Agricoltura biologica sotto accusa: la puntata di Report del 10 ottobre ha dipinto un mondo falso, di cui non ci si può fidare, e puntellato di esempi di mala gestione e frode. Una delle accuse più pesanti prende di mira certificazioni, in qualche caso non veritiere, ottenute in Paesi con controlli meno severi se non addirittura fuori dalla legalità.

Ma il biologico sta crescendo: lo dicono i dati ufficiali, lo dimostra il crescente interesse nel settore mostrato da consumatori e imprese. Come intercettare un mercato in espansione se l’attuale produzione nostrana non riesce più a a soddisfare la richiesta? La soluzione “facile” è importare, con tutti i rischi di un più difficile controllo della filiera che questo comporta.

Ma si può davvero evitare? L’abbiamo chiesto ad imprese ed associazioni di categoria.

LE ASSOCIAZIONI

Vincenzo Vizioli, Presidente Associazione Italiana Agricoltura Biologica (AIAB):

È tanto tempo che abbiamo chiesto un cambio reale delle politiche per il biologico. Con lacrescita delle domanda interna si è manifestata un’occasione unica per attuare tale cambiamento, e rispondere con le importazioni è un vero disastro.

Il problema è che le politiche di sostegno al biologico stanno arrivando adesso, dopo che il mercato ha fatto la scelta. Attualmente le importazioni sono notevoli, e per il Regolamento europeo le importazioni dai Paesi dell’Unione non possono essere discriminate.

Quello che noi sosteniamo è che i Paesi Terzi che non hanno un regolamento riconosciuto dai Ministeri e dall’Unione Europea debbano necessariamente adeguarsi al Regolamento europeo, altrimenti si generano grosse difficoltà.

Non a caso tutti i problemi che sono esplosi nel biologico vengono dalle importazioni dall’estero, che devono essere maggiormente controllate e vigilate. In Italia si può vigilare sulla filiera italiana. Noi lo facciamo con il marchio ‘Garanzia AIAB’, con il quale noi assicuriamo al consumatore che il 100% della materia prima del prodotto acquistato è di provenienza italiana e che questo è realizzato senza sfruttare la manodopera, ovvero nella legalità dei contratti.

È evidente però che ora ci deve essere il massimo impegno a sostenere la crescita del biologico, ed evitare che ci sia differenza tra il biologico industriale, della grande distribuzione, e il biologico di prossimità.

Tale impegno si misurerà da quanto si investirà in ricerca, in assistenza tecnica e sostegno agli agricoltori, altrimenti questa è una crescita legata solo al mercato e non alla struttura. Se non si supporta la produzione di lungo periodo, probabilmente abbiamo parlato di biologico come tante delle chimere che sono passate per i nostri campi.

Invece l’agricoltura biologica è la risposta alla sostenibilità e perfettamente in linea ai criteri dell’Unione Europea di contrasto ai cambiamenti climatici.

Carlo Triarico, Presidente Associazione Agricoltura Biodinamica:

L’importazione si può senz’altro evitare per tutta una serie di prodotti tipicamente italiani. Penso ad esempio al grano duro, che interessa il nostro Sud Italia e che negli ultimi anni ha avuto una crescita di importazioni spaventosa, tra l’altro comprando dalla Turchia, che a sua volta triangola.

Questo mi fa capire che non c’è una programmazione, e che, se ci fosse formazione e ricerca in agricoltura biologica e biodinamica, ci troveremmo di fronte a ben altra situazione. Anche per le produzioni, infatti, è necessario fare una programmazione seria, verificando quali conviene davvero che siano fatte all’estero e non Italia, ma allora si rende indispensabile unpiano industriale per questo settore.

Il biologico e biodinamico va pensato: questo ci permetterebbe di scegliere e di dirigere in prima persona quello su cui vogliamo certezza. Penso al caso della soia da alimentazione zootecnica, che forse conviene produrre effettivamente in altri Paesi, ma senza essere vittime di importazioni triangolate molto dubbie.

E questo è possibile solo se il settore ha un supporto forte anche dalle pubbliche amministrazioni.

LE IMPRESE

Christian Stivaletti, Amministratore delegato La Selva:

Si può, ma il ruolo dei consumatori di prodotti bio è fondamentale. Sono essenzialmente due gli aspetti che spingono i trasformatori a rivolgersi all’estero per l’acquisto di alcune materie prime: reperibilità e costi. Infatti alcune materie prime semplicemente risultanodifficilmente reperibili o, dove si riescono a trovare sono in vendita a costi non concorrenziali, e farebbero crescere fuori misura il costo del prodotto finito.

Qui entra in gioco il ruolo del consumatore di prodotti biologici, che ha il dovere di sviluppare un approccio critico sul processo di acquisto, informandosi, leggendo le etichette, comprendendo che un prodotto realizzato con materie prime coltivate in Italia può in alcuni casi avere un costo superiore ad un equivalente estero.

LaSelva è in primis un’azienda agricola, coltiviamo la maggior parte delle materie prime impiegate nelle nostre produzioni, e parallelamente abbiamo istituito collaborazioni durature con agricoltori come noi e con fornitori affidabili, al 95% italiani.

Materie prime 100% italiane, sarà anche per noi una sfida nel futuro. Incremento dell’efficienza del sistema produttivo-distributivo ed abbattimento della tassazione sul lavoro, questi gli strumenti che chiediamo al sistema “Italia” per accrescere la competitività delle nostre aziende ed aiutarci a raggiungere questo obiettivo.

Virginia Maschio, Responsabile Marketing e Comunicazione Fior di Loto

Fior di Loto è un’azienda italiana tipicamente familiare, specializzata nello sviluppo e nella distribuzione di prodotti biologici. Il comparto biologico è un settore in continua espansione. Fior di Loto cerca di prediligere materie prime derivanti da agricolture biologiche italiane. Preferiamo coltivazioni autoctone quando riusciamo a far sì che questo non vada a discapito della reperibilità del prodotto.

Essenziale però è la tipologia dei prodotti e il luogo di origine: materie prime come zenzero, cocco e zucchero di canna vengono naturalmente coltivati in zone extra europee che, grazie al clima e alle condizioni territoriali, permettono di ottenere prodotti eccellenti.

Non tutte le materie prime possono essere prodotte in Italia, ma nel caso in cui vi sia la possibilità di proporre sul mercato il prodotto a un prezzo non proibitivo e di garantirne lacostante reperibilità, sicuramente prediligiamo il made in Italy.

Roberta De Carolis

 

FONTE: Greenbiz

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