non allineati

Intervista a Samir Amin in occasione della Conferenza ministeriale del Movimento dei Paesi non allineati (Algeri, 26-29 maggio 2014)

Samir Amin* | pambazuka.org
Traduzione per Resistenze.org a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare

19/05/2014

Qual è la natura della sfida con cui si confrontano oggi i paesi del Movimento dei Paesi non allineati, a 60 anni dalla sua nascita, in questo mondo molto cambiato?

Viviamo in un sistema di mondializzazione squilibrata, iniqua e ingiusta. Agli uni, tutti i diritti d’accesso alle risorse del pianeta per il loro uso e persino spreco, esclusivi. Agli altri l’obbligo di accettare quest’ordine e di adattarsi alle sue esigenze, rinunciando al proprio sviluppo, finanche ai diritti elementari all’alimentazione, all’istruzione e alla salute, alla vita stessa, per ampi segmenti dei propri popoli – i nostri.

Quest’ordine ingiusto è definito “mondializzazione” o “globalizzazione”.

Dovremmo anche accettare che le potenze beneficiarie di quest’ordine mondiale ingiusto, soprattutto gli Stati uniti e l’Unione europea, associati militari nella NATO, avrebbero il diritto di intervenire con la forza armata per fare rispettare i loro diritti abusivi di accedere all’uso – o al saccheggio – delle nostre ricchezze. Lo fanno con pretesti diversi – la guerra preventiva contro il terrorismo, evocata quando gli conviene. Lo fanno prendendo a pretesto la liberazione dei nostri popoli da dittatori sanguinari. Ma i fatti dimostrano che né in Iraq, né in Libia, ad esempio, il loro intervento ha permesso di restaurare la democrazia. Questi interventi hanno semplicemente distrutto gli stati e le loro società. Non hanno aperto la via al progresso e alla democrazia, ma l’hanno chiusa.

Il nostro movimento potrebbe dunque essere definito Movimento dei paesi non allineati alla globalizzazione.

Mi spiego: non siamo avversari di tutte le forme di mondializzazione. Siamo avversari di questa forma ingiusta di mondializzazione, di cui siamo vittime.

Quali risposte possono dare a questa sfida i Paesi non allineati?

Le risposte che vogliamo dare a questa sfida sono semplici da formulare nei loro grandi principi.

Abbiamo il diritto di scegliere il nostro percorso di sviluppo. Le potenze che erano e rimangono beneficiarie dell’ordine esistente devono accettare di adeguarsi alle esigenze del nostro sviluppo. L’adeguamento deve essere reciproco, non unilaterale. Non spetta ai deboli adeguarsi alle esigenze dei forti. Al contrario, è dai forti che si deve esigere che si regolino alle necessità dei deboli. Il principio del diritto è concepito per questo, per correggere le ingiustizie e non per perpetuarle. Abbiamo dunque il diritto di attuare i nostri progetti sovrani di sviluppo. Quello che i fautori della globalizzazione in atto, ci rifiutano.

I nostri progetti sovrani di sviluppo devono essere concepiti per permettere alle nostre nazioni e stati di industrializzarsi come loro intendono, con strutture giuridiche e sociali a loro scelta, che permettono quindi di raggiungere e sviluppare da noi stessi le tecnologie moderne. Devono essere concepiti per garantire la nostra sovranità alimentare e permettere a tutti gli strati dei nostri popoli di essere i beneficiari dello sviluppo, ponendo termine ai processi d’impoverimento in corso.

L’attuazione dei nostri progetti sovrani esige la riconquista della sovranità finanziaria. Non spetta a noi di adattarci al saccheggio finanziario a maggior profitto delle banche delle potenze economiche dominanti. Il sistema finanziario mondiale deve essere costretto a adattarsi a quella che è la nostra sovranità.

Spetta a noi definire insieme le vie e i mezzi di sviluppo della nostra cooperazione Sud-Sud che possano facilitare il successo dei nostri progetti sovrani di sviluppo.

Il Mpna, che rappresenta l’organizzazione internazionale più importante (117 paesi) dopo l’Onu, può influenzare le decisioni della Comunità internazionale?

