di Maurizio Blondet

Negli USA, c’è uno Stato che sembra salvarsi dalla grande depressione: il North Dakota. Il suo tasso di disoccupazione è il più basso del Paese, e le imprese locali non soffrono di mancanza di credito. Ciò perchè il North Dakota ha, dal 1919, una sua banca pubblica, la Bank of North Dakota (1).
Ecco come funziona: tutti gli introiti fiscali dello Stato sono depositati in questa banca, che appartiene allo Stato. Con questa cifra come «riserva», usando il metodo del «credito frazionale» usato da tutte le altre banche private, la Bank of North Dakota dà prestiti e fidi per molte volte la «riserva».
Semplicissimo. La sola differenza è che la banca statale del North Dakota agisce per il bene dei suoi cittadini, non per i profitti degli azionisti e per i bonus miliardari dei manager, come le altre banche private. Per questo motivo, i cittadini depositano volentieri i loro risparmi lì, aumentando la «riserva» e dunque il moltiplicatore di prestiti. La banca è quasi la sola, in tutti gli USA, che continua a fare prestiti agli studenti per pagarsi l’università, un business che le grandi banche USA hanno abbandonato come rischioso. Alle aziende agricole nuove, fa prestiti all’1% di interesse, e interessi modesti chiede per aprire fidi alle piccole imprese.
Il termine «banca pubblica» è eresia per il pensiero unico capitalista. Sicchè oggi il 95% e più del circolante viene creato dalle banche private indebitando imprese e famiglie, ossia facendo prestiti con trucco del credito frazionale. Ciò significa che nei periodi di boom e di credito facile, il denaro è fin troppo abbondante e tanto a buon prezzo, da incoraggiare rischi inconsulti e creare bolle speculative. Quando poi le bolle si sgonfiano, le banche restringono il credito; ciò provoca la riduzione della massa monetaria, con le sue conseguenze sull’economia reale: non c’è abbastanza denaro per comprare, per pagare i lavoratori, per aquistare macchinari. Le banche creano la depressione economica.
E’ quel che avviene oggi. Le 15 più grandi banche americane (proprio quelle «aiutate» dalla FED con salvataggi di trilioni di dollari) hanno ridotto i loro prestiti di un altro 3% nell’ultimo trimestre, e metà dei prestiti fatti non sono nuovi fidi, ma rifinanziamenti di mutui e fidi precedenti. Sono le piccole banche locali, invece, che continuano a prestare all’economia reale (2).

