e perciò non risparmieremo più nulla. Giacché se i viventi scelgono di essere insetti e di pullulare nelle tenebre, nel frastuono e nel tanfo, noi siamo qui per impedirglielo e salvare l’Uomo sterminandoli.
Quando gli uomini sapranno che non vi è più rimedio se non nella morte, benediranno coloro che li ammazzano, perché così non dovranno uccidersi da sé. Poiché tutti i nostri problemi sono insolubili e altri se ne aggiungono in continuazione a quelli che non riusciamo già più a risolvere, bisognerà pure che la smania di vivere in cui ci consumiamo si esaurisca e la prostrazione faccia seguito all’ottimismo criminale, che mi pare l’ignominia di questi tempi. La prosperità dei paesi ricchi non durerà eternamente in un mondo che affonda nella miseria assoluta, e poiché è troppi) tardi per far sì che ne esca, essi non avranno altra scelta che sterminare i poveri o essere poveri a loro volta, e nel caso in cui decidano per la soluzione più barbara, neanche loro eviteranno più il caos e la morte. Quindi, qualunque cosa si intraprenda, si arriverà solo all’orrore, e poiché l’ingegno dei mezzi non si comunica a noi, ineluttabilmente seguiremo Icaro nella sua caduta o Fetonte nel suo abisso, non credo più nel futuro della scienza, e poiché il mutamento dell’uomo non è che un’ingannevole chimera, i nostri discendenti dovranno riprendere il sopravvento sul caos e sulla morte in cui noi ci perderemo.
Il mondo è brutto, lo sarà sempre di più, le foreste cadono sotto la scure, le città dilagano inghiottendo ogni cosa e dappertutto i deserti si espandono, anche i deserti sono opera dell’uomo, la morte della terra è l’ombra che gettano a distanza le città, e ora vi si aggiunge la morte dell’acqua, poi sarà la morte dell’aria, ma il quarto elemento, il fuoco, rimarrà perché gli altri siano vendicati, è per opera del fuoco che noi moriremo a nostra volta. Stiamo andando verso la morte universale e i più accorti lo sanno, sanno che non vi è rimedio a queste calamità scatenate dalle opere, essi sono tragici tra i frivoli, osservano il silenzio in mezzo ai ciarloni, lasciano sperare agli uni ciò che gli altri promettono loro, non si danno più pensiero di avvertire i primi né di, confondere i secondi, ritengono che il mondo meriti di perire e che la catastrofe sia preferibile a questo rigoglio nell’orrore assoluto e nella laidezza totale, che ci saranno risparmiati solo a prezzo della rovina. Ben venga allora la rovina, e la dissoluzione si compia! Preferiamo l’irreparabile alla sopravvivenza in un aborto perpetuo.
Tutto si sgretola e tutto si disgrega, le nozioni – che ritenevamo acquisite – si disfanno, il grande rivolgimento ha inizio e tutti distruggono gli strumenti di cui si servivano i nostri padri. Nei paesi in cui regna la censura ci si affanna a negar e l’evidenza; nei paesi in cui è stata abolita si dice qualsiasi cosa: la differenza appare impercettibile, giacché mentire o perdersi è lo stesso, e si suppone che chi mente andrà a raggiungere un giorno o l’altro chi si è perduto. Le Muse hanno abbandonato la Terra e ormai da parecchie generazioni le belle arti sono morte, gli impostoli hanno campo libero e mai se ne videro di più incredibili, ma la cosa più triste è che coloro che si oppongono alla loro impostura non hanno niente da proporci, nient’altro che banalità. Le nostre città sono incubi, i loro abitanti diventano simili alle termiti, tutto ciò che si edifica è di una bruttezza mostruosa e noi non sappiamo più costruir e templi, palazzi o tombe, piazze trionfali o anfiteatri. A ogni passo la vista è offesa, l’orecchio assordato e l’olfatto messo a dura prova, presto ci chiederemo: «A che serve l’ordine?».
