Attentato all’ospedale di Quetta in Pakistan. Fra le vittime numerosi giornalisti ed avvocati. Dietro la strage, la peggiore del 2016, l’ombra dei Servizi pakistani.

di Salvo Ardizzone

In un ospedale di Quetta, in Pakistan, un attentato suicida ha fatto la peggiore strage del 2016; i media locali parlano di 93 morti e numerosi feriti, molti dei quali versano in  condizioni disperate.

Fra le vittime ci sono numerosi avvocati e giornalisti, con tutta probabilità i veri obiettivi dell’attentatore; erano accorsi in ospedale perché poche ore prima vi era stato portato il corpo di Bilal Kasi, un importante avvocato ucciso in strada da sicari.

Secondo copione, l’attacco è stato rivendicato da Jamaat-ur-Ahrar, una fazione separatista dei taliban, ma tutta la tragedia, come tante altre prima, puzza di Isi, il potentissimo Servizio pachistano.

Quetta è la capitale del Balucistan, una regione annessa al Pakistan contro la volontà del suo Popolo che da anni tenta di ribellarsi ad una brutale occupazione. Proteste e sommosse vengono represse con bagni di sangue (peraltro ignorati dai media internazionali) perpetrati dall’Esercito e dall’Isi, decisi a stroncare ogni opposizione.

Giornalisti, attivisti per i diritti umani, politici e chiunque dissenta, vengono fatti sparire, la maggior parte per sempre, altri vengono fatti ritrovare morti come monito per chiunque aneli al separatismo della regione. E non si tratta di casi isolati ma di migliaia e migliaia di persone eliminate nell’ambito di una sanguinaria strategia di repressione.

Poco importa chi sia a farsi esplodere o a mettere le bombe, serve solo ad incolpare gli immancabili taliban (con cui l’Isi ha da sempre rapporti strettissimi) o le tante altre sigle terroristiche, spesso tenute a battesimo proprio dai Servizi pakistani. E serve soprattutto a giustificare ulteriori strette al pesantissimo regime poliziesco nella regione, in nome del terrorismo e di minacce straniere.

Illuminanti sono in proposito le farneticazioni in diretta Tv del Chief Minister del Balucistan, che a pochi minuti della strage incolpava già dell’attentato l’Intelligence indiana, accusata immancabilmente di tramare per impadronirsi della regione (come dire che chiunque voglia separarsi dal Pakistan e dalla sua oppressione è un agente dell’India).

Ma c’è anche un’altra ragione per una strage così efferata: il Pakistan sta cercando di internazionalizzare la questione del Kashmir, sfruttando la crescente tensione fra le autorità indiane e la popolazione per puntare ad un referendum con cui spera d’impadronirsi di quell’area da sempre contesa.

Reprimere selvaggiamente i dissidenti baluci e far passare sui media che quelle stragi e il clima di enorme tensione che si è instaurato sono conseguenze del terrorismo, serve a scongiurare il pericolo che l’Onu possa indire anche in Balucistan un referendum con cui il Popolo possa dire la sua. Insomma, l’ennesima versione di una strategia della tensione. Identici i padrini lontani, identiche le bombe, purtroppo assai maggiori le vittime e le sofferenze per la gente.

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