Giovedì 6 settembre 2012 è stata una giornata per certi versi storica per l’Europa. Tutti i giornali e gli organi di stampa asserviti al regime hanno esultato con grande enfasi per la definitiva discesa in campo della BCE, che rompendo gli indugi ha deciso di intervenire sul mercato secondario per acquistare titoli di stato senza limiti di tempo e di capacità finanziaria. Una notizia entusiasmante per tutti i “mercati”, o meglio per quella particolare e forse prioritaria categoria di mercanti di borsa (i cosiddetti traders) che da tempo si dedicano con grande profitto alla speculazione finanziaria: il loro obiettivo non è quello di finanziare con soldi propri uno stato, un’azienda, un progetto, seguendo un razionale disegno di allocazione delle risorse, ma di agire soltanto sulfattore tempo (o sul fattore spazio, con le plusvalenze da arbitraggio) con soldi spesso presi in prestito da altri per guadagnare sullo scarto di valore, rivendendo al momento più opportuno i titoli acquistati a basso prezzo alcompratore privilegiato dalla capacità illimitata, che è appunto la BCE. Nel giro di poche ore, dopo l’annuncio di Draghi, lo spread fra i titoli di stato italiani e i bund tedeschi è passato da 404 a 350 punti base, dimostrando che la speculazione riesce oggi a fare in Europa quello che un intero governo di presunti tecnocrati, guidato dal fantoccio Mario Monti, non era stato capace di fare in un anno quasi di legislatura. Questa è diventata l’Europa oggi: una terra di conquista per speculatori e mercenari. Nient’altro.


Ricordate come sono avvenute le più cruente colonizzazioni della storia nell’America Latina? Iconquistadores spagnoli scendono dalla nave per incontrare pacificamente gli indigeni locali del Guatemala e del Messico portando in dono beni insignificanti come pezzi di sapone, pane rancido, fondi di bottiglia e ricevendo in cambio monili d’oro o altri manufatti preziosi, come simbolo di conciliazione e fratellanza fra i popoli. Gli incas o gli aztechi non conoscono esattamente il valore di scambio delle cose, quindi ricevere beni per loro sconosciuti costituisce un grande affare. Il conquistatore viene così accolto nel villaggio con tutte le cerimonie che si convengono agli ospiti speciali e comincia a guardarsi attorno stupefatto per la ricchezza delle decorazioni dei templi, delle case o degli abiti degli indigeni, che potrà riportare in patria solo dopo aver convinto gli indigeni a rimanere in pratica nudi a dormire all’addiaccio. Dopo una prima fase di reciproca conoscenza, gli indigeni cominciano a sospettare che l’unico obiettivo del colonizzatore è quello di sottrargli con vari espedienti gioielli, sculture, scarpe, armi, interi pezzi di edifici e il loro atteggiamento diventa ogni giorno più ostile e diffidente. Il conquistatore, capendo che il tempo della cordiale ospitalità è finito, inizia allora a cambiare tono e non chiede più con gentilezza ma pretende con forza ciò che gli indigeni, per ovvie ragioni, non vogliono o non possono più dargli. Comincia così la fase selvaggia della colonizzazione, con carneficine e stragi sanguinose di innocenti. Il conquistatore vince, perché ha la potenza di fuoco necessaria, e da semplice ospite, diventa ora il padrone assoluto  delle nuove terre e di tutte le immense risorse disponibili.
Uno schema classico, che con diversi affinamenti e sottigliezze, continua indisturbato fino ai nostri giorni. Al posto delle armi viene usata l’illusoria potenza di fuoco finanziaria, al posto degli insignificanti doni da barattare, ancora più insignificanti bit elettronici chiamati soldi, sotto forma di prestiti e finanziamenti vari. Chi conosce un po’ le modalità con cui agiscono in simbiosi la Banca Mondiale e il Fondo Monetario Internazionale per frodare e depredare i paesi del Terzo Mondo, sa bene che inizialmente i funzionari in doppio petto vengono accolti dalle popolazioni locali come dei veri salvatori della patria: la Banca Mondiale concede unbene finanziario (prestiti, creati principalmente con denaro virtuale) in cambio di beni reali (terreni, licenze, concessioni), promettendo agli indigeni di trovare impiego presso le multinazionali che presto sbarcheranno con tutto il loro arsenale di tecnologie e ingegneri per sfruttare meglio le enormi risorse inutilizzate del territorio. Dopo un certo periodo di tempo, i governi e le popolazioni locali avranno sempre più difficoltà a ripagare i debiti contratti, perché in verità tutti i profitti realizzati con i nuovi investimenti vengono esportati all’estero e in patria resta poco o nulla. Niente paura. Arriva il Fondo Monetario Internazionale che con altri funzionari in doppio petto offre ai governi locali nuovi prestiti per rinnovare quelli inesigibili in scadenza, in cambio di precisecondizionalità: i governi nazionali devono attuare una rigorosa disciplina di pareggio di bilancio per garantire ai creditori il rimborso dei prestiti “generosamente” elargiti, devono rendere più flessibili e precari i diritti dei lavoratori per assicurare maggiori profitti alle multinazionali, devono privatizzare e liberalizzare tutti i beni che sono ancora gestiti dallo stato. Nel giro di pochi anni, le multinazionali che prima erano dei semplici concessionari diventano i proprietari assoluti del paese colonizzato, potendo disporre come meglio credono non solo delle risorse naturali del territorio ma anche della manodopera locale, che viene praticamente schiavizzata e tenuta in catene con la complicità dei loro stessi governanti, che in certi casi collaborano con i nuovi conquistadores e in altri vengono continuamente minacciati e ricattati (se non barbaramente uccisi: il nome Thomas Sankara vi dice niente?).
