Il governo annuncia la vendita di oltre mille beni demaniali, l’opposizione grida allo scandalo

Un elenco di 1280 nomi. Una lista che comprende tutti gli invitati al gran ballo delle privatizzazioni in Albania. Un boccone goloso, che comprende la società petrolifera Albpetrol, le Poste nazionali, e le proprietà del ministero della Difesa. Si dovrebbe cominciare, secondo quanto stabilito in una riunione del Consiglio dei Ministri di Tirana il 5 luglio scorso, da quattro centrali idroelettriche.

”La direzione è obbligata: dobbiamo andare verso la privatizzazione completa”, ha commentato il premier albanese Sali Berisha, al termine del consiglio. Si tratta delle centrali di Ulez, Shkopet e Bistrica 1 e 2, che producono il 5,5 percento del fabbisogno energetico dell’Albania. Entro la fine del 2011, inoltre, il governo ha deciso di mettere sul mercato la compagnia nazionale del petrolio, l’Albpetrol, e il gigante delle assicurazioni, la INSIG. Dopo di che toccherà alla compagnia telefonica nazionale, l’Albtelekom, la raffineria petrolifera ARMO, i distributori dell’energia OSSH e CEZ.

La reazione dell’opposizione socialista, guidata da Edi Rama, non si è fatta attendere. ”L’iniziativa è un saccheggio, l’ennesimo furto della corte dei briganti“. Rama avverte che quando l’attuale opposizione tornerà al governo queste privatizzazioni saranno revocate e saranno fatte inchieste approfondite sulle procedure e sugli acquirenti per assicurare il massimo di trasparenza. “La privatizzazione è l’ennesimo atto di banditismo dei briganti che hanno rubato i voti per saccheggiare l’Albania” ha denunciato Rama confermando che l’opposizione tornerà in piazza per chiedere le dimissioni del governo. A gennaio, la mobilitazione della opposizione generò scontri violenti e la morte di tre manifestanti.

Una delle risorse in ‘vendita’ più contestate è quella delle proprietà della Difesa. Per Berisha e i suoi, si tratta solo di ruderi inutili. Rama non è d’accordo. “Non sono solo vecchi edifici fatiscenti”, ha sottolineato il leader socialista, denunciando che ”la privatizzazione riguarderà ampie fette del territorio nazionale attualmente di proprietà del demanio militare. Si sta cercando di privatizzare i punti più panoramici e dalle potenzialità turistiche del Paese“.

Questo il fulcro della vicenda: l’accusa di Rama è quella di voler svendere in fretta, prima della certa – almeno dal punto di vista di Rama – sconfitta di Berisha alle prossime elezioni, in modo da distribuire ‘prebende’ alla fitta rete di collusioni di cui si nutre il premier. In verità, lo stesso Rama ha la sua di rete da gestire, ma di sicuro la procedura d’urgenza varata dal governo che prevede anche la cancellazione del concetto di ‘prezzo minimo garantito’ per sveltire la vendita dei beni non appare trasparente.

Berisha, dal canto suo, difende la misura e ne sottolinea l’elevato valore etico, in quanto il libero mercato sarà garanzia di trasparenza e assesterà un duro colpo alla corruzione che affligge il Paese delle Aquile, finito nel mirino Ue che – in vista dell’adesione di Tirana – chiede misure urgenti in questo senso. Nel dubbio, però, le dichiarazioni di Rama fanno rumore, perché è difficile immaginare un imprenditore che investa in Albania nel momento in cui il futuro premier annuncia che non riterrà valide le privatizzazioni dell’attuale esecutivo. Rama, in passato, ha cambiato idea su tante cose. La sensazione è che se l’imprenditore è quello giusto, per Berisha o per Rama, sull’Albania si sta per abbattere un’ondata di speculatori.

Christian Elia, Peace Reporter

 

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