Alzheimer, l’incidenza è in calo ma in futuro i casi aumenteranno del 400%

A Pistoia il congresso nazionale dei Centri diurni fa il punto sullo stato delle malattie neurodegenerative e rilancia l’allarme sui costi e sugli oneri a carico delle famiglie. La storia di Bianca, un esempio di come mantenere attivo il corpo e la mente sia un’arma contro l’insorgere delle patologie

di IRMA d’ARIA

Con 13,5 milioni di anziani (il 21% della popolazione) e già 2,5 milioni di ultrasessantacinquenni non autosufficienti, il divario tra persone attive e non attive è in netto calo. L’Italia non fa eccezione nel quadro delle malattie neurodegenerative che oggi affliggono 1,2 milioni di persone ma che secondo le stime degli esperti aumenteranno nei prossimi decenni del 400% come conseguenza dell’invecchiamento della popolazione. Di malattie degenerative, di assistenza e dei progressi per la ricerca di un vaccino, si parla per due giorni a Pistoia (10-11 giugno) nell’ambito del 7° congresso nazionale sui Centri diurni Alzheimer.

L’emergenza delle malattie degenerative. Secondo l’ultima ricerca dell’Associazione italiana malattia di Alzheimer e del Censis, solo di Alzheimer si stimano 600 mila casi che ogni anno aumentano a ritmo crescente con un impatto economico, oltre alle sofferenze e i disagi, di 12 miliardi all’anno, 8 dei quali sono a carico delle famiglie. Il futuro, secondo recenti studi epidemiologici e rilevazioni statistiche, porterà a un quadro a doppia lettura. La prima, positiva, è che in vari paesi europei e in Usa l’incidenza del rischio Alzheimer nelle nuove generazioni di anziani sembra diminuire sensibilmente. Non è chiaro se questo fenomeno sia dovuto a una maggiore attenzione posta sui problemi cardiovascolari e all’adozione di stili di vita più sani. La seconda, segnalata come un allarme negli stessi studi, è che, se anche ci si ammalerà meno, i prossimi decenni porteranno a un aumento dei casi del 400% a causa dell’invecchiamento della popolazione. “Sono cifre da stato d’emergenza, come per un’alluvione” dichiara Giulio Masotti, presidente onorario della Società italiana di Geriatria e Gerontologia. “Quindi il problema va aggredito con armi adeguate, grandi investimenti nella ricerca e nelle strutture di terapia e assistenza, oltre a garantire alle famiglie un conveniente supporto. Non possiamo continuare a lasciar soli la maggior parte dei malati. Dobbiamo tutelare la loro dignità”.

Cosa accade nel cervello. Quali sono i processi biologici che favoriscono le malattie degenerative? “Di certo – spiega Giancarlo Pepeu, ricercatore e docente emerito di farmacologia dell’ateneo fiorentino – molto incide la predisposizione genetica del soggetto, verificabile anche dai precedenti familiari. Ma all’origine del decadimento neuronale possono esserci anche stili di vita incongrui, dall’obesità all’assenza di attività fisica e/o intellettuale. Oppure una serie di patologie come ipertensione, diabete, arteriosclerosi. Ma anche particolari traumi cerebrali e perfino anestesie su soggetti fragili possono avere analoghe conseguenze”. Che cosa accade quindi nel cervello? Due dei processi correlati che approdano alla morte dei neuroni dividono il campo dei ricercatori in Taoisti e Battisti, ossia tra coloro che studiano la Proteina Tau, la cui iperfosforilazione (una reazione chimica dovuta a un enzima) copre i neuroni di filamenti tossici; e quelli (al momento i più numerosi) che puntano sulla proteina Beta-amiloide, una sostanza neurotossica che si deposita in placche sulle membrane cerebrali inibendo i collegamenti tra i neuroni.

La ricerca per il vaccino. La speranza della scienza è trovare un vaccino. Sono numerose le nuove ricerche sul vaccino anti-Alzheimer in corso nel mondo e importanti trial internazionali coinvolgono anche l’equipe di neuroscienze dell’università di Firenze. Purtroppo, però, finora tutti i tentativi hanno fallito. “Sono allo studio vari tipi di vaccino – conferma il professor Masotti – ma oggi possiamo contare solo su farmaci e terapie capaci di rallentare il decorso del male”. La scoperta di alcuni meccanismi della degenerazione di particolari neuroni importanti nei processi cognitivi ha prodotto farmaci che compensano almeno in parte il cosiddetto deficit colinergico. “Questi farmaci riducono i sintomi della demenza senza però arrestare la malattia. I farmaci del futuro agiranno, invece, sul sistema immunitario: somministrando anticorpi monoclonali dall’esterno, come si fa oggi per molti tumori, oppure inducendo la sintesi di anticorpi specifici da parte dell’organismo: in altre parole, il vaccino” spiega Pepeu. Il Gantenerumab, un anticorpo monoclonale di tipo umano su cui si sta lavorando a Firenze, appartiene appunto a questa categoria. Idem lo studio CAD106, da poco conclusosi e di cui si attendono ora i risultati. “Queste e analoghe strategie di terapie immunologiche – ricorda il farmacologo – puntano non tanto a far regredire la malattia conclamata e a guarire, quanto a prevenire, ossia a mettere in sicurezza chi, per diversi fattori, soprattutto genetici, rischia di ammalarsi”.