Ora, uno schema del genere può funzionare bene con i paesi del Terzo Mondo, ma come si poteva riproporre questa logica predatoria in un continente sviluppato come l’Europa? Pensateci bene. Dopo la fine della seconda guerra mondiale, gli europei avevano praticamente tutto: risorse, tecnologie, competenze, diritti, denaro. Quindi? Quali aiuti potevano mai offrire la Banca Mondiale o l’FMI per impadronirsi con l’inganno di questi territori? I prestiti, che venivano ancora saltuariamente contratti da paesi come l’Inghilterra o l’Italia nel 1976, potevano essere tranquillamente rimborsati nei tempi stabiliti, perché avendo praticamente la gestione e la proprietà delle proprie risorse, gli europei mantenevano i profitti delle loro attività. Le multinazionali e le grandicorporations internazionali, costituite principalmente da gruppi europei e americani, dovevano riuscire a trovare allora un metodo più sofisticato e diplomatico per entrare in Europa dalla porta secondaria, mettendo con le spalle al muro i governanti locali e privando i cittadini dei diritti troppo spudoratamente democratici ed egualitari. Il primo strumento che usarono fu la propaganda: “voi europei non sapete usare i vostri soldi perché siete troppo ricchi, ingordi, avidi, e se continuate così a sperperare il vostro denaro, il debito pubblico diventerà enorme e verrete impoveriti dall’inflazione”.
Il debito pubblico e l’inflazione, che non sono mai stati un problema per gli europei perché obiettivamente non possono costituire una minaccia quando uno stato ha la gestione della propria moneta, delle proprie risorse e dei propri conti pubblici, cominciarono ad essere evocati dagli organi di informazione assoldati dal regimecome i peggiori mali del mondo. Debito pubblico e inflazione, inflazione e debito pubblico, ogni giorno, in ogni dibattito, in ogni tribuna politica, in modo ossessivo e martellante queste parole terribili vennero iniettate nel sangue e nei cervelli dei cittadini, come se fossero effettivamente le peggiori insidie al benessere e alla stabilità sociale. I cittadini plagiati e assuefatti ai metodi subdoli di comunicazione dei nuovi strumenti della propaganda, abboccarono tutti al tranello come pesci all’amo. La guerra fredda, il clima di tensione che si respirava in Italia negli anni settanta, le eliminazioni brutali di tutti gli ostacoli politici, economici, culturali (vedi morti sospette di Aldo MoroEnrico MatteiPier Paolo Pasolini) fecero tutto il resto, convincendo anche i più scettici ed ostinati a piegarsi allo strapotere finanziario dei nuovi conquistadores. La fede neoliberista nel libero scambio, nella concorrenza, nella competizione e nell’arretramento a tutti i livelli dello Stato (“lo Stato non è la soluzione dei problemi, ma è il problema” era lo slogan più acclamato di quel periodo) diventarono il pensiero unico negli affari e nei rapporti sociali, sostituendosi rapidamente a quelli che un tempo erano i civili valori di democratica, razionale e pacifica convivenza. Finchè l’opinione pubblica non venne manipolata a dovere e il terreno non fu pronto per passare ad una fase più avanzata del progetto, spingendo i conquistadores infiltrati negli apparati pubblici (partiti, parlamenti, ministeri, banche centrali, sindacati, associazioni di categoria) a proporre qualche significativo cambiamento istituzionale.
Nel 1979 l’Italia aderisce allo SME (Sistema Monetario Europeo), vincolando la propria politica monetaria al rispetto della rigidità di cambio con altre 5 monete europee. Nel 1981 il ministro delle finanze Beniamino Andreatta sancisce il cosiddetto divorzio fra Banca d’Italia e il Tesoro italiano, tramite il quale la banca centrale non può più comprare i titoli di stato alle aste primarie di collocamento smettendo di fatto di finanziare a costo zero i deficit pubblici e di calmierare gli interessi passivi sul debito da corrispondere agli investitori privati. Nel 1984, in accordo con i sindacati, inizia il lungo cammino di cancellazione della scala mobile che si concluderà nel 1992 con il governo Amato, eliminando l’indicizzazione dei salari all’inflazione e togliendo in pratica potere d’acquisto ai lavoratori. Sono i primi provvedimenti che tagliano le gambe agli stati democratici e ai suoi stessi cittadini, ma bisognava fare di più, il momento era propizio per distruggere le democrazie in Europaschiavizzare le popolazioni, né più né meno di come era già avvenuto nei paesi emergenti e del Terzo Mondo.
Nel 1992, arriva il Trattato di Maastricht, la grande svolta: non potendo agire direttamente sul territorio perché ancora presidiato, i conquistadores aggirano l’ostacolo e si prendono per prima cosa le monete degli stati. Siccome in Europa i flussi di capitali transitavano ancora troppo abbondanti e floridi nelle casse dei governi, bisognava cominciare a prosciugare direttamente la fonte, riportando quelle enormi masse monetarie nei mercati più elitari e inaccessibili dei circuiti interbancari e della finanza speculativa. Le monete nazionali di ben17 stati europei vengono distrutte e accorpate in una moneta unica che viene gestita da una banca centrale privata, autonoma e indipendente, la BCE, che fa della scarsità monetaria e della lotta alla inflazione la sua bandiera, la sua fede da tramandare ai posteri. Dieci nazioni, tra cui Svezia e Regno Unito, che avevano firmato i trattati europei per accedere al mercato comune a 27 stati, rifiutano di adottare la moneta unica, perché capiscono che sarebbe stata una cessione impressionante di sovranità e un colpo mortale per i loro rispettivi interessi nazionali. Gli oligarchi britannici in fondo avevano già distrutto e stravolto lo stato sociale e i diritti dei lavoratori, appoggiando per 11 anni il governo ultraconservatore e neoliberista di Margaret Thatcher, e non sentivano per nulla il bisogno di questo intervento esterno, dell’invasione degli stranieri, per fare ciò che avevano saputo fare benissimo da soli.
