Teheran festeggia mentre Gerusalemme versa lacrime. Accolto da una capitale festante, la diplomazia iraniana del nuovo corso di Ruohani ha siglato un accordo storico sul nucleare. L’intesa preliminare di sei mesi dovrebbe condurre alla firma di un documento più generale per chiudere il contenzioso sulla fantomatica atomica dell’Iran. Esso prevede un controllo più serrato sulle attività dell’Aeia, il riconoscimento del diritto all’arricchimento dell’uranio al 5% e la sospensione di alcune sanzioni. La maratona di Ginevra segna una svolta nella relazioni tra Occidente e mondo islamico. Attraverso la legittimazione di Teheran a produrre energia atomica e arricchimento dell’uranio, gli Usa di Obama sdoganano lo storico isolamento dell’Iran iniziato con la rivoluzione khomeinista. Un risultato importante per la Casa Bianca, oggetto in questi mesi di pressioni sul Congresso da parte della lobby ebraica e per i tecnocrati di Teheran, che hanno superato le istanze di rinnovamento della politica estera iraniana dei riformatori. La geopolitica mediorientale ne esce ridisegnata. L’atomica iraniana, peraltro mai realizzata veramente, ha funzionato come strumento di legittimazione delle reciproche ambizioni egemoniche di Tel Aviv e Teheran. Le minacce di guerra tra i due paesi non sono state che propaganda e oggi l’accordo di Ginevra, pone fine al modello di politica estera dei teocons statunitensi, guerrafondaio in maniera a dir poco rozza e punitiva verso il mondo arabo, riconoscendo un ruolo di primo piano all’Iran che da sempre sostiene l’asse sciita nella regione. Non a caso l’intesa è stata benedetta dalla Guida Suprema Ali Khamenei: egli ha salutato con favore la fine dell’embargo che ha strangolato l’antica Persia negli ultimi anni e con esso il nuovo corso di Rouhani. Teheran sarà ora libera di contrattare alla pari con gli Usa le relazioni tra mondo sciita e sunnita nonché le modalità del prezioso passaggio rappresentato dallo Stretto di Hormuz. Escono palesemente sconfitti da questa partita di giro Israele e Arabia Saudita e con essi, chi voleva l’intervento in Siria, respinto da Obama. Dopo la firma dell’accordo a Ginevra è giunto l’annuncio che il prossimo 22 gennaio si terrà una nuovo conferenza di pace sulla Siria. Ryad, fautrice dell’intervento vi interverrà isolata e senza il tradizionale strumento di pressione sugli Stati Uniti, il petrolio. Da tempo Obama ha avviato un programma di autosufficienza energetica: grazie ad esso, gli Usa sono riusciti a smarcarsi da Ryad , legata a doppio filo all’opposizione anti – Assad e favorevole ad una soluzione militare della guerra civile siriana. A Gennaio, Teheran potrà pronunciarsi sulla partita di Damasco. A Gerusalemme si temono le conseguenza politiche dell’Accordo di Ginevra. Di qui a sei mesi, quando l’intesa con Teheran sarà definitiva, lo stato maggiore del sionismo andrà negli Stati Uniti in missione diplomatica per contrattare l’egemonia nelle regione. Egemonia che il missile di Ginevra potrebbe mettere in discussione. A poco sono valse le parole rassicuranti di Obama a Nethanyau circa gli interessi comuni di Tel Aviv e Washington sul controllo dell’atomica iraniana. Israele trema e la destra israeliana al potere, che sta portando il paese verso una sorta di neototalitarismo, si affanna a descrivere l’accordo come una concessione senza nulla in cambio al nemico di sempre. In particolare , gli israeliani temono che gli Usa li costringano, con uno slancio di autonomia, a firmare la pace con la Palestina. Non a caso fervono i preparativi di una possibile guerra. Nuove esercitazioni sono previste nel Neghev. Toccherà di nuovo alla Striscia di Gaza pagare la partita sull’egemonia in Medio Oriente?

Stefania Pavone, giornalista free-lance in Medio Oriente e collaboratrice di Cogito Ergo Sum. Autrice di “Palestina quale domani”

Commenta su Facebook