Da LobbyingItalia

(Giovanni Gatto) ALTER-EU (Alliance for Lobbying Transparency and Ethics Regulation), il movimento formato da più di duecento associazioni sparse in giro per l’Europa che conducono studi sulla trasparenza e sulla democraticità delle istituzioni europee, a un mese dalle elezioni per il Parlamento comunitario (che si terranno tra il 22 e il 25 maggio prossimo) ha emesso un comunicato dal titolo “Barroso II Commission: ’Talking the talk, but not walking the walk’ on transparency”.

Il documento ha seguito di qualche giorno una presa di posizione netta (ma forse tardiva, alla luce del poco tempo in carica rimasto) da parte del Parlamento Europeo, che con una votazione quasi unanime (646 favorevoli, 7 sfavorevoli, 14 astenuti) ha approvato il 16 aprile 2014 alcune misure volte a rendere obbligatorio il “Registro per la trasparenza dell’Unione Europea” in vigore, in modo congiunto per Commissione e Parlamento, dal 2011. La decisione è stata approvata “per evitare che la forza di pochi prevalga sugli interessi di molti- L’attività dei gruppi d’interesse (…) deve essere trasparente e seguire norme rigorose”. I deputati hanno proposto nuovi incentivi per invogliare e, se necessario, obbligare i portatori di interesse a iscriversi al Registro, da un lato, e altre restrizioni per i membri delle Istituzioni europee che non incoraggiassero la trasparenza del processo decisionale e dei rapporti con le lobby, dall’altro. Tra le richieste vi sono la limitazione dell’accesso ai locali comunitari per i soggetti non registrati; facilitazioni per i soggetti registrati; definizioni più dettagliate delle sanzioni da applicare in caso di mancata registrazione[1].

Relatore della decisione è stato l’italiano Roberto Gualtieri, esponente del Partito Democratico italiano e dei Socialdemocratici europei, che il 18 marzo 2014 fu portavoce nella Commissione Affari Costituzionali dell’Europarlamento del primo provvedimento che muoveva un passo deciso verso l’obbligatorietà del Registro per la Trasparenza[2].

Il comunicato di ALTER-EU ha analizzato il lavoro condotto dalla Commissione insediatasi nel 2010 nel corso degli ultimi quattro anni, concentrando la propria attenzione su quattro punti critici: trasparenza delle lobby, fenomeno delle revolving doors, gruppi di lavoro e accesso ai documenti. Il rapporto è stato il punto finale della campagna “Politics for People”, portata avanti da ALTER-EU per permettere ai cittadini di far “sentire” la propria voce all’interno delle istituzioni europee pur non disponendo dei fondi e delle strutture dei potenti gruppi lobbistici di Bruxelles, in particolare le aziende hi-tech e i grandi gruppi finanziari (che, secondo uno studio di Corporate Europe Observatory, spenderebbero 120 milioni di euro l’anno in attività di lobby).

Secondo ALTER-EU, l’approccio del Presidente della Commissione Barroso e del Commissario per le Relazioni Interistituzionali e l’Amministrazione, lo slovacco Maroš Šef?ovi?, è stato passivo, poco reattivo, difensivo, dedito al rispetto dello status quo piuttosto che orientato verso la maggiore trasparenza dei gruppi di interesse. Le uniche attività in tal senso, infatti, sono state portate avanti solo dopo la sollecitazione da parte di membri del Parlamento, di ONG o della stampa a seguito di scandali (come quello che ha condotto il precedente Commissario alla Salute John Dalli, maltese, alle dimissioni, dopo il coinvolgimento in un’inchiesta su un caso di corruzione da parte della società svedese Swedish Match, condotta dall’Ufficio europeo per la lotta anti frode).

