di Mauro Tozzato

In un recente articolo apparso sul Corriere della Sera (04.09.2011) Robert D. Kaplan (1) pone l’accento sullo sviluppo del multipolarismo anche in quel settore in cui gli Stati Uniti vengono (o venivano) ritenuti capaci di esercitare un predominio durevole. Scrive Kaplan:

<<Quando i terroristi di Osama Bin Laden distrussero le Torri gemelle del World Trade Center e un’ala del Pentagono l’11 settembre del 2001, il mondo aveva già da qualche tempo adottato un assetto multipolare sotto il profilo diplomatico ed economico. Oggi, a distanza di un decennio, e nonostante i successi segnati dalle forze armate americane nell’eliminare Bin Laden e nel riportare l’Iraq sul cammino della democrazia, stiamo entrando in un mondo multipolare anche in senso militare>>.

Veramente nel 2001 il predominio americano appariva abbastanza saldo anche in campo economico e politico (la prima guerra irachena e i risultati ottenuti nei Balcani avevano dato frutti importanti); in quel momento solo una strategia  conflittuale asimmetrica appariva applicabile dai suoi avversari sia in campo militare che nelle altre “sfere” della lotta che vede le formazioni sociali particolari gareggiare per la supremazia. Così continua, poi,  Kaplan:

<<Certo, né Cina né India — né qualsiasi altro Paese che si affaccia sull’Oceano Indiano o sul Pacifico occidentale — si apprestano a sfidare l’egemonia militare americana: il declino dell’America si annuncia graduale e lentissimo, e resta pur sempre relativo. Eppure, il punto di svolta è già stato superato. Se la marina americana è passata dalle quasi 600 navi da guerra negli anni ottanta alle 300 attuali, e un gran numero di vascelli è destinato al ritiro nella decade del 2020, la Cina invece si dà da fare per allargare la sua flotta di sottomarini, mentre l’India sta mettendo in cantiere la più grande marina militare del mondo>>.

Si potrebbe osservare  che la diversa importanza data alle forze militari per il controllo dei mari concerne le prospettive geostrategiche diverse che gli Usa e le potenze emergenti dell’Asia stanno in questo momento perseguendo. Tra l’altro il giornalista e politologo americano mette comunque in evidenza il fatto che – nonostante il taglio degli stanziamenti europei e americani anche nel campo aereonautico – il livello “qualitativo” delle forze armate e della marina Usa è notevolmente cresciuto:

<<grazie alle dolorose lezioni apprese in Iraq e in Afghanistan, le forze di terra americane oggi sono pronte a intervenire in qualsiasi punto del globo quasi istantaneamente, pur conducendo in simultanea efficaci campagne antiguerriglia. Non c’è nulla di più vero del motto di questi soldati: siamo il miglior amico e il peggior nemico>>.

Effettivamente il nodo cruciale per Kaplan, teorico “neocon revisionista” e sostenitore- a suo tempo – di George W. Bush, rimane la guerra in Iraq e Afghanistan.

<<La guerra in Iraq, che oggi rimpiango di aver sostenuto a suo tempo, ha causato la morte di migliaia di soldati americani e forse centinaia di migliaia di civili iracheni, per non parlare del costo, che supera il trilione di dollari. Benché la guerra in Iraq non sia stata la causa specifica del declino dell’America, essa ne rappresenta peraltro il simbolo e il sintomo>>.

Ritornando alla valutazione dell’attuale potenzialità delle forze armate statunitensi il giornalista americano così si esprime:

<<A distanza di dieci anni dall’11 settembre, gli Stati Uniti oggi dispongono di due tipi di forze armate: una forza terrestre, destinata al Medio Oriente ed esperta in misure atte a contrastare i ribelli; e una forza aerea e navale, con il compito di tutelare l’equilibrio del potere nell’Oceano Indiano e nel Pacifico occidentale. […] Con i tagli previsti che incideranno profondamente sulla gestione della difesa nei prossimi anni, gli Stati Uniti troveranno sempre più difficile assecondare entrambe queste missioni. Pertanto, per contrastare gli effetti dell’ascesa militare cinese occorrerà limitare gli interventi come quelli in atto in Bosnia e in Libia.
Paradossalmente, il disastro della guerra in Iraq, proprio per aver scoraggiato gli americani da futuri interventi di terra, potrebbe, nel lungo raggio, rafforzare la potenza militare americana, consentendo agli Stati Uniti di concentrare i suoi sforzi sul dispiegamento aereo e navale nell’Asia marittima. Sarà forse proprio questo l’esito finale degli eventi che presero avvio con l’attentato dell’11 settembre>>.

