di Stefano Serafini e Eduardo Zarelli Arianna Editrice

Fisico, matematico e urbanista di origini greche, professore all’università del Texas a San Antonio, Nikos Angelos Salìngaros ci ha regalato nel volume No alle archistar un’ampia e organica riflessione a più voci su tematiche architettoniche. Le implicazioni del suo pensiero travalicano però scopertamente l’ambito disciplinare, e hanno una forte valenza filosofica, culturale e sociale. La tesi principe vuole che l’urbanistica e l’architettura oggi dominanti siano il frutto velenoso di una visione del mondo nichilista. Tale visione trionfa nelle archistar – Tschumi, Johnson, Eisenman, Gehry, Piano, Fuksas, Koolhaas, Liebeskind, Hadid… – nomi-marchio di un sistema globale di affari con copertura estetico-ideologica. Sono decenni che le forme apparentemente innovative e brillanti della loro perenne avanguardia, danarosa e politicamente foraggiata, calano come pezzi di tetrix sulle città dei cinque continenti. Ma a parte gli osanna di un’elite mediatica sofisticata e socialmente uniformata, la reazione all’empireo del design, modernista, postmodernista, decostruttivista, è di smarrimento, sempre più spesso addirittura di rivolta.

Secondo Salingaros e i suoi prestigiosi co-autori (tra questi citiamo il teorico del P2P Michel Bauwens), l’architettura-mercato dalle forme inumane e radical-chic è l’evoluzione finale, cioè la riduzione a strumento del post-capitale, di quelle visioni ideologiche ed elitarie che fin dagli anni ’20 spezzarono una millenaria alleanza del costruito con la natura. In pochi decenni l’architettura di stampo occidentale, ormai globale, eliminò il confronto con l’esigenza di vita autentica e coi bisogni degli uomini, fino a diventare mero luogo espressivo (in vendita) dell’estro creativo dell’architetto usato dal sistema. Se oggi le nostre città sono devastate dal traffico, dall’inquinamento, dal brutto, persino dall’assenza di quella funzionalità che all’inizio venne evocata per giustificare tanti scempi (Sullivan); se le città non soltanto non si integrano all’ambiente naturale, ma scacciano ogni richiamo alle sue forme, alle quali sostituiscono presenze spaziali che fan sentire l’uomo un numero insignificante e scollegato; se la medesima architettura può essere con indifferenza collocata a Dubai come a Milano; se dalla città, infine, viene voglia di scappare, perché trovarvi il proprio benessere e la propria emancipazione è diventato impossibile, a meno di non essere una macchina… Se accade tutto questo, è tempo di accusare l’autoreferenzialità di un clan intellettuale (e i politici che gli corrono dietro): disdegnando l’individuo, celebrando l’insensato e osannando la tecnologia, essa sta concretizzando l’anti-utopia nello spazio.
Christopher Alexander afferma che è la visione del mondo meccanicista e cartesiana ad aver negato realtà alla bellezza, e dunque alla realizzazione di un’architettura autentica. La modernità va ripensata alla radice per riportare la città dell’uomo fuori del circo infernale dello spettacolare, definito da Debord come l’ultima sintesi del capitalismo. Non si tratta di un’opinione intellettuale, ma di un malessere che sempre più Autori hanno il coraggio di denunciare. Lo spazio umano è relazione, lo spazio sommamente umano della città relazione politica. La denuncia di Salingaros, amico e collaboratore di Alexander, espone dunque la velenosità di un sistema suicida, che sta uccidendo la civiltà mentre finge di rappresentarne il progresso. La diagnosi è persino clinica in senso medico e psichiatrico, mostrando in che modo l’architettura sadica (la definizione è di Tschumi), dominatrice delle relazioni, danneggi gli individui e i loro sistemi nervoso ed immunitario.

L’alternativa è quella di un «arcaico futuro», o meglio di un futuro possibile che abbiamo abbandonato inforcando un sentiero infernale. Fondato su una elementare attenzione all’ordine biologico, fatto di buona matematica dello spazio, ricerca sperimentale, buon senso pratico e critico, è un metodo di progettazione rigoroso e innovativo. Il suo scopo è realizzare edifici e spazi non soltanto belli e funzionali, ma “biofilici”, cioè capaci di comporre le relazioni, di nutrire e agevolare la vita su tutti i livelli, anche neurobiologici. Ciò che definiamo “brutto”, denuncia l’Autore, affatica il sistema cognitivo delle persone, ne sovraccarica i circuiti sensoriali a vuoto, dissocia le persone dal proprio ordine di natura e dagli altri uomini, le rende più fragili e isolate, più controllabili e bisognose: «Varie generazioni sono state costrette ad andare contro le loro esigenze naturali e istintive in un ambiente estraneo, dovendolo accettare come “moderno” e “contemporaneo”… Il risultato finale è una dissonanza cognitiva estesa, che confonde gli istinti delle persone al punto che diventano molto facili da manipolare.»