Diecimila leghe non ci faranno avanzare di un passo, visto che il mondo è sempre di più lo stesso, a parte la miseria, che crea un po’ di differenza tra le nazioni. A che prò viaggiare? A che prò evadere? Altrove noi ritroviamo tutto”quello che lasciamo qui, la prigione torna a chiudersi e ne usciremo solo morti, la Luna e i Pianeti sono inabitabili. E mai possibile credere ancora nella bontà del Cielo, quando gli Infèrni sono una miriade, Inferni di fiamme come Infèrni di ghiaccio? Che razza di Creazione è mai questa in cui la vita non è che un epifenomeno e l’uomo un accidente? Che razza di ordine naturale è mai questo in cui per una sola riuscita mille aborti preludono a mille agonie? Il Bello, il Buono, il Giusto e tutto quello che giudichiamo mirabile non sono il riflesso di una Provvidenza – ahimè – immaginaria, ma qualcosa che si genera in noi, ha le sue radici solo in noi, e non dobbiamo pili cercarne altrove il modello e il fine, esso è frutto della nostra stessa sovrana eccellenza, esso prova altresì che gli uomini non possono essere eguali e che c’è un abisso tra la massa di perdizione, fatta a immagine del caos e sempre degna di perire, e gli eletti, nei quali albergano la luce e l’ordine.
I nostri scienziati riempiranno il mondo di giocattoli costosi, sono bambinoni che giocano a violentare la natura, e che noi ammiriamo talvolta a torto, visto che i servigi che ci rendono sono sempre più discutibili. Nessuno ormai può prevedere dove ci portino questa o quella scoperta, sono altrettante strade aperte alla Fatalità e non più al genere umano, per quanto la sorgente sgorghi fra le nostre mani, il corso del fiume ci sfugge, il mondo ridiventa inconoscibile e noi non possiamo prenderne atto, a meno di accasciare i semplici, che si attendono il miracolo, non la catastrofe. Un riassetto è ormai impossibile, il mondo è in brandelli, né è più immaginabile una sintesi nel pieno di un cambiamento perpetuo, bisognerebbe arrestare il movimento per poter considerare metodicamente tutto con distacco: ma non è in nostro potere frenare il flusso che ci travolge, i più accorti sentono da anni che è troppo tardi, stiamo andando verso il caos, stiamo andando verso la morte, stiamo preparando la più colossale catastrofe di tutta la Storia, quella che chiuderà la Storia e da cui i sopravvissuti saranno segnati sino alla fine dei tempi.
Noi odiamo un mondo pieno di insetti, e chi ci assicura che sono uomini mente: la massa di perdizione non è mai stata costituita da uomini, ma da reprobi, e perché mai un automa spermatico dovrebbe essere il mio prossimo? Se il mio prossimo deve essere questo, allora dico che non esiste e che è mio dovere non assomigliargli in nulla. La carità è solo un raggiro e coloro che me la vogliono insegnare sono miei avversari, la carità non salva un mondo pieno di insetti, che sanno soltanto divorarlo imbrattandolo con il loro lerciume: non si deve né prestar loro assistenza né ostacolare le malattie che li decimano, più ne muoiono e meglio sarà per noi, giacché non avremo bisogno di sterminarli. Stiamo entrando in un futuro barbaro e dobbiamo armarci della sua barbarie, per adeguarci alla sua dismisura e resistere alla sua incoerenza, non abbiamo altra scelta che mantenere o abdicare, non abbiamo altra scelta che contenere o cedere, dobbiamo colpire oggi chi colpirebbe domani, questa è la Tegola del gioco, e coloro che ci implorano ci punirebbero subito per averla dimenticata.
