“La Federazione Russa costruirà una base aeronavale nel litorale caraibico del Venezuela”. Così il vice ministro della Difesa di Mosca, Nikolai Pankov, ha annunciato pochi giorni fa alla Duma, la camera bassa russa, il progetto di espansione delle Forze Armate nello scacchiere sudamericano.

L’iniziativa fa parte del piano del presidente russo Vladimir Putin di recuperare la rete di installazioni militari che l’Unione Sovietica manteneva in 15 diversi Paesi. In America Latina la priorità è la riattivazione della Stazione di Intelligence di Lourdes, a Cuba. Nel resto del mondo, l’espansione del complesso di Tartus e Latakia, in Siria, è un obiettivo di breve termine per ricevere truppe e equipaggiamenti destinati ai combattimenti nel martoriato Paese mediorientale. Nel caso del Venezuela, l’intenzione è costruire una base d’appoggio per la flotta e per l’aeronautica russa, con annesso centro di supporto tecnico per missioni di lunga distanza.

La presenza militare di Mosca in Sud America non è una novità. Dal 2008 forze russe e venezuelane realizzano esercitazioni congiunte, alcune delle quali hanno visto il coinvolgimento di bombardieri supersonici Tupolev Tu-160, con capacità per il trasporto di 40 tonnellate di missili e bombe, tra cui ordigni nucleari di medie dimensioni, e di pezzi importanti della flotta russa, come l’incrociatore lanciamissili Pietro il Grande e il cacciatorpediniere Ammiraglio Chabanenko, ormai di casa nei porti venezuelani. Il Pietro il Grande trasporta 20 missili P-700 Granit capaci di colpire obiettivi a 700 km di distanza, già sostituiti da vettori con capacità superiore a 1500 km.

Inoltre, sin dal 2005 i russi forniscono alle forze armate bolivariane equipaggiamenti militari per oltre 10 miliardi di dollari, con contratti pluriennali firmati sia da Hugo Chávez che dal suo successore, Nicolás Maduro.

Secondo fonti del Ministero della Difesa di Caracas, il complesso militare russo potrebbe essere costruito a Puerto Cabello, sulla costa settentrionale del Venezuela, a circa 220 km di distanza dalla capitale. Una posizione strategica e di facile accesso al Mar dei Caraibi. In quel punto è installata la più grande base della marina militare venezuelana, la “Agustin Armário”. L’installazione militare richiederebbe poche modifiche per soddisfare le necessità delle navi russe. Lo stesso varrebbe per l’aeroporto della città per quanto riguarda dell’aeronautica di Mosca. A Puerto Cabello, inoltre, opera la raffineria El Palito, un grande terminal petrolifero della statale venezuelana PDVSA con capacità per 140mila barili al giorno. Benché in crisi, l’impianto sarebbe fondamentale per la fornitura di carburante alle Forze Armate russe.

Tuttavia, l’annuncio della costruzione della base russa in Venezuela ha fatto scattare l’allarme rosso in Brasile. Si tratta del secondo punto di attrito nelle delicate relazioni tra Brasilia e Caracas, insieme all’ondata di profughi venezuelani che stanno inondando i confini settentrionali del Brasile. La questione è trattata con riserbo dal governo del presidente Michel Temer. In una nota, il Ministero della Difesa brasiliano ha reso noto che non commenterà la questione. Silenzio totale dal Ministero degli Esteri. Tuttavia, ufficiali dell’area di studi strategici di due dei tre comandi militari brasiliani hanno ammesso informalmente che la situazione è strettamente monitorata.

 

Il nervosismo a Brasilia è evidente, soprattutto in un momento di forte instabilità in Venezuela, con il governo di Maduro e le opposizioni che hanno dissotterrato l’ascia di guerra dopo la decisione del Consiglio Nazionale Elettorale di Caracas di sospendere il referendum revocatorio sul mandato del presidente. Decisione che ha scatenato le piazze contro il governo bolivariano e, ovviamente, la conseguente violenta repressione.

Il Brasile si è storicamente opposto all’apertura di basi militari straniere nel Cono Sud, regione che considera come area strategica di sua competenza nella quale cerca di preservare la pace, rifiutando contestualmente interferenze esterne. Nel 2009 l’accordo tra Stati Uniti e Colombia per l’apertura di basi militari permanenti come parte del “Plan Colombia” per il contrasto al narcotraffico venne duramente contrastato dal Brasile, che utilizzò tutti gli strumenti politici a sua disposizione facendo naufragare il progetto. Gli americani ci hanno recentemente riprovato con il nuovo governo argentino del presidente Mauricio Macri, cercando di posizionare una base militare nella regione della Triplice Frontiera, tra Brasile, Paraguay e Argentina, questa volta con la scusa di combattere il terrorismo. Anche in questo caso, la risposta brasiliana è stata dura. Non se n’è fatto nulla. Ora resta da vedere quale sarà la reazione a questo progetto russo. Sempre se mai si farà, vista la situazione politica in Venezuela ed economica in Russia.

FONTE: Gli Occhi della Guerra

Commenta su Facebook