Le osservazioni di Kaplan  non  sembrano risultare particolarmente in sintonia con la nuova strategia dell’ attuale amministrazione Usa il cui regista sembra essere in questo momento Zbigniew Brzezinski. Quella che in questo blog è stata definita, da La Grassa in particolare, la strategia del “serpente”, del “caos”, della penetrazione “liquida” all’interno dei gangli vitali delle strutture degli avversari, non si sposa assolutamente con la concezione neocon che progetta la preparazione ad  un conflitto hard nei confronti delle potenze ritenute attualmente in maggiore rafforzamento economico, politico e militare. Risulterà molto più probabile una tattica tesa a recuperare il controllo del proprio “giardino di casa” e a mantenere delle teste di ponte in Medio Oriente che ostacolino le manovre di Russia e Cina, piuttosto che la prospettiva di uno scontro su grande scala con le potenze del Lontano Oriente tra l’altro ancora piuttosto divise tra di loro.

***

Il filosofo Emanuele Severino è intervenuto sul Corriere (il 02.09.2011) partendo da alcune questioni di carattere politico e di attualità per sviluppare riflessioni più generali (e filosofiche). Severino propone una distinzione tra l’agire economico capitalistico e l’agire politico da una parte e la “scienza economica” e più in generale le “tecnoscienze” e “l’agire tecno-scientifico” dall’altra. Così scrive il filosofo:

<<Il rischio appartiene all’ essenza del capitalismo e appunto per questo anche il capitalismo è una «ideologia». Come la politica>>.

L’apparato scientifico-tecnico è destinato, secondo Severino, a prendere il sopravvento sull’economia capitalistica e persino sulla politica di potenza e sul conflitto guidato dalla razionalità strategica. L’irrazionalitàinsita nell’agire politico e in quello degli agenti/funzionari del capitale deve essere superata per dar vita al totale predominio della razionalità scientifica. La razionalità tecnologica è identica a quella scientifica perché la tecnologia non è altro che scienza applicata; la tecnica, la téchne dei Greci, è invece il risultato di una combinazione tra sapere strumentale, abilità e intuizione artistico- produttiva (poietica) orientata all’ efficacia. Ma l’ideologia non può essere abolita perché gli uomini non possono attingere alla verità definitiva ed incontrovertibile e nemmeno prevedere ciò che avverrà con certezza: l’eterogenesi dei fini appartiene all’essenza dell’agire umano consapevole e il rischio ci appartiene quanto l’inevitabilità dell’errore e dell’errare. Ma il filosofo, ancora, afferma:

<<Si rischia quando, a differenza che nell’ agire tecno-scientifico, non si sanno prevedere le conseguenze non volute di quanto si fa, che tuttavia vien fatto perché si ha fede che i vantaggi che si possono ottenere facendolo siano consistentemente superiori agli svantaggi dovuti al non farlo>>.

Così la pretesa è duplice: da una parte si crede che l’uomo possa attenersi ad una pura razionalità impersonale che non metta in gioco l’inevitabile conflittualità tra gruppi e tra individui, si crede che il soggetto trascendentale possa ottenere una esistenza empirica, fenomenica, insomma si ritiene possibile che tutti gli esseri umani arrivino a pensare e ad agire in una sola e medesima maniera. Dall’altra parte si ipotizza che la scienza sia in grado di darci una comprensione totale degli enti, rendendo così impossibile l’ideologia e permettendoci di predire il futuro eliminando qualsiasi rischio e imprevedibilità dall’esistenza. Più avanti nel suo articolo Severino oppone la politica “attuale” alla politica “vera” ma l’economica “esatta” e la politica “esatta” non sono scienze storico- sociali, sono solo delle costruzioni mentali di cui la teoria della società non sa cosa farsene. Allora, nonostante la sua capacità di approfondire singole problematiche, il famoso filosofo italiano rimane prigioniero della nostalgia della Verità il cui destino potrà compiersi dopo che la filosofia e la scienza moderna (che si è staccata progressivamente dalla prima a partire dal Seicento) avevano