A che prò illuderci? Diventeremo atroci, verranno a mancarci terra e acqua, forse verrà a mancarci l’aria e ci stermineremo per campare, finiremo per divorarci l’un l’altro e i nostri spirituali ci faranno compagnia in questa barbarie, siamo stati teofagi e saremo antropofago, non sarà che un ulteriore compimento. Allora si vedrà, e in modo lampante, quanto avevano di barbaro le nostre religioni: e sarà l’incarnazione dei nostri imperativi categorici, la presenza fattasi reale dei nostri dogmi, la rivelazione dei nostri misteri spaventosi e l’applicazione delle nostre leggende sette volte più disumane delle nostre leggi penali. Le arti ci nascondevano questi orrori funebri e sanguinosi, domani assaporeremo questi orrori nella loro crudezza, ne moriremo, i rari superstiti li proscriveranno insieme con i mostri che li accreditano e li perpetuano. Che cosa sono mai i nostri mezzi più micidiali paragonati alle nostre tradizioni? E queste tradizioni, alle quali teniamo più che a noi stessi, troveranno mezzi ormai alla loro altezza e ci costringeranno, per la prima volta, a porgere la gola, affinché tutto sia consumato.
Siamo alla fine dei tempi e perciò tutto si dissolve, il nostro futuro si annuncia moltiplicando i disordini, la lezione della Storia è che il cambiamento si paga e il prezzo della metamorfosi è il più alto che ci sia: ora, noi ci trasformiamo, fosse pure nostro malgrado, non sappiamo che cosa diveniamo e le parole che servono a definirci ci abbandonano strada facendo. Le forme si aprono e i contenuti sfuggono, i pesi e le misure sono falsati, il giudizio degli uomini più accorti si smarrisce e la bassa lega trionfa impunemente insieme agli impostori che la accreditano. Le nostre lingue degenerano e le più belle si fanno brutte, le più conosciute si fanno oscure, la poesia è morta, la prosa può solo scegliere tra il caos e la banalità. Le arti sono svanite già da molte generazioni e i nostri artisti più rinomati assomigliano solo a grandi saltimbanchi, che il futuro disprezzerà. Non sappiamo né costruire né scolpire né dipingere, la nostra musica è un abominio, e perciò restauriamo i monumenti antichi anziché distruggerli, perciò diveniamo conservatori di tutti gli stili, duplice ammissione di impotenza.
La simultaneità degli stili accresce la confusione delle forme, il secolo ha voluto scegliere tutto e perciò non abbiamo trovato niente, siamo come i moribondi, la Storia ci sì rivela interamente facendoci toccare il fondo della nostra impotenza. In verità, siamo in piena agonia nel momento in cui sopravvalutiamo la nostra forza, perché una forza che non conosce se stessa ha come fine il caos. Il nostro futuro è una passione, e malgrado la smania che ci anima, la mancanza di coesione ci impedirà di giungere ad alcunché, insomma giriamo in tondo, diventando preda di contenuti mentali più liberi di noi. Siamo ormai perduti, abbiamo rinunciato all’idea di sintesi e arriviamo al punto di supporre un accomodamento tra l’ordine e l’incoerenza, crediamo di poter sopravvivere impunemente a ciò che ci distrugge, siamo in brandelli e lo vedremo alla prima prova, non ci ristabiliremo più e l’orrore ci attende, un orrore indicibile, che lascerà intatto solo l’elemento intemporale, di cui non abbiamo cognizione. Giacché stiamo per morire insieme con le nostre opere e per causa loro.
