da CONFLITTI E STRATEGIE di MauroTozzato

Il compianto Costanzo Preve scriveva, in un breve saggio di diversi anni fa, che lo spazio filosofico inteso in senso ampio include anche uno spazio epistemologico e uno spazio ideologico. Da questo si può trarre la conclusione, ad esempio, che anche una critica dura e innovativa come quella che Marx e Engels, nell’Ideologia Tedesca, hanno sviluppato contro la Sinistra hegeliana, per quanto azzeccata, non riduce l’importanza che autori come Feuerbach, Stirner e Bauer hanno avuto nel panorama complessivo della storia delle idee del XIX secolo. La dimostrazione della vacuità delle considerazioni di questi epigoni minori di Hegel, o meglio la decostruzione ideologica delle loro astratte speculazioni, operata dal Moro, non inficia integralmente la legittimità e la validità di tesi forti, seppure esposte alla maniera degli antichi sofisti, come quelle contenute ne L’Unico di Sancho-Stirner. L’illuminismo settecentesco rappresenta, a questo proposito, un fondamentale episodio filosofico che alla luce di alcuni straordinari eventi storico-sociali del XX secolo è diventato bersaglio di profonde e argomentate confutazioni. Le tesi sviluppate da Horkheimer e le complesse e raffinate concettualizzazioni di Adorno – uno dei pochi filosofi novecenteschi in grado di affrontare Kant e Hegel da pari a pari e senza la presunzione di ritenere che le riflessioni dei due più grandi filosofi moderni, appartenendo ad un’altra epoca, risultino necessariamente datate – hanno dato il via ad un filone di ricerca che ha cercato di accantonare una rivoluzione filosofica a cui è stata data la responsabilità di successivi sviluppi degenerativi in misura sostanzialmente, mi pare, esagerata. Mi permetterò, quindi, di esprimermi in maniera ideologica su alcune questioni alla maniera di coloro che, correttamente e in base ad indiscutibili dati di fatto, affermano che la stragrande maggioranza delle inferenze e elaborazioni mentali da cui è costituito il sapere dell’umanità non è costituito da conoscenze razionali ma da pensieri ed idee che “teniamo per vere”. E in effetti il numero di persone che scoprono cose nuove e che producono nuove teorie è incredibilmente limitato rispetto anche a coloro che hanno il tempo e la possibilità di studiare e assimilare, e quindi fare proprie, le idee che altri hanno elaborato. Ma il 99% dell’umanità impara solo quello che è necessario per vivere e lavorare, e necessariamente in maniera semplificata perché di più non serve, e riguardo a tutto il resto si fida, cioè ha fede, in quello che raccontano i vari media e le varie fonti di bassa divulgazione scientifica e filosofica. Se poi consideriamo la quotidianità di tutti noi dovremo ammettere che tutto quello che facciamo è basato sul fidarsi: dei nostri sensi, di quello che ci dicono gli altri, del fatto che le cose funzioneranno nei prossimi giorni come ieri e l’altro ieri ecc.. Scriveva Kant nel suo intervento Risposta alla domanda: che cos’è l’illuminismo? (1783):

<<L’illuminismo è l’uscita dell’uomo da uno stato di minorità il quale è da imputare a lui stesso. Minorità è l’incapacità di servirsi del proprio intelletto senza la guida di un altro. Imputabile a se stessi è questa minorità se la causa di essa non dipende da difetto di intelligenza, ma dalla mancanza di decisione e del coraggio di servirsi del proprio intelletto senza esser guidati da un altro. Sapere aude! Abbi il coraggio di servirti della tua propria intelligenza! – è dunque il motto dell’illuminismo.>>

Indipendentemente dal fatto che il filosofo sopra citato sia stato l’autore delle tre Critiche che hanno trasformato tutto il modo di pensare la filosofia che c’era stato prima, si noterà come la stessa definizione da lui data implichi immediatamente che il modo di pensare illuministico si presenti come discorso critico nei confronti della cultura, della società e della politica nelle modalità in cui vengono a presentarsi in ogni determinato periodo storico. Certo il pensatore borghese Kant non può incitare alla ribellione e alla disobbedienza nei confronti dell’ordine costituito e perciò