La presenza della BCE e la necessità dei governi di dover per forza chiedere ai “mercati” dei capitali il denaro necessario per far funzionare i rispettivi apparati statali, l’amministrazione pubblica, gli enti locali costringe volta per volta ministri delle finanze, funzionari, sindaci ad una rigorosa politica di consolidamento dei conti pubblici, finalizzata alla riduzione del debito pregresso e al pareggio o meglio ancora surplus di bilancio. Un’anomalia tutta europea, perché nella storia dell’uomo mai nessuno stato organizzato e civile, che possa definirsi tale, è mai riuscito a funzionare come una famiglia o un’azienda, avendo compiti e finalità molto più vasti e difficili da quantificare in termini finanziari (quanto costa la Giustizia? Quanto costa l’Ambiente Naturale? Quanto costa l’Uguaglianza? Quanto costa la Solidarietà Umana? Quanto costa la Vita di un Uomo?). I cittadini non capiscono, sono disorientati, da una parte, ammorbati dai loro indotti pregiudizi e preconcetti, pensano che questi sacrifici siano necessari e che i governanti stiano agendo per il loro bene, ma dall’altra vedono giorno dopo giorno assottigliare i loro redditi, i diritti, le tutele sindacali, i servizi essenziali. Contrariamente a quanto riportato nella Costituzione Italiana, il lavoro non è più un diritto inalienabile, ma un lusso che solo pochi possono permettersi e chi ha un lavoro deve tenerselo stretto accettando qualsiasi condizione contrattuale. Chi non ce l’ha deve arrangiarsi, deve emigrare, deve subire umilianti e indegne trafile di emarginazione sociale, finendo per mettersi a completa disposizione di chi saprà meglio schiavizzarlo.
Le frontiere aperte e il flusso continuo di emigrazione dai paesi del sud del mondo, consentono aiconquistadores di attuare una drammatica asta al ribasso dei salari e delle condizioni contrattuali dei lavoratori: lacompetizione selvaggia e sregolata non aumenta le competenze e la qualità dei prodotti, ma si trasforma in una tragica e affannosa lotta alla sopravvivenza, in cui chi rimane indietro è spacciato, tagliato fuori. Una corsa impazzita verso il nulla di un treno che non ha più macchinista, in cui i migliori non sempre vincono ma vengono superati da quelli che hanno più agganci, più conoscenze, più rapporti di parentela nel mondo che conta, tra le ristrette cerchie degli oligarchi al potere. Questa giungla dell’inciviltà diventa inizialmente una vera pacchia per tutti gli imprenditori, piccoli e grandi, che imparano nel contempo a spostare sempre più risorse dagli investimenti nella produzione ai più lucrosi mercati finanziari, cominciando a capire che in questo nuovo contesto disarmonico e disarticolato aperto dalla finanziarizzazione spinta dell’economia, si può tranquillamente vivere di rendita rinunciando in molti casi ai profitti d’impresa. Un cambio di rotta che alla lunga viene però pagato a caro prezzo e avvantaggia soltanto i grandi gruppi commerciali e finanziari, che essendo un unico corpo compatto, spietato, efficiente, hanno ora campo libero per annientare la concorrenza, inglobare i pesci piccoli, arricchirsi sia con i profitti che con le rendite.
Alla luce di questi stravolgimenti causati dal cosiddetto processo di globalizzazione (che altro non è se non uno scaltro sinonimo per definire la colonizzazione predatoria), la storia che la piccola e media impresa italiana non ha investito nell’innovazione perdendo competitività con la più attrezzata e agguerrita concorrenza estera potrebbe essere riletta diversamente: gli imprenditori sono stati abilmente allettati dalle più succulente prelibatezze della finanza che guarda caso iniziano a diventare più interessanti con il passaggio alla privatizzazione della gestione monetaria, la nuova classe dirigente europeista ha favorito la formazione delle grandi lobbiesmaggiormente integrate con i mercati finanziari internazionali ignorando le esigenze del tessuto produttivo locale, la moneta unica ha aperto spazi di circolazione dei capitali che prima non esistevano, ma allo stesso tempo ha chiuso per sempre quei meccanismi automatici di compensazione di cambio su cui si basava la naturale vivacità dei nostri commerci. Il gioco al massacro della nostra economia tradizionale è stato insomma pilotato dall’alto per raggiungere un determinato scopo e non è partito dalle inefficienze interne della nostra filiera produttiva. D’altra parte il comitato d’affari che ha sede a Bruxelles, ipocritamente chiamato “Unione Europea”, ha sempre supportato a distanza con una sfilza di direttive spesso assurde e contraddittorie e decreti legislativi da attuare inderogabilmente negli stati membri, l’avanzata dei conquistadores internazionali e l’esclusione dei peonesnostrani, influendo non poco sull’esito dello scontro in corso.
