Assaltata a cannonate la sede del governo: «Abbiamo sconfitto Gheddafi, ora pagateci». Paese nel caos e Cnt screditato, mentre nelle carceri è sempre più emergenza

Dal Consiglio di transizione libico (Cnt) avevano fatto appena in tempo a felicitarsi con Hollande e a lodare «il ruolo della Francia di Nicolas Sarkozy nella rivoluzione libica», che in tanti martedì scorso hanno dovuto fuggire o asserragliarsi nella sede del governo provvisorio a Tripoli. Centinaia di ex-insorti in assetto di guerra hanno infatti assaltato la sede del Cnt in pieno centro ingaggiando con le guardie governative una battaglia durata un’ora.
I miliziani, arrivati dalla zona montagnosa del Nefusa, cento chilometri a sud-ovest della capitale libica, erano a bordo di più di 50 veicoli, le “tecniche”, armati anche con mortai e cannoni antiaerei. Circondata la sede del governo, hanno bloccato le strade sparando raffiche di intimidazione e avviando una “trattativa”, respinta dall’interno, scatenandosi poi con ogni arma contro l’edificio. L’obiettivo ufficiale dell’assalto era il pagamento dei compensi pattuiti per aver combattuto per otto mesi contro Gheddafi. Secondo fonti di Tripoli alcuni assalitori sono penetrati nell’edificio e nel conflitto a fuoco con le guardie del ministero dell’Interno vi sarebbero stati almeno quattro morti e decine di feriti, mentre le forze di sicurezza, comandate dall’uomo forte di Tripoli, l’islamista Abdul Hakim Belhadji isolavano la zona permettendo l’arrivo delle ambulanze. Una sola domanda: che ruolo ha Belhadji che, nonostante la sua forza militare, sembra incapace di prevenire questi attacchi pure se sono “telefonati” come quello di martedì e visto che i miliziani che hanno attaccato la sede del governo sono gli stessi che nelle scorse settimane hanno riconsegnato proprio a lui l’aeroporto civile di Tripoli?
Ora nessuno sa se le richieste degli assalitori siano state esaudite o meno, l’unica certezza è che ci sono stati decine di arresti. E in occasione dei funerali delle guardie uccise nell’assalto si annuncia a Tripoli una manifestazione di protesta «contro lo strapotere delle milizie».
Non è la prima volta che ex ribelli assaltano le sedi governative. Già a febbraio era stato attaccato il quartier generale del Cnt a Bengasi, poi a marzo miliziani armati avevano fatto irruzione a Tripoli nella sede del governo. In entrambi i casi la richiesta era «pagamenti e lavoro, come promesso». Ieri il “premier” libico ad interim Abdurrahim al-Kiib – nominato dal Cnt ma da questi non più sostenuto – ha dichiarato alla tv di stato che «il governo rispetterà le promesse, ma non cederà al ricatto di questi fuorilegge e non negozierà sotto la minaccia delle armi». Vista l’incapacità del delegittimato Cnt a pagare, chissà, potrebbe toccare a Hollande ora versare la paga del miliziani.
Comunque sia la Libia è allo sbando e la situazione peggiorerà. Si aspettano infatti nuovi assalti armati. E non è da escludere che in questo caos siano rimandate le previste per giugno «elezioni per l’Assemblea costituente» – in realtà solo per il comitato che la prepara – sulla cui conferma insistono i governi della Nato. Il ministro degli esteri Giulio Terzi su questo riceverà sabato a Roma l’omologo libico Saad Ben Khaial.
Sullo sfondo il disastro della giustizia e delle carceri. Ieri si è aperto al tribunale di Zawiah il primo processo civile contro cinque ex combattenti pro-Gheddafi per «atti di sabotaggio». Gia il tribunale militare di Bengasi aveva processato quaranta persone per «complotto contro la rivoluzione», ma poi si era dichiarato «incompetente» perchè tutti gli accusati erano civili. Il fatto è che, mentre il Cnt dichiara che sta prendendo il controllo delle carceri, gran parte delle galere sono ancora nelle mani degli ex insorti. E nelle centinaia di prigioni della «nuova» Libia, denuncia un rapporto di Amnesty International e un altro durissimo dell’Onu, avvengono violazioni gravi dei diritti umani ed è diffusa la pratica della tortura, con dodici casi dimostrati di detenuti torturati a morte.
La questione delle carceri è nascosta dall’agenda della Comunità internazionale. Tanto che ieri anche due senatori radicali, Marco Perduca e Donatella Poretti, hanno presentato un’interrogazione al ministro Terzi sulla sorte e sullo status legale del figlio di Gheddafi Seif Al Islam, ancora nelle carceri di Zintan e che Tripoli non consegnerà più alla Corte penale internazionale, anche perché il governo libico non la riconosce, come non la riconoscono gli stessi Stati uniti, che pure hanno chiesto all’Aja di spiccare i mandati d’arresto internazionali contro Seif, lo stesso Gheddafi e l’ex capo dei servizi segreti El Senussi.

Fonte: il manifesto | Autore: Tommaso Di Francesco

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