Il peso dell’assistenza. Nel frattempo, però, queste malattie comportano dunque più assistenza che cura e l’onere ricade per l’80% sulle famiglie: in Italia ci sono 3,5 milioni di caregiver, per lo più donne, incluse oltre 800 mila badanti, in gran parte straniere e pagate spesso in nero. Un costo di circa 8 miliardi di euro sottratti a bilanci familiari a volte già molto magri. E lo Stato? “Purtroppo in Italia manca una politica di protezione della non autosufficienza – rileva Marco Trabucchi, presidente dell’Associazione italiana di Psicogeriatria – . È la scelta grave di un sistema di welfare che ha privilegiato altri settori. Cambiare non sarà facile, ma è necessario provvedere, anche considerando che la crisi della famiglia e la solitudine dell’anziano sono eventi che tendono ad aggravarsi e che renderanno sempre più difficile continuare con l’attuale sistema di assistenza”.

E’ evidente che servono nuove soluzioni. In Germania hanno approvato già 20 anni fa una riforma per l’assistenza continuativa agli anziani non autosufficienti. Francia e Spagna hanno fatto altrettanto nel 2002 e nel 2006, la Gran Bretagna li ha imitati due anni fa. L’Italia, già penalizzata dal calo delle nascite, è il solo grande paese europeo rimasto al palo. “Siamo indietro perché abbiamo paura di innovare. E perché occorrerebbe una politica fiscale diversa, una più equa distribuzione della ricchezza, far pagare chi non paga e magari introdurre anche nuove tasse” conclude Trabucchi.

Danzo ergo sum. In assenza di cure, chi opera in prima fila studia e sperimenta varie vie per contrastare la neurodegenerazione. Una è la Danza Movimento Terapia, cioè una “terapia del ballo” che ha l’obiettivo di portare le emozioni a livello cosciente in modo che, padroneggiandole, il paziente possa esprimerle senza angosce anche nel rapporto con gli altri. Come è accaduto ad Angelo e Carlo, due pazienti affetti da disabilità intellettiva che hanno sperimentato l’efficacia di questa terapia. Angelo, 64 anni, è un ex trovatello a lungo internato in vari manicomi. Ha carattere schivo, è buono, umile, ma da quando ha perso alcune persone per lui importanti, mostra lati aggressivi, è facile al pianto e capace di rabbie e violenze repentine. “Fin da subito i suoi movimenti chiusi, flemmatici, hanno denunciato il trauma della separazione – spiega la psicologa Laura Neri, che pratica la Danza Movimento Terapia nella Usl di Bologna e di varie istituzioni convenzionate e che di queste iniziative parla al congresso di Pistoia. “Allargare le braccia, conquistare lo spazio intorno a sé gli è costato sforzi notevoli. Ma nell’arco di sei anni l’ho visto pian piano crescere in consapevolezza del proprio corpo ed ormai vive lo spazio della Danza Terapia come luogo sicuro e di benessere”. Carlo, invece, di anni ne ha 46. È un soggetto Down difficile da gestire soprattutto dopo la morte della madre. E’ insicuro, aggressivo. Ha cercato di fuggire dal Centro di Lavoro Protetto, urla, offende, lancia oggetti contro le persone. “Con lui” spiega Neri “sono emerse coreografie in cui si grida, ci si rotola a terra, ci si arrampica o si usano semplici oggetti. Carlo ha così acquisito un proprio vocabolario corporeo per canalizzare e orientare i suoi vissuti. Lentamente le pulsioni aggressive e distruttive sono state sostituite da una maggiore capacità espressiva e comunicativa”.

Cento anni di salute. Parlando di prevenzione, invece, è importante con  l’avanzare dell’età mantenere il cervello attivo e il corpo in forma. Infatti, se la piemontese Emma Morano ha appena conquistato il record mondiale di longevità coi suoi 116 anni, Bianca Neri Nannini, fiorentina trapiantata a Pistoia, è di sicuro la centenaria più in forma. Memoria d’elefante, chiacchiera inarrestabile, abita e si gestisce da sola, si allena ogni giorno, legge di tutto, segue la politica e dirige ancora un importante studio immobiliare. Bianca compirà 100 anni il prossimo 4 luglio ed è tra le protagoniste del congresso nazionale sui Centri Diurni Alzheimer come esempio concreto che è possibile “resistere” e non farsi attaccare dalle malattie neurodegenerative. La centenaria non ha avuto proprio una vita facile: è passata attraverso due guerre mondiali, una sofferta vedovanza, tre tumori e altrettante chirurgie ai femori. Ma allora qual è il suo segreto per essere ancora così vispa e in salute? “Io non ho segreti” racconta sorridendo. “Posso solo dire che ho sempre cercato di tenere allenati sia i muscoli che il cervello. Muoversi è essenziale, anche se fa fatica. Poi bisogna interessarsi alla vita, a quanto accade intorno a te, che si tratti di cultura o di sociale. Inoltre, non ho mai fumato né bevuto alcolici. E a tavola preferisco frutta e verdura con pochissime carni rosse per via di un trauma di guerra quando, dopo un bombardamento, vidi morire un bambino squartato da una scheggia. Ma la pasta sì. La pasta mi piace. Anche al ragù”.

Fonte: repubblica.it
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