Elevo un canto di morte sull’universo, e prevedo l’annientamento da un polo all’altro del mondo che abitiamo e di quelli che ci hanno preceduto e che stiamo finendo di portare alla luce affinché siano distrutti insieme con il nostro. Le cento e più città morte che abbiamo risuscitato da un capo all’altro dell’universo moriranno una seconda volta, senza resurrezione possibile, e se ne perderà anche il ricordo, i nostri musei saranno distrutti insieme con i tesori che contengono. Tutte le nazioni perderanno il loro passato, poiché la specie umana non può sopravvivere se non si osserva questa condizione preliminare, ognuna di esse deve immolare le sue profusioni, le sue leggende, le sue speranze. Questo è il senso del Giudizio Universale, in cui compariremo nudi, per ritornare sia nel nulla sia nella vita nuova, allora vedremo se i fedeli delle religioni rivelate, che da tanti secoli le loro tradizioni preparano alla prova, vorranno spropriarsi di buon grado e rispettare i loro impegni, ammireremo il loro spirito di sacrificio. Elevo un canto di morte e saluto il caos che sale dall’abisso e il terrore antico riemerso dal profondo dei tempi!
Canto il caos con la morte, la morte e il caos stanno per celebrare il loro matrimonio, l’incendio dell’ecumene illuminerà le nozze, le nostre città andranno in rovina e le loro case saranno la tomba degli insetti che le popolano e le insozzano. Giacché la soluzione dei nostri problemi sarà il fuoco, solo il fuoco ci libererà di mille paradossi insolubili e farà crollare le mura del labirinto in cui vaghiamo in preda all’equivoco, è nel fuoco che si concentra ormai la nostra speranza. Noi aspiriamo alla semplicità, la semplicità verrà a noi quando il caos sarà passalo, quando la morte avrà trionfato, quando non resterà che un uomo dove se ne vedevano brulicare a centinaia, quando la “ferra, quasi vuota, sarà restituita alla verginità, nel tempo beato in cui le foreste inghiottiranno i resti carbonizzati delle città, in cui le acque rinasceranno e i fiumi scorreranno di nuovo trasparenti, nel futuro in cui non vi sarà più massa, perché ogni massa è una massa di perdizione. Il caos e la morte ce ne separano, ma noi non temiamo né la morte né il caos, è l’universo attuale quello che aborriamo e che non vogliamo più, per nessuna ragione.
Noi invochiamo il caos e la morte sull’universo attuale e plaudiamo alla loro venuta, la perpetuità dell’ordine sarebbe peggiore, e se esso non si disgregasse, tramuterebbe gli uomini in insetti. La massa di perdizione: ecco il peccato dell’ordine, e se la massa ha invaso tutto, contaminato tutto, deterioralo tutto, ammorbato tutto, offuscato tutto, se ha reso tutto peggiore del caos stesso al punto da rendere il caos più desiderabile è perché l’ordine aveva bisogno di lei. L’ordine, che noi serviamo e che ci manda al supplizio, l’ordine ha bisogno di produttori e di consumatori, non già di uomini integri, gli uomini integri lo intralciano, a loro esso preferirà sempre gli aborti, i sonnambuli e gli automi, questa è la sua colpa, l’ordine è insieme peccatore e criminale, noi gli dobbiamo soltanto le fiamme, è grazie al fuoco che l’ordine morirà. Santo, santo, santo è il fuoco, che ci libererà dal mostro e dalle sue opere mostruose! Com’è amabile il caos vendicatore! E com’è bella la morte seconda! E come siamo lieti di attenderli e di sapere che l’uno e l’altra sono inevitabili! In verità, noi siamo già ora i conformisti del nostro domani.
L’ordine è fragile e anzi lo è sempre di più, perché riflette la sua dismisura e non supera la sua incoerenza, l’ordine è gravido della sua morte, perché riflette la sua soggettività sempre più caotica e sempre più destituita di qualsiasi ragione d’essere. I superstiti della prossima catastrofe chiameranno mondo alla rovescia quello che abitiamo, un mondo sempre più assurdo a forza di conformarsi a un ordine inaccettabile e che manteniamo a scapito del nostro fine ultimo. Giacché ritorno non è quaggiù per produrre e per consumare, produrre e consumale sono sempre stati soltanto un fatto accessorio, ciò che conta è essere e sentire che si esiste, il resto ci abbassa al rango di formiche, di termiti e di api. Noi rifiutiamo la sorte di insetti socievoli alla quale le ideologie di moda ci votano, preferiamo il caos e la morte, e sappiamo che sono in cammino, sappiamo che le nostre ideologie, dal canto loro, si precipitano immancabilmente incontro alla morte e al caos, quando si illudono di instaurare il Paradiso in Terra, il Paradiso perduto che ritroveremo sulla tomba delle masse, delle masse di perdizione.