E i cittadini? Cosa fanno i cittadini in mezzo a questo vorticoso trambusto di numeri, leggi, spread, governi tecnici mai votati? Quanto vale oggi il loro voto elettorale? I cittadini sono impotenti, non possono fare nulla, alcuni si informano scrupolosamente alla ricerca disperata di punti di riferimento, altri si perdono per strada dietro i confortanti e stucchevoli dispacci dell’informazione di regime: “Stiamo tutti bene, la ripresa è dentro di noi, i tecnici al governo assicurano credibilità e affidabilità internazionale, i sacrifici sono necessari, le riforme sono la soluzione a tutti i nostri problemi, quando avremo abbattuto il debito pubblico saremo tutti felici!”. Ma alla fine, consapevoli o meno di ciò che sta accadendo attorno a loro, qualunque schieramento politico votino, i cittadini finiscono sempre per appoggiare il piano di espropriazione della loro ricchezza, del loro futuro, della loro stessa dignità. La carta costituzionale del diritto, che è alla base della convivenza democratica e civile dei popoli, è stata definitivamente stralciata dalle leggi artificiose del libero mercato, del vincolo esterno e del governo tecnocratico sovranazionale imposte dai conquistadores. La Costituzione Italiana (articolo 75, comma 2) impedisce ai cittadini di abrogare in modo parziale o totale tramite referendum i trattati internazionali. La sovranità dello stato e delle regioni è subordinata al rispetto degli obblighi internazionali (articolo 117, comma 1). Molte di queste modifiche costituzionali sono state effettuate nel silenzio più assoluto dagli stessi rappresentanti politici che ingenuamente i cittadini mandavano in parlamento per difendere i loro diritti ed interessi. Se le cose stanno così, di chi possono fidarsi allora i cittadini? Chi sono i buoni e chi i cattivi? A chi dobbiamo credere? La risposta è abbastanza ovvia: ognuno può e deve fidarsi soltanto di se stesso, della propria capacità di giudizio e discernimento, della propria volontà di ragionare in piena autonomia sui “fatti” e i “dati”, che in un modo o nell’altro, qualcuno gli sbatterà sotto il naso. Non è più il tempo di delegare, ma quello di partecipare attivamente. Ogni testa un voto, senza più apparati dirigisti, congressi nazionali, gerarchi di partito, parole d’ordine a cui bisogna solo ubbidire e adeguarsi.
E arriviamo così fino ai nostri giorni, a giovedì 6 settembre per l’esattezza, data memorabile che segna il cambio di passo nellaGuerra dei Trenta anni. Inizia la fase due del piano di colonizzazione degli stati, dei popoli, delle democrazie europee, che riguarda più da vicino la nostra Italia. Ma prima di raccontare i “fatti”, guardiamoli in faccia chi sono i generali di questa nuova “Invincibile Armata” di conquistadores europei. Si tratta dei 6 membri del Comitato Esecutivo della BCE, che vengono “nominati” a rotazione ogni otto anni dai rispettivi governi dei paesi membri dell’eurozona, scegliendoli tra le “persone di riconosciuta levatura ed esperienza professionale nel settore monetario e bancario”. A differenza di ciò che possiamo pensare, queste persone vicine agli ambienti delle lobbies politiche e affaristiche, non sono degli affermati luminari di economia o degli studiosi di comprovata carriera internazionale, ma dei normalissimi banchieribiscazzieri della finanzafaccendieri della peggiore specie, che si sono distinti nei rispettivi paesi d’origine per la loro disciplina nella tutela degli interessi delle corporations e il cinismo nei confronti dei propri connazionali. Questo è il premio tanto ambito dopo un’onorata carriera di cannibalismo (vedi lo stesso presidente della BCE Mario Draghi che fu uno dei grandi artefici e tessitori del grande periodo delleprivatizzazioni selvagge in Italia iniziato nel 1992 e responsabile di Goldman Sachs durante gli intrallazzi ai conti pubblici della Grecia avvenuti prima e dopo il suo ingresso nella moneta unica nel 2002). E in base a queste stesse credenziali e referenze viene “nominato” ognuno dei membri delle varie Commissioni o Consigli europei, funzionari spesso anonimi e mediocri, che entrano ed escono con disinvoltura dai ministeri nazionali o dai consigli di amministrazione delle corporations, integrandosi perfettamente all’interno delle più potenti lobbies di categoria, think tank, organizzazioni internazionali di ispirazione neoliberista, come il Gruppo Bilderberg o laCommissione Trilaterale. Come abbiamo già detto, si tratta di un corpo unico, che in modo del tutto simile aimostri di mitologica memoria, ha più teste, più facce, più gambe, più interessi da coordinare e conciliare.
Poco sotto i sei generali ci sono i colonnelli dell’esercito di conquista, i 17 governatori delle banche centrali dei paesi membri dell’eurozona, che fanno parte del Consiglio Direttivo della BCE (per l’Italia, il governatore Ignazio Visco di Banca d’Italia, banca centrale ricordiamolo assolutamente privata dato che i suoi maggiori azionisti sono le principali banche private italiane, Unicredit, Banca Intesa, Monte Paschi di Siena). Questi uomini hanno in mano un potere enormeil monopolio dell’emissione e della gestione della moneta unica che prima era invece di competenza delle banche centrali pubbliche, dei governi e in ultima istanza degli stessi cittadini che la utilizzavano per favorire i loro scambi ed effettuare i pagamenti. Neanche a dirlo il principale compito del boarddella BCE è impedire l’aumento dell’inflazione e del debito pubblico, i due terribili mostri che si sono inventati di sana pianta per soggiogare e tenere sotto scacco la vita di intere famiglie, interi popoli, intere nazioni. In verità, come abbiamo già detto più volte, si tratta di due falsi miti oscurantisti, due alibi che servono a coprire altre finalità, non diversi dalle superstiziose fobie per i demoni e le streghe che l’Inquisizione usava per torturare gli eretici e far vivere nel terrore la restante parte della popolazione succube ed analfabeta. I membri della BCE usano la sostanza astratta e intangibile della moneta, dei debiti, dell’inflazione come “bene virtuale di scambio” per ottenere ciò che in realtà vogliono veramente: le risorse tangibili dello stato, i diritti democratici dei cittadini che a loro modo di vedere sono troppo lascivi e inducono all’indolenza, il patrimonio pubblico e privatoche invece di venire disperso deve essere concentrato in poche mani che sapranno farlo rendere in modo più efficiente e produttivo. Bisogna correre, creare profitti e prodotti finiti, trottare tutti al loro servizio, in modo che iconquistadores possano vivere negli agi e nel lusso senza fare praticamente nulla (a parte pigiare i tasti di un computer per creare nuova moneta dal nulla o partecipare alle noiosissime riunioni con i loro colleghi di predazione).
