Di Luca Martinelli

I francesi di Veolia controllano l’approvvigionamento dell’acqua in tutta la Regione, attraverso Sorical. Se i comuni non pagano, chiude i rubinetti

Dopo aver ridotto la pressione dell’acqua, qualcuno ha chiuso l’acquedotto con un lucchetto e si è portato via la chiave.
È così che, in Calabria, è iniziata la guerra dell’acqua.
La chiave è nella tasca della “badante” che la giunta regionale ha scelto per aiutare la “vecchia signora”, come qualcuno tra gli amministratori della Regione chiama la rete idrica calabrese. La badante in questione è una signora francese, si chiama Veolia, ed è la prima impresa del servizio idrico al mondo (vedi box a p. 23).
È arrivata in Calabria nel novembre del 2004, come azionista di Sorical, la Società risorse idriche calabresi. Possiede solo il 46,5% dell’azioni (le altre sono appannaggio della Regione Calabria, della 5 Province calabresi, dell’Anci Calabria), ma lo statuto prevede che l’assemblea deliberi sempre con una maggioranza qualificata dei 55%. C’è bisogno, cioè, dell’accordo tra socio pubblico e socio privato. Per dirla in modo diverso: se il privato non vuole, una delibera non passa.
Sorical, in Calabria, non si occupa del ciclo integrato delle acque, quello che tiene insieme acquedotti, fognature e sistemi di depurazione, ma solo dell’adduzione: vende l’acqua all’ingrosso ai Comuni. E se gli enti locali non pagano, chiude i rubinetti.
È successo, negli ultimi mesi, a Frascineto (in provincia di Cosenza) e a Cinquefrondi (in provincia di Reggio Calabria). Prima ancora, nell’autunno del 2010, a Cosenza, comune capoluogo di Provincia, 70mila abitanti. In Calabria vivono oltre 2 milioni di persone.
I comunicati diffusi da Sorical per annunciare i tagli sono laconici, come se il “nodo” della questione non fosse la negazione di un diritto. Questo è dell’agosto 2010: “Sorical procederà alla riduzione della fornitura idropotabile per i comuni di Bova Marina e Locri sin dai prossimi giorni. La decisione è resa inevitabile dalla decisione delle rispettive amministrazioni comunali che non hanno mai inteso provvedere al pagamento del dovuto nei confronti della società, pur in presenza di una fornitura costante e puntuale e di interventi di manutenzione ordinaria che hanno consentito la normale erogazione del prezioso liquido”.
L’azienda assicura che la “riduzione” non incide sul fabbisogno cittadino.
“Ogni fontaniere, però, spiega il contrario: a una portata inferiore della rete corrisponde una pressione inferiore, e ciò significa che l’acqua fatica a salire ai piani alti delle case”. Giovanni Di Leo, l’uomo che mi fa quest’esempio, è un ingegnere idraulico. Per 26 anni ha lavorato nella gestione degli acquedotti calabresi, come dipendente della Regione Calabria, che fino al 1° novembre 2004 -prima dell’avvio dell’era Sorical- si occupava direttamente degli impianti di adduzione, ereditati a metà anni Ottanta dalla Cassa del Mezzogiorno. Oggi è ancora un dipendente della Regione, ma soprattutto ha messo le proprie competenze a servizio del Coordinamento calabrese acqua pubblica “Bruno Arcuri”. “Esiste una convenzione-tipo tra Sorical e Comuni, che è stata approvata dalla Regione -spiega Di Leo-. Ma anche in caso di ritardo nel pagamento non prevede la riduzione parziale o totale dell’erogazione dell’acqua potabile”. Oggi, invece, per non chiudere i rubinetti Sorical propone ai Comuni morosi di firmare una seconda convenzione, “più impegnativa” spiega Di Leo. Oltre alla restituzione del debito, in 60 rate mensili, prevede anche il pagamento anticipato dell’acqua potabile.
Secondo Maurizio Del Re, l’amministratore delegato di Sorical, la cosa è un po’ diversa. Intanto, chiarisce, “la tariffa l’ha stabilita la Regione, perché non avviene mai che un concessionario imponga la tariffa. Il servizio di approvvigionamento -continua Del Re- implica un costo, che i Comuni devono ribaltare sulla tariffa che paga il cliente finale. E la tariffa -specifica- giustifica la propria evoluzione sulla base degli investimenti e dell’inflazione”. Secondo l’ad Sorical, in molti Comuni alle perdite fisiche si sommano quelle amministrative (acqua non contabilizzata, non fatturata). “Molti Comuni hanno ridotto le seconde, ed hanno risorse sufficienti per far fronte ai propri costi, tra cui Sorical. Non dimentichiamoci che viviamo situazioni di gravi ritardi, fino a due anni, nei pagamenti. Ciò è, per noi, fonte di squilibrio finanziario”.