<<messo in discussione e infine negato la «verità». Sotto questa spinta si è diffusa nel mondo la negazione della verità che la filosofia stessa aveva inteso, lungo la tradizione dell’ Occidente, come dimensione immutabile che sta ferma, guida il divenire del mondo, rende stabili e «veri» i «valori» della politica. Il tramonto della «verità» è il tramonto della «vera» politica. Un turbine tragico. Avvolge il mondo. Ma chi ne conosce la potenza? E chi sa spegnerlo, quindi? Portando al tramonto la «verità», la filosofia del nostro tempo libera la tecnica da ogni limite assoluto e la autorizza a rovesciare il proprio rapporto con la politica, l’ economia e le altre forze che intendono servirsi di essa>>.

Ecco il destino messianico che Severino affida alle tecnoscienze (nel senso da lui inteso cioè come forze produttive di “verità” definitive): portare a compimento il destino della verità sconfiggendo la filosofia e la scienza moderna, determinando così  “la fine della storia” e trasformando la politica in una “rito sacro” da ripetere in maniera identica per l’ eternità. Ho potuto ammirare spesso il rigore e la precisione delle argomentazioni severiniane quando egli si muove esclusivamente sul puro piano logico-ontologico ma per quanto riguarda la politica e la società si può solo rimanere stupiti di fronte a tanto confuso concettualizzare e vano vaticinare. Mi scusino i lettori del blog per lo spazio che ho dato a questioni di questo tipo ma io appartengo ancora a quella categoria di persone  che ritengono si possa fare un “buon uso” delle discipline filosofiche anche se tanti professori sembrano voler dimostrare il contrario.

Mauro Tozzato           11.09.2011

(1)Esistono due Kaplan conosciuti in campo economico e politico:

a) Robert David Kaplan (born 23 June 1952 in New York, New York) is an American journalist, currently a National Correspondent for the Atlantic Monthly. His writings have also been featured in The Washington PostThe New York TimesThe New RepublicThe National Interest, Foreign Affairs and The Wall Street Journal, among other newspapers and publications, and his more controversial essays about the nature of U.S. power have spurred debate in academia, the media, and the highest levels of government. A frequent theme in his work is the reemergence of cultural and historical tensions temporarily suspended during the Cold War.

As of March 2008, Kaplan is a Senior Fellow at the Center for a New American Security in Washington. In 2009, Secretary of Defense Robert Gates appointed Kaplan to the Defense Policy Board, a federal advisory committee to the United States Department of Defense.

b) Robert S. Kaplan è Marvin Bower Professor of Leadership Development alla Harvard Business School.
Kaplan è entrato ad Harvard nel 1984 dopo aver trascorso 16 anni alla Graduate School of Industrial Administration (GSIA) Carnegie-Mellon University. È stato Preside del GSIA dal 1977 al 1983.
La ricerca, l’insegnamento e l’attività di consulenza di Kaplan sono focalizzate sul legame tra costo e sistemi misurativi di performance da una parte, e implementazione della strategia ed eccellenza operativa dall’altra. Assieme al collega David Norton, ha formulato ed implementato il Balanced Scorecard, che mette in relazione le azioni correnti di una società con i suoi obiettivi a lungo termine. Società come Sears, Mobil, CIGNA, Chemical (ora Chase) Bnk e Novarcor utilizzano il Balanced Scorecard come uno dei migliori strumenti per chiarire la visione corporativa, migliorando il lavoro di squadra, sottolineando i fattori di successo non finanziari e stimolando la crescita.

Da Conflitti e Strategie

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