Per capire meglio l’ultimo raggiro che è stato tentato giovedì, analizziamo adesso una breve cronistoria per vedere come la BCE ha cercato negli ultimi due anni di difendere il suo progetto espansionistico e addirittura, in qualche caso, approfittare della crisi finanziaria globale per accelerare i tempi del piano di conquista. 10 Maggio 2010: in seguito al primo salvataggio internazionale della Grecia, l’allora presidente della BCE Jean-Claude Trichet annuncia che per evitare il contagio inizierà la prima operazione straordinaria di acquisto di titoli di stato sul mercato secondario (SMPSecurities Markets Programme). Novembre 2010: nuova accelerazione del programma in conseguenza del salvataggio dell’Irlanda. Agosto 2011: il declassamento di Moody’s dei titoli di stato del Portogallo a “titoli spazzatura” costringe la BCE ad ampliare gli acquisti di titoli, perché questa volta nel mirino dei “mercati” ci sono Italia e Spagna. 5 Agosto 2011: i governatori della BCE Trichet e Draghi inviano unalettera “segreta” al governo italiano per far capire esplicitamente cosa vogliono in cambio degli aiuti: taglio delle pensioni, tasse, flessibilità del mercato del lavoro, privatizzazioni, liberalizzazioni. 21 dicembre 2011: la situazione precipita, la BCE corre ai ripari con un’operazione di rifinanziamento a tre anni (LTROLong Term Refinancing Operation) che destina €489 miliardi alle banche private, i cui funzionari in stretta collaborazione con i colleghi della BCE hanno il compito specifico di tenere in piedi tutto il progetto continuando ad acquistare titoli di stato. 29 Febbraio 2012: seconda operazione LTRO questa volta da €530 miliardi. Aprile 2012: si esauriscono gli effetti delle due operazioni LTRO e i rendimenti dei titoli di stato spagnoli e italiani cominciano pericolosamente a salire, nonostante la BCE abbia acquistato complessivamente altri €210 miliardi di titoli con il programma SMP (vedi grafico sotto). 26 Luglio 2012: i bonos spagnoli a 10 anni si avvicinano al rendimento dell’8% e i BTP italiani al 7%, il presidente Draghi è costretto ad intervenire per tranquillizzare i mercati dicendo che “l’euro è una moneta irreversibile” e “farà di tutto per salvarlo”. E arriviamo così a al 6 settembre, in cui Draghi spiega alla stampa i dettagli del suo piano per salvare l’euro insieme al piano trentennale di invasione dei conquistadores.
Partiamo subito da una premessa: l’euro è una moneta tecnicamente fallita, sepolta, finita, perché non rispetta nessuno dei parametri necessari alla creazione di un’area valutaria ottimale e non esiste la volontà politica per fare dei cambiamenti che implicano la cessione di interessi nazionali particolari da parte soprattutto dellaGermania (per intenderci, i politicanti e faccendieri tedeschi non intendono mutare l’assetto mercantilista della loro economia, basato sulle esportazioni, la moneta forte e la bassa inflazione interna, per andare incontro alle esigenze degli stati “deboli” della periferia). Draghi queste cose le sa, ma non per questo rinuncia alla sua occasione per sferrare ancora qualche colpo prima della fine. Il suo obiettivo principale è quello di far firmare ai governi nazionali memorandum d’intesa o accordi capestro, tramite i quali gli organismi internazionali possono rivalersi anche dopo la disintegrazione dell’area euro. Questo è il motivo principale per cui Draghi ha voluto che alla stipula di questi memorandum d’intesa partecipi anche il FMI, perché se il comitato d’affari dell’Unione Europea, la BCE e tutta la torma di tecnocrati falliti dovesse scomparire, questi stessi uomini proverebbero a riciclarsi all’interno del FMI, grazie ai servigi resi a questo organismo. Ricordiamo che FMIUEBCEBISWTO,Banca Mondiale sono organismi che perseguono le stesse finalità di rapina e di destabilizzazione delle democrazie. E, in analogia con quanto detto in precedenza, i funzionari più meritevoli circolano da un ente all’altro come se fossero infine i rappresentanti di un’unica grande organizzazione.
