Di Tonguessy, Appello al Popolo

Devo ammettere di essere ingrassato nell’ultimo decennio. Non tanto a seguito del matrimonio, quanto a seguito dell’arrivo dei bambini. E vi spiego perchè.

Se in Grecia è atto di buona educazione lasciare qualcosina nel piatto come segno che si è gradito non solo la qualità del cibo offerto ma anche la quantità, decisamente abbondante, qui da noi tale usanza, che io sappia, non è mai stata presa in considerazione se non di recente.

 

Avanzare qualcosa significa averne in abbondanza e tale evenienza in passato, e contrariamente ai tempi odierni, era rara.

Insomma a casa mia, negli austeri anni della mia infanzia, questo problema non si era mai posto: si mangiava quello che c’era per quanto ce n’era. Oggi invece il problema si pone, ed il frigo è perennemente pieno di ogni leccornia atta a soddisfare anche il commensale più schizzinoso. Menù personalizzati per seguire i capricci individuali. E alla fine quello che avanza finisce nel bidone della spazzatura. Una volta quello che veniva avanzato ritornava nello stesso posto a tavola del giorno prima, e così via finchè non veniva consumato del tutto.

 

Cresciuto con queste ferree regole alimentari, in età matura ne ho apprezzato la sobrietà e la modestia. Non ci si prende più di quanto ci sia bisogno. La vera ricchezza sta nel sapere di poter disporre di risorse, magari attraverso una rete di solidarietà, e non nel possederle ad uso esclusivo. Buttarle poi quando non hanno ancora esaurito completamente il loro compito la trovo una forma di fastidiosa arroganza.

 

Insomma anch’io sto tentando di far rispettare in famiglia quelle regole che a suo tempo mi vennero (giustamente) imposte. Con scarsi risultati, devo ammettere. Non dico che siamo in quattro e vengono serviti quattro diversi menù, ma le variabili culinarie sono così importanti da risultarmi alle volte irritanti. Ciò che andava bene ieri oggi non va più bene, tanto per qualità che per quantità. Il che rende tutta la questione molto difficile da gestire. E crea inevitabilmente avanzi.

 

Le richieste di finire ciò che sta nel piatto vengono generosamente ridimensionate o rispedite al mittente. Inumano riproporre gli avanzi il giorno dopo. Non è così che avanza, la Modernità ed il Progresso che si basano sull’aumento esponenziale dei bisogni. E degli avanzi, necessariamente.

Dice la FAO che un terzo degli alimenti prodotti vengono buttati e, al solito, il primato spetta agli abitanti USA ed UE.[1]

 

Mi trovo così a comportarmi da bidone umano, pur di non fare ciò che reputo un’offesa per le condizioni precarie di una buona fetta di umanità. Quasi un miliardo di persone che soffrono di sottoalimentazione mentre noi riempiamo i cassonetti di avanzi. E non serve andare in certi villaggi africani per trovare i sintomi della sottoalimentazione, basta frugare un po’ nelle memorie di noi non più giovani, o rileggersi certe pagine che la Storia a cavallo del periodo bellico ci ha consegnato.

 

Ci sono un paio di racconti che sembrano arrivare da un pianeta lontano, e che invece mi riguardano da vicino. Il primo riguarda la mia famiglia. Mio nonno a quei tempi se la spassava allegramente da prigioniero in un campo di concentramento nazista, e la sua famiglia se la spassava altrettanto allegramente in città. La situazione era così allegra che mia madre, la maggiore dei figli, era costretta ad elemosinare con una ciotola un po’ di cibo per sé ed i suoi fratelli davanti alle caserme dei soldati. Invece della Playstation all’epoca certi bambini si divertivano così.

 

L’altra storia mi è stata raccontata da un amico a cena. Generalmente alla fine del pasto si sparecchia e la tovaglia viene sbattuta fuori dalla finestra per eliminare quelle briciole che faranno felici i passerotti. Beh, il padre di questa persona, alla fine del pasto ed una volta tolti piatti, bicchieri e posate, inclinava la tovaglia da una parte per far sì che le briciole si accumulassero tutte assieme da un lato. E poi con un coltello le raccoglieva e se le mangiava.

Eccessi di altri tempi.

 

E’ vero che se mi ingrasso per “rendere giustizia” alla fame di ogni tempo faccio un doppio torto: al mio fegato prima e all’immaginario collettivo poi, abituato com’è a vedere noi occidentali maledettamente obesi (il che non è per nulla il mio caso, voglio sottolineare). Ma non ce la faccio proprio a scaraventare cibo nella pattumiera, perchè trovo esista ancora una differenza tra sporcizia, oggetti inutilizzabili e ciò che invece ci sostiene nella nostra esistenza. Per me il cibo non può essere spazzatura, rimane invece una risorsa indispensabile. E come tale intendo onorarlo. Il problema, semmai, è responsabilizzare i consumi, allineandoli alle effettive necessità.

 

64 milioni di food scavenger (gente che sopravvive mangiando avanzi finiti in discarica). Il bambino della foto è uno di questi e la città è Manila, dove questa pratica di sopravvivenza si chiama pagpag.[2]

 

[1]http://www.guardian.co.uk/global-development/2011/may/12/food-waste-fao-report-security-poor

[2]http://dennisvillegas.blogspot.com/2010/06/pagpagsurvival-food-for-poorest-of-poor.html

 

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