Siamo già troppo numerosi per vivere, per vivere non da insetti ma da uomini; noi moltiplichiamo i deserti a forza di esaurire il suolo, i nostri fiumi sono ridotti a sentine e l’oceano entra a sua volta in agonia, ma la lède, la morale, l’ordine e l’interesse materiale si uniscono per condannarci alla tribù: alle religioni occorrono fedeli, alle nazioni difensori, agli industriali consumatori, il che significa che a tutti occorrono bambini, non importa quello che ne sarà una volta diventati adulti. Ci spingono incontro alla catastrofe e non possiamo mantenere i nostri fondamenti se non andando alla morte, mai si è visto paradosso più tragico, mai si è vista assurdità più palese, mai ha ricevuto più universale conferma la prova che l’universo è una creazione del caos, la vita un epifenomeno e l’uomo un accidente. Non abbiamo mai avuto nessun Padre in Cielo, siamo orfani, sta a noi comprenderlo, a noi uscire dall’infanzia, a noi rifiutarci di obbedire a chi ci fuorvia e immolare chi ci vota all’abisso, giacché nessuno ci redimerà se non ci salveremo da soli.
Ma a che serve predicare a quei miliardi di sonnambuli che vanno verso il caos con passo uniforme, sotto il pastorale dei loro seduttori spirituali e sotto il bastone dei loro padroni? Sono colpevoli perché innumerevoli, le masse di perdizione devono morire affinché una restaurazione dell’uomo sia possibile. Il mio prossimo non è un insetto cieco e sordo, il mio prossimo non è neanche un automa spermatico, il mio prossimo non sarà mai un anonimo in preda a idee oscure e confuse, questi sono i vari aborti dell’uomo e noi lasceremo che confondano nella notte la loro gioia e il loro dolore egualmente assurdi. Che ci importa del nulla di questi schiavi? Nessuno li salva né da se stessi né dall’evidenza, tutto si appresta a farli precipitare nelle tenebre, furono concepiti dai capricci degli accoppiamenti, poi nacquero alla stregua di mattoni che escono dallo stampo, ed eccoli formare file parallele in cumuli che arrivano alle stelle. Sono uomini? No. La massa di perdizione non si compone mai di uomini, giacché l’uomo ha inizio soltanto a partire dal momento in cui la folla, tomba dell’umano, si estingue.
Potremo ricostruire l’universo quando sarà distrutto e gli uomini saranno divenuti più rari delle cose. Allora e soltanto allora il nostro Umanesimo non sarà più una vana parola in mezzo ai sordi e ai ciechi, giacché non moriremo più pei’ il solo l’atto di udire e di vedere, come avviene ai nostri giorni, in cui non ci è concesso di concepire noi stessi nel timore di occupare troppo posto. Dove l’uomo è in eccesso, l’alienazione è il primo dovere, e le moltitudini lo adempiono, esse sono alienate e consenzienti ad un tempo, sono impotenti e possedute. Potremo ricostruire l’universo sulla tomba delle masse di perdizione, quelle masse generate dal caos e votate alla morte, che tutti i salvatori messi insieme, moltiplicati per mille, non riusciranno più a tirar fuori dall’abisso, giacché la salvezza non ha più senso quando si è in molti miliardi a pretenderla. Non si raddrizzano i mattoni in un muro, e l’ordine è un caos di muri che formano ormai un labirinto. Che cos’è l’uomo lì dentro? Un elemento sostituibile senza difficoltà, un elemento intercambiabile, sfornato in massa da un medesimo stampo.