 
Ma una banca pubblica è ancor meglio. La falla fondamentale del sistema bancario privato è che le banche creano (dal nulla) il denaro prestandolo, per scremarne continuamente gli interessi come loro profitti. Per compensare questa continua scrematura, bisogna trovare sempre nuovi debitori da indebitare, onde creare questo profitto extra. Ciò fa del sistema bancario privato una «piramide finanziaria» come quella di Bernie Madoff (dove i nuovi investitori pagavano, senza saperlo, gli interessi ai primi arrivati). Le piramidi finanziarie hanno un limite matematico, e questo limite è stato fondamentalmente raggiunto nell’agosto 2007, quando s’è visto che i debitori sub-prime non potevano pagare i loro ratei di mutui. Lasciare ancora alle banche private la creazione del denaro, in questo frangente, è rovina sicura: presto i debitori più sicuri non avranno il denaro per pagare gli interessi sui loro debiti attualmente esistenti, e non si parli di incorrere in nuovi indebitamenti.
Una banca di Stato ben gestita non ha questa falla, perchè gli interessi non vengono scremati come profitto, ma tornano nelle casse pubbliche.
Il sistema è stato adottato più volte, durante importanti crisi economiche. Verso il 1827 il Regno Unito riadottò il Gold Standard per ridurre la massa monetaria. L’effetto fu brusco: le banche richiesero il rientro immediato di prestiti pluriennali, mancò il capitale, la disoccupazione galoppò. Il credito divenne carissimo. L’isola di Guernesey, che aveva in corso opere pubbliche, argini e frangiflutti contro le maree, trovò che i soli costi degli interessi da pagare alle banche superavano l’80% degli introiti. Allora, il governo locale, mettendo a frutto la sua antica autonomia, cominciò ad emettere banconote proprie. Erano sterline, ma con una scadenza. Per esempio, vi si poteva leggere la scritta: «Sterlina emessa il 21 novembre 1827. Pagabile al portatore con una sterlina (reale) il 1 ottobre 1830». Una porzione degli introit fiscali venne accantonata per onorare questo obbligo futuro (3).
Miracolo: l’isola potè completare le opere pubbliche a mare, e in più nuove strade ed edifici; si ottenne il pieno impiego insieme alla stabilità dei prezzi, e senza deficit pubblico nè pagamento di interessi. Il che è ovvio: se uno Stato può finanziare progetti utili emettendo proprie banconote, anzichè prenderle a prestito da banche private, non ha interessi da pagare.
Si dovrebbe credere che un tale successo avrebbe dovuto essere imitato dalla madrepatria britannica, che affondava in una depressione economica simile e peggiore. Ma non fu così. Le banche private erano state messe fuorigioco – niente prestiti, dunque niente interessi e niente profitti – e fecero appello al Consiglio Privato. Guernsey fu obbligata a mettere «volontariamente» un tetto alle sue emissioni. Un tetto ridicolo. Ancor oggi esistono le sterline di Guernesey, ma sono una curosità per i turisti che vi si avventurano.

Lo Stato canadese di Alberta soffrì come tutti la crisi del ‘29. Tra il 1929 e il 1933, il reddito pro-capite crollò da 548 dollari a 212 (un calo spaventoso, del 61%). Il credito era scarso e costoso. I coltivatori venivano dissanguati dagli interessi sui loro debiti, e intanto le tasse aumentavano. Nel 1935, gli albertani votarono in massa per un partito che si chiamava Social Credit Party, e il cui programma consisteva nel «convincere la gente a mettere in pool le loro risorse finanziarie, ed usarle a mutuo beneficio, onde liberarsi progressivamente per liberarsi dal nodo scorsoio dei monopoli finanziari».
Un programma estremista, come si vede. Lo strumento usato dal nuovo governo furono le «Alberta Treasury Branches», filiali del tesoro locale: incredibilmente, i cittadini corsero a ritirare i loro magri depositi dalle banche private e a metterli nelle «Branches». Sicchè lo Stato ci dovette mettere di suo solo 200 mila dollari, e una volta sola: il sistema si auto-alimentava. Le Branches usavano i depopsiti come riserve – esattamente come banche private – per fare prestiti e fidi dieci volte il loro ammontare. L’economia reale si risollevò. Nel 1948, le Alberta Treasury Branches erano in grado di esibire un profitto annuale di 65 mila dollari, che andava allo Stato, ossia alle riserve. Ancora nel 1998 le Alberta Branches (esistono ancora) hanno dato al governo locale 68 milioni di dollari di profitti.

Ovviamente, il denaro creato dal nulla dalle banche pubbliche deve essere modulato accortamente, finchè restano disoccupati da mettere al lavoro e bisogni non soddisfatti, sia privati sia in infrastrutture pubbliche; e poi ritirato gradualmente dalla circolazione. Ci sono metodi comprovati per far questo. E naturalmente, le banche pubbliche devono essere gestite onestamente, in vista del bene pubblico e non per scremare mazzette e tangenti (altrimenti si ottiene lo stesso scopo che le banche ottengono scremando interessi per i loro profitti); a questo scopo, esistevano «dottrine dello Stato» che sono a lungo praticate, e non solo dai regimi fascisti.
Le colonie americane del Regno Unito prosperarono a lungo emettendo propria carta-moneta, i «bill of credit». Nel 1764, la Bank of England premette sul Parlamento perchè dichiarasse illegale la stampa di moneta nelle colonie. Queste dovevano pagare le imposte alla Corona in oro o argento; se non lo avevano, dovevano farselo prestare dalle banche ad interesse. Questo fu il motivo della rivoluzione americana. Per questo nella Costituzione degli Stati Uniti è sancito che spetta al Congresso coniare moneta e regolarne il valore.
Mai articolo costituzionale fu più platealmente violato. Oggi sono le banche private a creare moneta, e insieme alla Federal Reserve, posseduta al 100% da banche private, per le quali la Banca Centrale produce profitto: circa 700 miliardi di dollari nel solo 2008, per interessi che sono pagati dai cittadini.