Una riflessione ineccepibile, se non fosse che tutta la situazione deriva da un’interpretazione singolare della normativa italiana: la legge Galli del 1994, quella che istituiva il servizio idrico integrato, immagina l’unificazione su scala territoriale dei servizi di acquedotto, depurazione e fognature. Lo spiegano in molti, anche se con parole diverse: Salvatore Corroppolo, dirigente della Regione, che dice: “Sfuggendo una quota (l’adduzione, data in concessione a Sorical, ndr) rimane un servizio monco”; Sergio Cristofanelli, responsabile della segreteria della Commissione nazionale di vigilanza sulle risorse idriche presso il ministero dell’Ambiente, Conviri, dal suo osservatorio registra che “la Calabria non ha fatto niente: c’è una forte arretratezza: in un ambito su cinque, Crotone, si è arrivati all’affidamento del servizio idrico integrato”. Infine, Claudio Cavaliere, segretario di Legautonomie Calabria, associazione di enti locali, spiega così la situazione calabrese: “È semplice: anche nel sistema idrico c’è la polpa e c’è l’osso. In una Regione ricca d’acqua, la polpa è l’adduzione, che non è particolarmente gravosa. L’osso è la distribuzione: i Comuni sono costretti ad acquistare l’acqua all’ingrosso: acquistano 100 e fatturano 60. Se il servizio fosse integrato, i costi degli investimenti sulla rete si potrebbero scaricare sull’intera filiera”. Cavaliere ha curato il rapporto di Legautonomie “Il buco nell’acqua”, presentato nel marzo del 2011. Dove si calcola, tra l’altro, che il deficit accumulato di gestione accumulato dai Comuni per il servizio idrico integrato tra il 2011 e il 2008 ammonta a 579 milioni di euro.
Cristofanelli, del Conviri, se la prende anche con gli enti locali: “Non mi risulta che i Comuni pongano in essere attività finalizzate al recupero della morosità”. “Il problema sta esplodendo -gli fa eco Claudio Cavaliere-: gli enti locali non ritengono di dover riconoscere a Sorical debiti di dieci anni fa nei confronti della Regione. I contenziosi sono in aumento. Siamo, ormai, a una fase giudiziaria: molti Comuni si sono rivolti ai tribunali”.  
Il nodo, spesso, è quello dei “crediti pregressi”: con la convenzione sottoscritta nel 2003 tra Regione e Sorical, la prima chiedeva alla seconda di farsi carico del recupero delle somme dovute dalle amministrazioni comunali alla Regione prima dell’ingresso della società privata, pari a circa 500 milioni di euro.
Il tutto in cambio del 2% sulla somma recuperata. Di Leo però mette in fila anche altre falle del “sistema calabrese”. Una è che Sorical, a fine 2010, avrebbe aumentato il costo dell’acqua del 32% circa, e del 21 per cento a fine 2008. Peccato che, in virtù della convenzione, i prezzi avrebbero dovuto restare bloccati fino al primo novembre 2010. “Calcoliamo che in questo modo Sorical avrebbe scaricato sui Comuni una spesa di 30 milioni di euro” racconta Alfonso Senatore, che con Di Leo coordina in Calabria il Comitato referendario “2 sì per l’acqua bene comune”. Un’altra è che, in base alla solita convenzione, l’azienda considera “investimento” anche gli interventi di manutenzione straordinaria, che in questo modo incidono direttamente sulla tariffa. E pur calcolando la manutenzione tra gli investimenti, quelli realizzati tra il 2005 e la fine del 2009 ammontano a 57,7 milioni di euro, una quarantina in meno rispetto a quelli previsti secondo la Convenzione Regione-Sorical. 
Sembra, poi, che Sorical faccia pagare l’acqua erogata ai Comuni spesso senza legittimazione amministrativa all’uso della risorsa idrica: in altre parole l’azienda non paga l’acqua derivata dalle fonti di alimentazione (corsi d’acqua, sorgenti, pozzi). L’articolo 17 di un regio decreto del ‘33, il numero 1775, prevede (comma a) che “è vietato derivare acqua pubblica senza un provvedimento autorizzativo o concessorio dell’autorità competente”. Da informazioni assunte, prendendo a riferimento l’anno 2007, risulta che la Sorical abbia “derivato” 328 milioni di metri cubi d’acqua prelevando la risorsa da 27 grandi derivazioni e 364 piccole derivazioni, il 79,75% delle quali risulterebbero irregolari: 2 “con titolo amministrativo valido ma non coerente con la effettiva portata derivata”; 11 “con titolo scaduto, ovvero provvisorio”; e 297 per le quali “non si dispone di alcune notizia circa l’avvio di istruttoria di rito”. E concessione significa pagamento di canoni, commisurati al tipo di utilizzo e ai volumi derivati. In base alla Convenzione, la società riconosce alla Regione un canone di 500mila euro all’anno, per l’uso degli impianti e delle opere degli acquedotti regionali (dighe, reti). La somma non comprende il diritto di utilizzazione della risorsa idrica poi erogata -cioè “venduta”- da Sorical ai Comuni calabresi.