I nostri peggiori nemici sono coloro che ci parlano di speranza e ci prospettano un futuro di gioia e di luce, di lavoro e di pace, in cui i nostri problemi saranno risolti e i nostri desideri appagati. A loro non costa niente rinnovare le promesse, ma a noi costa enormemente ascoltarli, e quel che abbiamo da guadagnarci sono solo idee sbagliate, più andiamo avanti e più queste idee diventano dominanti e più il giogo dell’equivoco ci piega, noi vacilliamo sotto un cumulo di nozioni o- scure e confuse, che vorrebbero essere scientifiche e ci fanno smarrire il ricordo di tutto quello che da ormai tre secoli ci aveva disincantati. La logomachia, chiamata dialettica, permette di dimostrare qualsiasi cosa, secondo le necessità del momento e l’interesse dei suoi dimostratori, perché abolisce i punti di riferimento insieme con le possibilità di resistenza: è la macchina per produrre il caos, fosse pure in nome dell’ordine, è davvero l’ultimo sforzo del nostro intelletto messo al servizio dell’assurdo e grazie al quale, la dissoluzione ha campo libero, con i suoi promotori che saranno gli ultimi a perire, dopo aver immolato tutto, continuando a sentirsi importanti nel nulla.
L’ordine prepara metodicamente la propria liquidazione osservando la disciplina che ci predica; gli scienziati moltiplicano le scoperte e l’ordine se le appropria, in preda alla follia; insomma, tutto si mette al peggio e noi perseveriamo, in nome della morale e della fede, nelle strade che a esso conducono; le tradizioni rivaleggiano in impostura e le invenzioni in malvagità, non sfuggiremo più a tale concorso di cose e l’ordine presiede all’accomodamento, in fondo al quale si spalanca il precipizio. L’assurdo ha la sua logica e noi ne sposiamo le fasi, magari crediamo di improvvisare, mentre non facciamo nulla che non rimandi a quel piano generale, che – senza volere – mettiamo in atto: è un meccanismo le cui migliaia e migliaia di ingranaggi discettano a lungo su una libertà che ritengono attributo dell’uomo, con l’ordine che si accontenta di farsene assurdamente portavoce. Siamo ciechi per dovere e ci affidiamo all’ordine, più cieco di noi e persuaso di essere chiaroveggente: è un raggiro a partita doppia e ormai nessuno sfugge al fallimento che tale operazione prepara in egual misura a tutti i popoli.
Le lezioni della Storia sono piene di eloquenza, ma noi non vogliamo più farci illuminare da esse, noi ricusiamo la Storia, al solo scopo di poter negare l’evidenza e di perseverare nelle nostre illusioni, noi crediamo nel miracolo, fosse pure abbandonandoci alla fatalità, ci lasciamo andare a ciò che ci trascina, sperando in un cambiamento che nulla giustifica, tranne la fede che abbiamo nell’utopia. È una sorta di delirio, che si è impadronito delle menti più fredde, più matematiche e più ciniche, è questo Io scotto che pagano all’idealismo, e il futuro si farà beffe di questi grandi calcolatori e di questi cosiddetti dialettici, in balia di idee oscure e confuse. Tra noi non vi è nessun responsabile che abbia il colaggio di prevedere la catastrofe e meno ancora di prenderne atto, l’imperativo categorico del nostro tempo è l’ottimismo, fosse pure sull’orlo del baratro, siamo ritornati alla magia verbale, scongiuriamo ed esorcizziamo, la cosa più strana è che la ridicolaggine dei nostri atteggiamenti sembra ormai nell’ordine delle cose, i nostri Capi dì Stato non sono più nient’altro che taumaturghi e noi, sotto di loro, non saremo nient’altro che vittime consenzienti.
Albert Caraco
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