Gli fa eco, nell’intervista contenuta nel volume, l’architetto neo-tradizionale Léon Krier: «Il modernismo funziona attraverso diverse forme d’alienazione, riducendo l’autonomia personale, e dunque la capacità di agire, lavorare e pensare come individui indipendenti. È una forma di lavaggio del cervello radicale da cui pochi sono capaci di liberarsi. Milioni sono (stati) vittime di questo fascino tirannico, però con ogni nuova generazione, la natura sembra produrre antidoti potenti contro le massicce aberrazioni del passato; è questa la mia speranza.»
Le forme biofiliche obbediscono invece a una geometria di sostegno allo spazio, rinforzano e sviluppano l’ordine dal quale prendono corso (sia esso spaziale, economico, comunitario, sensoriale) e lo arricchiscono, con una ricaduta di diversi effetti benefici nel contesto. Vengono perciò avvertite dagli esseri umani come una realtà che stimola piacere, sentimenti di maggior consapevolezza, presenza, compiutezza, oltre ad essere funzionali e belle. Design, architettura e urbanistica debbono tornare a conformarsi alle leggi sottese agli organismi biologici e ai sistemi ecologici, come è avvenuto per millenni fino a poche generazioni fa, e ancora accade in certi ambienti informali nel terzo mondo, la cui armonia vitale raramente è stata raggiunta dall’edilizia contemporanea.

Salìngaros si batte per l’autenticità, un’architettura aderente all’ordine di natura e all’antropologico, ma in termini molto concreti e operativi. L’ipocrita ricorso alla retorica positiva e vitalistica fa infatti già parte dell’armamentario propagandistico predisposto dalle PR del grande affare internazionale delle commesse pubbliche ed edilizie. La pubblicità non si perita di appellarsi alla tradizione, alla creatività, alla democrazia, all’ecologia e alla libertà per spacciare l’esatto contrario di questi valori, ad es. spacciando per “verdi” grattacieli energivori di dimensioni babeliche. Ultimamente si è assistito persino al penoso paradosso, da parte di alcuni protagonisti dell’architettura patinata come Liebeskind, Portoghesi e Gregotti, di una mimesi delle stesse critiche che li hanno coinvolti. Per realizzare un progetto autentico e a misura d’uomo bisogna invece rifuggire dalle grandi scale, dismettere i panni dello specialista, e per es. lavorare insieme al committente sul luogo dove sorgerà l’edificio, ad applicare l’istinto per decidere dove disporre una finestra, o quali materiali utilizzare.

La proposta di Salingaros mette al centro dell’euristica architettonica l’uomo e la situazione concreti. Ciò contrasta l’idolatria dell’oggettivismo, della tecnica e dell’universale che caratterizzano la deformazione della nostra civiltà; e da un punto di vista architettonico, l’imperversare del vetro e dell’acciaio, i pannelli preformati di liscio cemento che dominano ovunque e in ogni contesto culturale e paesaggistico. Progettare biofilia significa riacquistare individualmente l’episteme scientifica, estetica, prassica, umana, per poter scegliere personalmente; è intraprendere un cammino umile e responsabile, possibile a tutti, che non si nasconde dietro l’autorità della conoscenza astratta e del profitto.
Il metodo proposto permette di realizzare edifici belli, funzionali, che agevolano la vita, connessi all’uomo con i suoi bisogni e i suoi costumi. Esso ha già dato l’avvio a un movimento dal basso che ha coinvolto in tutto il mondo architetti, committenti, piccole comunità. L’idea di rifiutare la società dello spettacolo in favore della vita ha coinvolto migliaia di persone, rendendo assai difficile mistificarlo nell’ennesimo prodotto commerciale. Se è vero, citando Dostoevskij, che «la bellezza salverà il mondo», c’é sinceramente da augurarsi che questa mobilitazione cresca sempre più rapida, come la dinamica di quelle belle onde che fanno respirare l’Oceano.

[1] Cf. ad es. Alessandra Cristofani, «Rivolta contro la chiesa-cubo di Fuksas», La Stampa, 12/05/2009, p. 20; Anonimo, «L’Aquila: è già rivolta contro le archistar», Il Tempo, 14/05/2009, p. 2; Stefano Serafini, «San Pietroburgo sceglie Roma come modello», Il Secolo d’Italia, 17/11/2009, p. 8. Le archistar naturalmente non se ne stanno con le mani in mano; evitando accuratamente di rispondere ai lazzi e alle irritazioni popolari («ignoranti»), da veri professionisti della comunicazione selezionano giornali e retorica “progressisti”, ad es. per accusare di scarsa democraticità il principe Carlo, reo di aver convinto la famiglia reale del Qatar a preferire un edificio più classico, invece di un mostro alla moda in acciaio e vetro, da realizzare a Londra accanto al Royal Hospital di Chelsea del celebre architetto seicentesco sir Christopher Wren, cf. Enrico Franceschini, «La rivolta degli archistar contro il principe Carlo», La Repubblica, 20/04/2009, p. 31.
[2] Così per Portoghesi «Gli architetti dello star system, non guardano e non rispettano l’ambiente», per Gregotti la vera architettura deve tenere conto del contesto, mentre Liebeskind nega addirittura di essere un archistar, e sostiene che bellezza e funzionalità debbano camminare insieme. House, Living & Business, nr. 1 (gennaio 2010 http://www.immobilia-re.eu/)

 

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