Ma ora, mentre la crisi economica morde feroce, in USA (non da noi) cominciano ad alzarsi voci contro il sistema bancario privato emettitore di moneta. Una maggioranza di parlamentari ha già firmato la proposta di legge di Ron Paul di sottoporre la FED ad auditing, a revisione del bilancio: proposta che metterebbe fine alla insindacabilità della Banca Centrale, e contro cui Bernanke e tutto il sistema si batte con le unghie e coi denti. Ma persino il Wall Street Journal ha esortato di «spaccare la FED», ossia di separarne le attività di emissione da quelle di controllo. E qua e là, sui media appaiono ricordi storici di banche pubbliche ben funzionanti, come in North Dakota o nell’Alberta, che hanno un chiaro significato politico.
Sotto sotto, corre la domanda: le banche private servono davvero? La loro funzione sociale – dare credito – giustifica la scrematura di ricchezza che si accaparrano?
La crisi finanziaria ha mostrato che le grandi banche sono socialmente distruttive, non ausiliarie del bene comune. S’è constatato che la FED ha la prima responsabilità delle grandi bolle speculative scoppiate, avendo tenuto il denaro a prezzo troppo basso per troppo tempo. E che oggi la crisi economica si aggrava, nonostante la FED abbia calato i tassi a zero, accresciuto la massa monetaria al ritmo del 22% l’anno, abbia strappato al governo colossali «stimoli», provocando un deficit pubblico senza precedenti del 13% del PIL nel 2009.
Allora, a che serve la FED? E a che servono le grandissime banche private, le stelle di Wall Street, se sono le piccole a fare prestiti, mentre loro li negano? Del resto, i colossi tipo Goldman Sachs hanno fatto i loro enormi profitti spacciando titoli, derivati e facendo scommesse speculative, mica con la tradizionale funzione di deposito e prestito.

Da ultimo, come ha denunciato l’attorney general di New York Andrew Cuomo, i tre titani del sistema bancario (Goldman, Morgan Stanley, e JP Morgan Chase) hanno pagato ai loro manager gratifiche (bonus) che «sono vistosamente superiori ai profitti netti» di dette banche. Nell’insieme, queste tre banche hanno dichiarato profitti per 9,6 miliardi di dollari, e si sono distribuite bonus per 18 miliardi; avendo per giunta ricevuto 45 miliardi di denaro dei contribuenti come «salvataggio» (4).
Non c’è prova più chiara che il sistema bancario è diventato il cancro dell’economia. Come il cancro, prosperano divorando gli ultimi succhi di un corpo malato. Si deve notare, infatti, che anche i profitti esibiti in quest’anno sono falsi. Queste banche sono virtualmente fallite. Se la montagna di derivati e «attivi tossici» che tengono nei loro libri contabili fossero valutati ai valori attuali di mercato (mark to market) – come sarebbero obbligate dalle norme contabili – si vedrebbe che il loro patrimonio è zero, e i loro dirigenti sarebbero sul lastrico.
Invece, grazie alla FED e ai loro uomini diventati ministri, hanno ottenuto che quei derivati siano valutati a prezzi irreali, e – peggio – li hanno venduti allo Stato americano a quei prezzi gonfiati. Solo per questo hanno potuto esibire profitti parimenti gonfiati, e pagarsi bonus che sono il doppio di quei profitti.
Prima divoravano il grasso che cola, ora succhiano il sangue e le ossa del corpo economico.
L’effetto si vede nel grafico in fondo.