Per quanto riguarda il primo punto (il Registro per la Trasparenza delle lobby), ne vengono contestati tre aspetti: la volontarietà del registro, le poche informazioni che il registro contiene, l’illeggibilità di alcuni dati che porta a irregolarità amministrative sulla redazione del registro stesso. Il documento, reso unitario per Parlamento e Commissione proprio da Barroso nel 2011, fu un passo in avanti, ma non si basò su un’iniziativa spontanea della Commissione, organo di primaria importanza tra le Istituzioni comunitarie, bensì del Parlamento. Inoltre, alcuni membri della Commissione hanno fatto in modo, con il loro comportamento, di rendere l’obbligatorietà del Registro non necessaria per portare avanti azioni di lobbying: il Commissario finlandese Olli Rehn, ad esempio, incontrò esponenti della potente Goldman Sachs (società che storicamente boicotta il Registro per la trasparenza) per ben tre volte nel corso del 2011, fatto che testimoniò la poca serietà dell’azione della Commissione sulla trasparenza. In altre situazioni, nonostante le ripetute sollecitazioni da parte di cittadini e Parlamento, l’obbligatorietà del Registro è sembrata più che un obiettivo, un cruccio per i lavori della Commissione.

Il secondo punto dell’analisi di ALTER-EU riguarda il fenomeno delle “porte girevoli”. Il rapporto fa una rassegna dei principali membri delle Istituzioni europee che sono passati a rappresentare le grandi imprese o i grandi interessi costituiti (qui una rassegna dei casi di revolving doors da parte di Corporate Europe Observatory). Parlamento e società civile hanno spinto la Commissione ad attivare un nuovo Codice di Condotta che ha previsto un periodo di 18 mesi di “raffreddamento” da parte di chi, spogliatosi di cariche politiche, avrebbe voluto intraprendere la carriera di lobbista. Durante questi 18 mesi, gli ex-Commissari sarebbero stati interdetti dall’ingresso negli edifici comunitari. Secondo ALTER-EU, però, la misura non è adeguata, poiché servirebbe un periodo almeno doppio (circa 3 anni) di interdizione per evitare qualsiasi contatto tra un ex-Commissario recentemente decaduto e altri funzionari europei in carica.

Importante è anche il focus sui gruppi di esperti (“advisory groups”) e sulla loro attività d’informazione all’interno delle commissioni parlamentari o delle Direzioni della Commissione, che molto spesso sono monopolizzati dai grandi gruppi di pressione, in particolare industriali e finanziari. ALTER-EU e altre associazioni, negli anni, hanno fatto pressione per evitare che i lobbisti sedessero tra gli esperti a titolo individuale, che il budget a disposizione dei gruppi di lavoro fosse equo e limitato, che tutti i documenti fossero pubblicati. Fu quasi tutto inutile, poiché l’anno dopo l’applicazione delle misure nulla faceva presagire a un cambiamento, in particolare nella DG Tassazione e Dogane, mentre nella DG Impresa e Industria fu instaurata maggiore equità grazie a regole stabili e certe.

L’ultimo punto riguarda l’accesso ai documenti ufficiali, uno dei diritti umani fondamentali proclamati dal Trattato di Lisbona. La Commissione, però, ha man mano ristretto la nozione di “documento” che, dopo Lisbona, sarebbe dovuto essere reso pubblico: dapprima includeva solo i documenti trasmessi formalmente, poi prevedeva il diritto all’accesso dei documenti solo in caso di sottoposizione a una Corte o un’inchiesta, e via dicendo. ALTER-EU invece propone, semplicemente, di rispettare le previsioni del Trattato di Lisbona del 2007, che prevedevano un accesso illimitato a tutti i documenti delle Istituzioni europee.

Il bilancio finale del documento di ALTER-EU è essenzialmente negativo, ma ottimista e propositivo per il futuro. La maggior trasparenza delle istituzioni non è utile solo a cittadini e corpi intermedi che desiderano entrare nel processo decisionale comunitario con potere pari a quello delle grandi multinazionali, dotate di fondi pressoché illimitati; la trasparenza consentirebbe anche alle Istituzioni (e alla Commissione in primis) di venir fuori in modo “pulito” da scandali che implicano i loro funzionari (non ultimo il caso Dalli) e di ripianare il deficit democratico di cui sono spesso accusate.

[1]F. Spicciariello, “Parlamento UE approva misure per maggior trasparenza lobbying”, Lobbying Italia, 15 aprile 2014.

[2] Redaz., “Lobbies: Parlamento europeo approva norme per trasparenza”, EU News, 18 marzo 2014.

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