Secondo la descrizione di Draghi, la BCE quindi si rende disponibile ad acquistare titoli di stato dell’eurozona sul mercato secondario in quantità illimitata e senza vincoli di tempo, con l’unico scopo di far scendere irendimenti dei titoli a livelli più accettabili. La BCE non comprerà indistintamente tutti i titoli di stato, ma soltanto quelli che hanno maturità da 1 a 3 anni: cioè titoli circolanti che hanno scadenza a breve termine (ma non brevissimo, perché chi ha un titolo prossimo alla scadenza, con data di rimborso inferiore ad un anno, rischia ancora di rientrare nei programmi di ristrutturazione del debito, come quello applicato ai titoli della Grecia). Trattandosi di nuove massicce immissioni monetarie, che potrebbero alterare la stabilità del mercato finanziario, Draghi ha specificato che provvederà alla sterilizzazione di questa liquidità, vendendo successivamente titoli sia pubblici che privati sul mercato secondario. Il suo scopo quindi non è tanto quello di dare effettivamente nuova liquidità alle banche, che ormai ne hanno abbastanza e devono solamente stare attente ad investirla in modo corretto, ma utilizzare questo normalissimo stratagemma di politica monetaria per abbassare i rendimenti nominali, allungare di qualche mese la vita dell’euro e costringere nel frattempo i vari stati (Italia e Spagnasoprattutto) a firmare i memorandum d’intesa prima della definitiva capitolazione della moneta unica.
Infatti, qualunque governo che volesse accedere a questo programma di acquisto illimitato (OMTOutright Monetary Transactions), deve prima firmare il famigerato accordo d’intesa in cui accetta come pre-condizione il coinvolgimento dei funzionari del FMI e dell’UE nelle politiche di bilancio nazionale e l’attivazione dei fondi salvastati EFSF prima e MES poi (qualora la Corte Costituzionale tedesca di Karlsruhe approvi la sua legittimità il prossimo 12 settembre), che serviranno ad acquistare titoli di stato a durata più lunga dei tre annidirettamente sul mercato primario delle aste di collocamento. Come sappiamo già, il Meccanismo Europeo di Stabilità MES è in un certo senso un surrogato europeo e un’emanazione in scala del FMI, perché gode di tutti i privilegi e le immunità giuridiche internazionali che sono riservare ai funzionari del FMI. Per capirci, se uno stato chiede l’aiuto del MES non può poi comportarsi in caso di bancarotta come se fosse un normale creditore privato, decidendo unilateralmente quando e quanto pagare, ma deve garantire al MES alcuni privilegi tipici dei creditori istituzionali, primo fra tutti la seniority o priorità di rimborso del credito maturato, rispetto agli altri investitori privati. In secondo luogo, a differenza del normale creditore privato, il MES può agire più efficacemente per ottenere in cambio del rimborso monetario, proprietà immobiliari pubbliche, licenze, concessioni, che saranno amministrate in base alla giurisdizione internazionale e su cui il diritto nazionale non potrà in alcun modo interferire, a meno di non appellarsi alla Convenzione di Vienna sui trattati internazionali stipulata nel 1969.
Questo meccanismo rappresenta quindi una vera e propria gabbia per la residua sovranità politica ed economica degli stati nazionali, dato che i governi dovranno praticamente cedere ai funzionari dell’UE, del MES, della BCE e del FMI tutte le competenze in ambito di politica fiscale, comprese le tasse che dobbiamo pagare, le spese pubbliche che dobbiamo tagliare, le privatizzazioni che saremo costretti ad accettare, le modifiche al mercato del lavoro che saranno ovviamente sempre più vessatorie e oppressive nei confronti sia dei dipendenti pubblici che privati. Quindi l’operazione della BCE, che apparentemente si presenta come una semplice manovra di trasmissione della politica monetaria della banca centrale, si ribalta automaticamente in una chiara azione di politica fiscale restrittiva, in perfetta continuità con le fallimentari misure di austerità e di rigore di bilanciofinora applicate. Non a caso, il governatore Draghi ha comunicato durante la stessa conferenza stampa di avererivisto al ribasso le previsioni per il 2012 di contrazione dell’economia dell’intera eurozona, dal -0,1% al -0,4%, confermando il quadro di estrema incertezza che coinvolge tutti gli stati dell’area euro. Come per dire: siccome siamo ancora svogliati e recalcitranti la recessione continua e continuerà fino a quando gli stati non si piegheranno definitivamente alle cure da cavallo somministrate a dosi sempre più massicce dalla tecnocrazia sovranazionale e totalitaria che ci sta governando in questo preciso momento.
L’incrollabile fede neoliberista di Draghi e della sua cricca di briganti li porta ovviamente a sperare che la situazione dell’eurozona ritorni progressivamente alla normalità tramite un intervento congiunto dei mercati finanziari e commerciali, che renda spontanea la ripresa economica senza l’ingombrante ingerenza regolatrice e stabilizzatrice della finanza pubblica. Con il ritorno ad interessi più calmierati sui titoli di stato, ilmeccanismo inceppato di trasmissione della politica monetaria, che ha impedito alla banca centrale di mantenere l’uniformità dei tassi di interessi all’interno dell’area euro, dovrebbe secondo i loro calcoli rientrare in breve tempo sotto controllo. Attualmente il disastro dell’esplosione dei tassi di interessi può essere bene esemplificato dal grafico sotto: nonostante la BCE abbia abbassato il tasso principale di riferimento allo 0,75%, le grandi aziende spagnole, portoghesi, italiane che intendono chiedere ad una banca un prestito aggregato superiore a €250 milioni per una durata maggiore a 5 anni, sono costrette a pagare un interesse che oscilla fra il 5% e il 7% (colonna di sinistra), contro i tassi inferiori all’1% (colonna di destra) che possono ottenere le imprese austriache o tedesche di uguale dimensione.