Il nostro movimento può e deve agire nell’ambito dell’Onu per ricostruire i propri diritti, ridicolizzati dall’ordine della ingiusta globalizzazione. Attualmente, una auto-proclamata “Comunità internazionale” si è sostituita all’Onu. I media delle potenze dominanti non cessano di ripetere: “La Comunità internazionale pensa questo o quello, decide questo o quello”. Osservando più da vicino, si scopre che la “Comunità internazionale” invocata è costituita da Stati uniti, Unione europea e due o tre paesi selezionati con cura dai primi, come ad esempio l’Arabia Saudita o il Qatar. C’è un insulto più grave ai nostri popoli che questa auto-proclamazione? Cina, Algeria, Egitto, Senegal, Angola, Venezuela, Brasile, Thailandia, Russia, Costa Rica e tanti altri non esistono più. Non hanno più il diritto di far sentire la loro voce nella Comunità internazionale.

Sì, portiamo la grande responsabilità all’interno dell’ONU, dove costituiamo un gruppo numerico importante, di esigere il ripristino dei diritti delle Nazioni unite, la sola cornice accettabile per l’espressione della Comunità internazionale.

60 anni dopo la loro creazione, i blocchi che esistevano all’epoca sono scomparsi. Il Mpna ha ancora una ragion d’essere?

Possiamo gettare uno sguardo sul nostro passato, che ci offre una bella lezione di ciò che siamo stati e che dovremmo essere nuovamente. Il Movimento dei non allineati si è costituito nel 1960, sulla via aperta dalla conferenza di Bandung nel 1955, per affermare i diritti dei nostri popoli e delle nazioni dell’Asia e dell’Africa, allora non ancora riconosciute come degne di essere partner alla pari nella ricostruzione dell’ordine mondiale.

Il nostro movimento non è stato il sottoprodotto del conflitto fra le due principali potenze dell’epoca – Stati uniti e Urss – e “della guerra fredda”, come provano a farci credere. Nel periodo successivo alla Seconda guerra mondiale, l’Asia e l’Africa erano ancora in gran parte sottoposte all’odioso colonialismo. I nostri popoli erano impegnati in lotte potenti per la riconquista dell’indipendenza, con mezzi pacifici o con la guerra di liberazione se occorreva.

Avendo riconquistato la nostra indipendenza e restaurato l’esistenza dei nostri stati, ci siamo trovati in conflitto con l’ordine mondiale che si voleva imporre all’epoca. Il nostro Movimento dei paesi non allineati ha allora proclamato il diritto di scegliere i percorsi del nostro sviluppo, ha attuato questo diritto e ha forzato le potenze dell’epoca a regolarsi alle esigenze del nostro sviluppo.

Alcune potenze dell’epoca lo accettarono, altre no. Le potenze occidentali – gli Stati uniti e i paesi di quella che diventerà l’Unione europea, già associati dal 1949 alla NATO – non hanno mai nascosto la loro ostilità ai nostri progetti di sviluppo indipendente. Li hanno combattuti con tutti i mezzi a loro disposizione. Altre potenze, l’Urss in primo luogo, hanno scelto verso di noi un’altra strada. Hanno accettato e a volte anche sostenuto le posizioni del Movimento dei paesi non allineati. La potenza militare dell’Urss dell’epoca ha pertanto limitato le possibilità d’aggressione dei nostalgici del colonialismo e dei difensori sempre entusiasti dell’ordinamento internazionale ingiusto.

Possiamo dunque dire che anche se il mondo di oggi non è più quello del 1960 – constatazione di un’evidenza banale – il Movimento dei non allineati, era già 60 anni fa un movimento dei non allineati alla globalizzazione che gli si voleva imporre all’epoca.

Qualcos’altro da aggiungere?

Attendo molto la Conferenza ministeriale del Movimento dei paesi non allineati, prevista ad Algeri dal 26 al 29 maggio prossimo. È la nostra Conferenza, quella dei nostri popoli e dei nostri stati. Che si facciano avanzare le nostre posizioni per il ripristino dell’uguale diritto di tutti gli stati di contribuire alla ricostruzione di una mondializzazione giusta. Auguro loro un buon successo.

* Samir Amin è direttore del Forum mondiale del Terzo Mondo

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