30 maggio 2016, di Daniele Chicca

GINEVRA (WSI) – La Banca svizzera italiana, con una storia ultra centenaria, non è l’unico istituto di credito che finirà per pagare molto caro le attività sospette ai limiti della legalità condotte in Asia. È infatti lunga la serie di banche occidentali “cresciute a dismisura negli anni della globalizzazione e che stanno per finire nel mirino delle autorità monetarie di mezzo mondo in relazione alle loro attività a Singapore”.

Lo scandalo non è circoscritto, bensì planetario e nelle prossime settimane ne vedremo delle belle. A preannunciarlo è un editoriale sul Fatto Quotidiano firmato da Loretta Napoleoni e scritto in seguito alla notizia della settimana scorsa secondo la quale la Banca Svizzera Italiana (BSI), la società bancaria più antica del Ticino con 140 anni di storia, è stata costretta a chiudere i battenti per via di uno scandalo di ricilaggio di denaro e truffe.

Le autorità di controllo dei mercati del paese elvetico (Finma) hanno stabilito la fine entro un anno di tempo delle attività dell’istituto, reo di aver violato le disposizioni in materia di riciclaggio di denaro. La banca della Svizzera italiana sarà rilevata dal fondo Efg International.

A Singapore, dove le autorità negano si tratti di un paradiso fiscale, l’aliquota fiscale imposta alle aziende straniere è del 17%, molto più bassa rispetto alla maggior parte dei paesi industrializzati, e sopratutto non esistono tasse sulle plusvalenze. Multinazionali del calibro di Google, Apple, Microsoft, BHP Billiton, Rio Tinto hanno ammesso di aver aggirato il fisco – operazione diverse dall’evasione fiscale – tramite le loro succursali ubicate a Singapore, dove tutto è permesso.

Nelle prossime settimane cerchio si allargherà

I controlli labili o inesistenti in centri che si possono considerare paradisi fiscali per chi fa impresa, come Singapore o Dubari, riferisce l’articolo, “finiscono per rendere possibili attività reputate illegali e non etiche in altri paesi, e quindi le legittimano”.

Ma com’è stato possibile che una delle banche più solide e affidabili al mondo, la BSI, sia stata lasciata finire nella mani di un gruppo di manager asiatici senza scrupoli, che l’hanno trasformata in una macchina di riciclaggio? Napoleon prova a dare una risposta ricostruendo la vicenda dai suo inizi.

La banca, che aveva in gestione il fondo sovrano malese, si è resa colpevole di attività di riciclaggio di denaro sporco ma si parla anche di appropriazione indebita da parte di politici di spicco. “In altre parole – spiega Il Fatto Quotidiano – “ci troviamo di fronte al solito ginepraio di abusi e frodi gestite da una classe politica in collusione con un élite finanziaria, sullo sfondo di un sistema di controlli che fa cilecca, un film che abbiamo già visto decine di volte”.

Come racconta Napoleoni, “nel 2011 alla Bsi, di proprietà del gruppo assicurativo italiano Generali, si presenta l’occasione di diventare una delle prime 10 banche private in Asia ed allo stesso tempo di triplicare i fondi asiatici in gestione a 9 miliardi di dollari entro il 2015. Dal 2010 Singapore è diventata il terreno dove i giganti della finanza mondiale combattono per accaparrarsi grosse fette del private banking asiatico, sferrando offerte di salari e bonus a sette cifre. La Bsi la spunta ed acquista in un colpo solo il team della Rbs Coutts: 25 dirigenti con responsabilità strategiche ed un personale di supporto di circa 75 individui. Questi portano con loro una clientela miliardaria composta da ricchi indiani indonesiani”.

Da quel momento tutto cambia in seno all’istituto, compromettendone la reputazione.

“Cinque dirigenti del gruppo proveniente dalla Coutts iniziano una battaglia serrata contro quelli vecchi, vogliono spiazzarli, farli fuori. A poco a poco prendono in mano la gestione della filiale, che fino al 2011 era rimasta saldamente nelle mani dei banchieri cresciuti alla scuola finanziaria svizzera, diametralmente opposta da quella della Wall Street degli anni. Cambiano anche i nomi di rilievo del personale che diventa sempre più asiatico. Basta dare un’occhiata ai nominativi apparsi sulla stampa mondiale questa settimana: Raj Sriram, l’ex Deputy Ceo, Yak Yew Chee, ex Senior Private Banker, Yeo Jiawei, ex wealth manager e Seah Yew Foong Yvonne, ex Senior Private Banker”. 

Non è una semplice storia di avidità, bensì una vicenda che ha implicazioni ben più grandi. L’istituto non è stato il solo ad aver approfittato dell’isola asiatica atollo fiscale. “Nelle prossime settimane il cerchio si allargherà, ma come sempre poco o nulla si farà per evitare il prossimo scandalo”.

Fonte: Il Fatto Quotidiano

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