Un fallimento epocale che contrasta evidentemente con il significato e l’esistenza stessa di una banca centrale all’interno di una determinata area valutaria: ma se non sa trasmettere e mantenere uguali i tassi di interesse in tutta la regione, a cosa serve allora una banca centrale? La recente polemica sollevata dall’amministratore dellaFIAT Sergio Marchionne contro gli enormi vantaggi competitivi della Volkswagen, che può finanziare le sue attività a costi immensamente inferiori, dimostra bene quale livello di tensione e disparità di condizioni si sono venuti a creare in Europa con l’introduzione di una moneta unica, una politica monetaria unica in un contesto economico dove persistono differenze strutturali sostanziali e insormontabili. Un errore di valutazione grossolano che ha messo l’un contro l’altro le stesse oligarchie europee e rischia di mandare all’aria tutto il piano complessivo.  Ma se questa è la situazione delle grandi corporations non finanziarie, ancora peggio va allepiccole e medie aziende della periferia, che costituiscono il tessuto produttivo principale, le quali non solo vedono peggiorare inesorabilmente il loro merito creditizio ma sono costrette a rientrare dai debiti, dai fidi senza avere più alcun supporto finanziaria da parte delle banche. Ad ogni modo, qualora la BCE riuscisse a centrare l’obiettivo di uniformare i tassi di interesse riportandoli al livello del tasso principale di riferimento (0,75%), gli interrogativi di fondo rimangono sempre uguali: considerate le pessime previsioni per il futuro, che la stessa BCE si è affrettata a confermare, siamo sicuri che le aziende avranno ancora voglia di investire chiedendo nuovi prestiti? E le famiglie riprenderanno a finanziare i loro consumi indebitandosi con le banche? Può un paese che vede anno dopo anno assottigliare il suo reddito nazionale continuare a sopravvivere solo di debito privato?
Tuttavia, se la banca centrale deve per statuto mostrare quantomeno la volontà di facciata di mantenere con ogni mezzo la stabilità finanziaria nell’eurozona, le vere intenzioni di Draghi potrebbero essere ben altre: siccome la moneta unica è fallita, perché non è mai esistito coordinamento fra la politica monetaria e fiscale, la banca centrale può cercare di tenere in vita l’euro ancora per un po’ ristabilendo l’unione da tutti invocata, però a modo suo. La BCE comprerà titoli di stato come fanno tutte le banche centrali del mondo, non tanto per alleggerire le condizioni di credito delle famiglie, delle aziende, degli stati PIIGS o per fornire uno stimolo espansivo di intervento pubblico all’economia, ma per la ragione opposta, per costringere gli stati a tirare ancora di più la cinghia e a rimborsare nel frattempo con le buone o con le cattive i debiti alle grandi società finanziarie, di cui la BCE rappresenta il fedele avamposto istituzionale. E’ chiaro infatti che non un centesimo della nuova liquidità immessa della BCE nei mercati finanziari andrà agli stati, trattandosi di acquisti di titoli già circolanti sul mercato secondario. Per i motivi esposti prima, famiglie e imprese non vorranno o potranno ricevere nuovi prestiti per finanziare le loro spese, sfruttando la maggiori riserve liquide a disposizione delle banche. In tutti quei casi invece in cui le banche utilizzeranno questa nuova liquidità per acquistare titoli di stato alle aste primarie e girare i soldi direttamente agli stati, sappiamo già che a causa del vincolo del pareggio di bilancio, della quota di partecipazione da €125 miliardi da versare al MES, dell’obbligo di rientro dal debito da €45 miliardi all’anno imposto dal Fiscal Compact, questi soldi devono essere interamente coperti e superati da un’adeguata quantità di tasse o tagli alla spesa pubblica entro la chiusura dell’anno amministrativo. Una stretta mortale di liquidità che finirà inevitabilmente per aggravare la recessione già in corso.
L’unica consolazione per le casse italiane è che il Tesoro nelle prossime emissioni potrebbe piazzare i suoi titoli di stato ad un rendimento minore di quello attuale, grazie al prevedibile abbassamento dello spread sul mercato secondario, che spingerà le banche ad essere meno esigenti nelle offerte sul mercato primario. Ma questo vantaggio potrebbe essere di breve durata. I mercati finanziari hanno accolto con euforia la notizia perchè hanno annusato la possibilità che la BCE scenda finalmente in campo con la sua potenza di fuoco illimitata, ma in effetti non si tratta di un vero bazooka come quello della Federal Reserve, della Bank of England o della Bank of Japan. Il cannone sarà in pratica sempre carico pronto per sparare (vorrei vedere, le banche centrali creano liquidità dal nulla pigiando semplicemente i tasti di un computer), ma prima i governi spagnolo o italiano devono decidere con grande affanno e fatica di accendere la miccia. Se gli stati non firmano gli accordi capestro, la BCE non spara e i traders più sprovveduti potrebbero rimanere fregati con il classico cerino in mano che non sanno più a chi passare. Le cose insomma potrebbero continuare ad andare bene per noi fino a quando gli speculatori continueranno a mantenere posizioni rialziste sul valore dei titoli di stato e faranno finta di non sapere che l’intervento della BCE sui mercati non è automatico e diretto, ma è condizionato alla stipula dei memorandum di austerità. Non appena questa consapevolezza si diffonderà tra i traders, ricominceranno di nuovo le vendite massicce di titoli sul mercato secondario e gli spreads ritorneranno esattamente alla situazione di partenza.