<<quale limitazione è d’ostacolo all’illuminismo, e quale non lo è, anzi lo favorisce? Io rispondo: il pubblico uso della propria ragione dev’essere libero in ogni tempo, ed esso solo può attuare il rischiaramento tra gli uomini; invece l’uso privato della ragione può assai di frequente subire strette limitazioni senza che il progresso del rischiaramento ne venga particolarmente ostacolato. Intendo per uso pubblico della propria ragione l’uso che uno ne fa, come studioso, davanti all’intero pubblico dei lettori. Chiamo invece uso privato della ragione quello che ad un uomo è lecito farne in un certo ufficio o funzione civile di cui egli è investito. Ora per molte operazioni che attengono all’interesse della comunità è necessario un certo meccanicismo, per cui alcuni membri di essa devono comportarsi in modo puramente passivo onde mediante un’armonia artificiale il governo induca costoro a concorrere ai fini comuni o almeno a non contrastarli. Qui ovviamente non è consentito ragionare ma si deve obbedire. Ma in quanto nello stesso tempo questi membri della macchina governativa considerano se stessi come membri di tutta la comunità e anzi della società cosmopolitica, e si trovano quindi nella qualità di studiosi che con gli scritti si rivolgono a un pubblico nel senso proprio della parola, essi possono certamente ragionare senza ledere con ciò l’attività cui sono adibiti come membri parzialmente passivi.>>

Qui l’approccio kantiano rischia di diventare veramente un po’ troppo “critico”: per esprimerci alla maniera di T. Parsons potremmo dire che un uso pubblico della ragione non controllato può contraddire, non essere compatibile, con gli imperativi sistemici dell’Integrazione (I) e del Mantenimento del modello latente (L). Le cose possono funzionare soltanto se all’obbedienza esteriore corrisponde anche un adeguamento interiore in modo tale che le osservazioni e le lamentele che possiamo fare a chi ci comanda (dominanti/decisori) vengano prima pensate e filtrate da agenti professionali a questo preposti e poi introdotte, in maniera appropriata, nelle nostre funzioni mentali. Per concludere questa prima annotazione, che continuerò a sviluppare in un post successivo, farò ancora una piccola considerazione. Quando, come ha ricordato a suo tempo Leo Strauss, la filosofia politica – ovverosia la considerazione critica al di fuori di ogni approccio utopistico o idealistico e il dialogo interminabile attorno alle differenze tra i vari regimi politici nella continua ricerca di quale possa essere il migliore ( nella misura in cui una posizione soggettiva di valore non può sostituire integralmente il qualcosa [fuori di noi] che come essere-nel-mondo fa in modo che anche noi possiamo stare nel mondo e non solo in noi stessi) – viene integralmente fagocitata dalla scienza politica la critica non svolge più in questo ambito nessuna funzione. Il potere è l’unico obiettivo del politico (agire) e la politica è essenzialmente guerra e richiede l’approntamento dei mezzi (tecnici) più adatti perché un gruppo e i suoi alleati possano prevalere sui propri nemici. Il problema politicodiviene quindi un problema meramente tecnico e l’unica residua dicotomia, mai problematizzata ma soltanto usata come strumento di propaganda, è quella che contrappone le idee estreme di Stato totale (Schmitt) e di società liberale aperta, in cui l’individuo è libero da tutto e quindi anche dallo “stato” (Rothbard). A questo punto la critica della formazione sociale capitalistica, in quanto implicherebbe l’uso pubblico della ragione, è diventata obsoleta e gli attori sociali si muovono nella sfera politica esclusivamente a partire dai propri stretti interessi individuali e di gruppo impliciti nella riduzione dell’esistenza umana (almeno in occidente) -al di là delle differenze di classe, reddito, strato sociale – alla mera dimensione dell’idios kosmos (mondo privato).

Mauro Tozzato 01.07.2015

 
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