Le vendite al consumo calano INSIEME ai prezzi; un fatto senza precedenti da un quarantennio (di norma, quando i prezzi scendono le vendite aumentano).
I salvataggi delle banche private attuati in USA si mostrano così per quello che sono: un titanico trasferimento del reddito nazionale in sempre più poche mani, e sempre più ricche. Non per effetto del «libero mercato» – che non c’entra più nulla – ma di politiche pubbliche deliberate, ossia di regolamentazioni a favore dei finanzieri e politiche fiscali a favore dei ricchi.
L’amministrazione Obama ha speso oltre 12 mila miliardi di dollari (12 trilioni) per sostenere la finanza speculativa e le grandi ditte come General Motors; per l’economia reale, ha stanziato un piano di stimolo di 787 miliardi, ossia solo il 7% degli interventi anti-crisi.
Naturalmente la soluzione non è di indurre il consumatore USA a comprare di nuovo, indebitandosi di nuovo a rate, ossia a credito, come sta cercando di fare Bernanke. La soluzione è accrescere il salario mediano, degli occupati in veri lavoro e in vere produzioni, per veri bisogni; ossia rovesciare il trasferimento di ricchezza dai ricchi ai poveri. Questo richiede che la creazione di denaro dal nulla sia sottratta al sistema bancario privato, e al suo sistema-ombra, che ha come unico scopo il profitto dei suoi manager, sia che l’economia prosperi sia che crolli.
I grandi manager rispondono che devono pagare i bonus astronomici (4.793 banchieri riceveranno 1 milione di dollari come gratifica, in media) per trattenere i loro genii della finanza, che altrimenti andrebbero in altre banche, facendo perdere le loro competenze preziose. Ma proprio di queste competenze l’economia reale non ha bisogno. Ha bisogno di banche di Stato come la Bank of North Dakota, con la modesta competenza del pater familias.
A che servono le banche private?

Note


1) Ellen Brown, «The public option in banking: how we can beat Wall Street at its own game», Huffington Post, 6 agosto 2009.
2) Secondo la Independent Community Bankers of America, le piccole banche locali (community banks) fanno il 20% dei prestiti alle imprese, benchè rappresentino solo il 12% del totale dei capitali bancari. Il 50% dei fidi sotto i 100 mila dollari (piccole imprese) sono fatti da queste banche locali. A causa della crisi, l’attività dei prestiti delle piccole banche è addirittura aumentata; migliori conoscitrici delle attività locali, subentrano alle banche grosse, valutando meglio il rischio. Anche questo dimostra che le mega-banche non servono. In USA, il numero delle banche di credito cooperativo è diminuito del 42% dal 1989, eppure i depositi presso tali banche sono quadruplicati, dando loro più «riserve» per più prestiti.
3) Olive e Jan Grubiack, «The Guernsey Experiment», This is Guernsey, 15 ottobre 2008.
4) «NY Attorney General: Banks paid bonuses that were substantially greater than the bank’s net income», The Consumerist, 31 luglio 2009. Il fatto che sia Andrew Cuomo a rilevare il fatto può preludere ad azioni di grande rilievo. Nel 1933 fu Ferdinando Pecora, un immigrato siciliano (nato a Nicosia) e divenuto vice-district attorney a New York, a capeggiare la commissione indipendente (Commissione Pecora) che investigò sul crack di Wall Street del 1929. Incalzati da Pecora in interrogatori infocati, i grandi banchieri d’affari dell’epoca dovettero ammettere e spiegare le pratiche irregolari che avevano usato, a danno dei piccoli azionisti. Le risultanze della Commissione Pecora portarono alla regolamentazione del sistema bancario e speculativo, fra cui al varo della legge Glass Steagall, che vietava la commistione di attività di credito con l’attività speculativa.

Commenta su Facebook