L’operazione della BCE potrebbe quindi risolversi nella già vista e rivista bolla speculativa passeggera, che dura il tempo di qualche giorno o settimana e viene trainata soltanto dall’effetto annuncio. Almeno finchè i governi di Italia e Spagna non firmeranno nero su bianco i rispettivi memorandum di intesa e daranno virtualmente fuoco alla polveri bagnate della BCE. Inoltre c’è un’altra condizione che potrebbe gettare ancora più incertezza e scetticismo nei mercati finanziari: la BCE può decidere in qualsiasi momento il blocco degli acquisti qualora un paese non rispetti gli accordi pattuiti e il consiglio della banca centrale può optare per la sospensione degli acquisti in assoluta autonomia “nel rispetto del suo mandato di politica monetaria”, senza avvertire preventivamente né i diretti interessati né i mercati finanziari. Ma in che modo la BCE potrà dire con certezza se un paese sta attuando o meno le riforme di austerità richieste? Le procedure parlamentari possono andare nella direzione suggerita dalla trojka BCE, UE, FMI, ma possono anche rivelarsi facilmente più macchinose e lente del previsto, perché hanno tempi di attuazione infinitamente più lunghi rispetto alla rapidità e volatilità dei mercati finanziari. Quale membro del comitato esecutivo della BCE si prenderà allora la responsabilità di staccare materialmente la spina ad un governo? E se la Germania non dovesse essere soddisfatta della disciplina fiscale di uno o dell’altro stato, potrà continuare a fare pressioni sulla BCE per interrompere il programma di acquisto?
Un gioco delle parti insomma che potrà spiazzare ancora di più i mercati finanziari e gli stessi cittadini europei che sono già piuttosto spazientiti e nauseati dall’inestricabile guazzabuglio comunitario. Un’opera buffa in cui la BCE avrà come sempre e come ovvio che sia il ruolo del burattinaio, mentre la classe dirigente tedescadovrà continuare a recitare la parte del bastian contrario. La scena del governatore della Bundesbank Jens Wiedmann che batte i pugni sul tavolo durante la riunione della BCE e la piccata battuta di Draghi sulla mancanza dell’unanimità a causa del voto contrario della Germania, serve a rassicurare i cittadini tedeschi che qualcuno si sta adoperando per difendere la forza del loro amato euro-marco. Ma in fondo si tratta soltanto dell’ennesima pantomima, perchè sia la BCE, la classe dirigente tedesca, le èlite e le oligarchie di tutta Europa vogliono insieme la stessa cosa: che i governi di Spagna e Italia si decidano a firmare quei maledetti memorandum d’intesa e si rassegnino, come è già accaduto a Grecia, Portogallo, Irlanda, ad accettare la colonizzazione a conduzione germanica come un fatto compiuto e un evento ormai improcrastinabile. A livello geopolitico e strategico internazionale invece, l’unico fattore che potrebbe ostacolare l’espansione dei tedeschi nella periferia europea è un intervento degli USA, che dopo le elezioni presidenziali del 6 novembre avranno maggiore libertà di movimento per arginare il furore teutonico e minacciare seriamente il crollo più rapido dell’euro per via esterna. Quello naturale, per implosione interna, sappiamo invece che è più lento e graduale perchè dipende soprattutto dal grado di sopportazione dei popoli europei di fronte alle dilaganti rappresaglie della trojka e ai molesti soprusi alla stabilità sociale.
Siamo arrivati dunque al momento più delicato dello scontro: terminata da un pezzo la fase dell’idillio, iconquistadores hanno gettato via la maschera e hanno alzato la posta nello scambio iniquo fra i loro bit elettronici e i valori fondamentali di una democrazia. Gli argentini attesero ben tre anni di angherie prima di ribellarsi apertamente contro l’assalto del FMI e delle multinazionali americane ed europee, mentre i cittadini del vecchio continente, essendo un popolo più profondamente narcotizzato e imbolsito, potrebbero avere una capacità di reazione molto minore. A meno che le casalinghe di Voghera, in un impeto di orgoglio e di amor di patria, non smettano di guardare per qualche ora le fictions e i programmi televisivi di Maria De Filippi e non decidano di scendere anche loro per strada con le pentole, i mestoli, i colapasta a rumoreggiare contro il “governo ladro”. Una scena talmente difficile da immaginare, da rendere molto più verosimile la possibilità che siano i conquistadores stessi, con i loro eserciti di esattori della tasse, ad entrare per primi dentro le case delle casalinghe di Voghera per pignorare televisioni, pentole, mestoli e colapasta. E allora sì che sarà la rivoluzione, perchè non si può togliere la televisione alle casalinghe di Voghera e pensare di farla franca.
A quel punto forse gli italiani capiranno che quella che si sta combattendo oggi è una vera e propria guerra di conquista, senza scampo, senza tregua, senza soluzione di continuità e che tutto ciò che è accaduto in questi lunghi trenta anni, i partiti, i sindacati, la prima repubblica, tangentopoli, l’unione europea, la seconda repubblica, è stato in realtà la più colossale fiction mai architettata nella storia dell’uomo. Una delle tanti fasi della lotta di sopraffazione dell’uomo sull’uomo portata fino alle estreme conseguenze, nel campo di battaglia più impensabile: fin dentro le coscienze degli uomini più fragili, più influenzabili, più ricattabili, più annichiliti, più alienati. E ora piccolo stacchetto pubblicitario, perché qualcuno potrebbe essersi turbato troppo al pensiero di essere circondato dall’Invincibile Armata, con Draghi vestito da Hernan Cortes e Monti da Francisco Pizarro. No, impossibile. Loro sono delle brave persone, sono dei “tecnici competenti e rispettabili” che si prodigano per difendere il nostro benessere e la nostra serenità. Meglio dormire, meglio sonnecchiare un altro po’ sul divano.
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