C’è, infine, il mega-mutuo da 240 milioni di euro acceso con Depfa Bank (banca di diritto irlandese, al centro di un processo a Milano per i derivati venduti al Comune lombardo). Serve a finanziare gli investimenti: “Nonostante le ripetute richieste del Coordinamento calabrese acqua pubblica -spiega Di Leo-, non sappiamo chi sia il garante del mutuo”.
Ad Ae Del Re, l’amministratore di Sorical, spiega che in pegno ci sono “solo le azioni del partner privato”. Scarsa trasparenza: sono i risultati di una privatizzazione consumata senza realizzare il servizio idrico integrato. E il prossimo passo, che la Regione sta programmando, è l’unificazione dei 5 ambiti territoriali ottimali (Ato) in cui era suddiviso il territorio regionale. Per arrivare, forse, a una gestione unitaria. Del Re minimizza il ruolo della Sorical: “La nostra è una società di progetto, e deve rispettare il contratto sottoscritto con la Regione. Non vi è altro interesse, né legittime aspirazioni. Se poi Veolia vuole partecipare ad un’eventuale gara, può farlo”. Da Roma, però, il segretario del Conviri ci dice che “Sorical aspira a diventare il gestore del servizio idrico integrato”. Chi ha ragione lo sapremo nei prossimi mesi.

Cento giorni senza
Cento giorni senz’acqua potabile. Succede a Vibo Valentia, uno dei 110 capoluoghi di Provincia. Secondo i cittadini, è colpa dell’invaso dell’Alaco, una diga a mille metri d’altezza, nel territorio comunale di Brognaturo (Vv), che garantisce l’acqua potabile a circa 400mila cittadini calabresi, a cavallo tra le province di Vibo e Catanzaro. “La Diga dell’Alaco è una ex incompiuta. L’invaso è stato terminato da Sorical nel 2004. Ed è poi stata riempita senza fare le dovute bonifiche, senza eliminare la vegetazione presente sul fondo” raccontano alcuni membri del Coordinamento delle Serre per la difesa dell’acqua. Sergio G., Sergio P., Vincenzo, Salvatore A., Salvatore C. e Bruno vivono a Serra San Bruno, 7mila abitanti a 800 metri sul livello del mare. Sono scesi a Cosenza per portare in un laboratorio privato di analisi le acque del lago dell’Alaco. Vogliono capire cosa c’è nell’acqua. Anche il sindaco di Serre, infatti, ha emesso un’ordinanza di non potabilità. Per ferro e manganese. È stata revocata a inizio aprile, dopo 38 giorni. “L’impianto di potabilizzazione è sottodimensionato -accusano-. Inoltre, è concepito per trattare acque del sottosuolo, non di superficie. Abbiamo raccolto mille firme in calce a una petizione per chiedere che i dati delle analisi siano resi pubblici”.
Il paradosso: quella delle Serre è una delle zone più ricche d’acqua della Calabria; qui s’imbottigliano 4 marchi di acque minerali. “I nostri acquedotti erano alimentati da pozzi -spiegano i membri del Coordinamento-. Questi acquedotti oggi sono stati dismessi”. Maurizio Del Re, ad di Sorical, ribatte alle accuse: “Noi eccepiamo sul fatto che il sindaco abbia emesso un’ordinanza di non potabilità. Facciamo 120mila misurazioni all’anno”. Per Sorical, la colpa è del Comune. Per il Comune, è di Sorical. Ci fosse il servizio idrico integrato, queste manfrine non esisterebbero. “L’Arpacal (Agenzia regionale per la protezione dell’ambiente della Calabria, ndr), nell’agosto del 2010, ha emesso il proprio giudizio: il problema è nell’impianto di adduzione, ovvero della diga dell’Alaco” spiega Di Leo, del Coordinamento calabrese acqua pubblica.          
Nelle foto che mi mostrano, scattate sulle rive dell’Alaco, ci sono schiume strane. Le analisi spiegheranno cosa c’è sotto. Info: www.associazionebrigante.it

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