L’unica rivoluzione che possiamo considerare attuata con successo nell’ultimo secolo, a livello globale, è quella capitalista. Il capitalismo sta attuando i suoi programmi superando tutti gli ostacoli, tutte le proteste e mobilitazioni che vorrebbero fermarlo. La rivoluzione capitalista è lenta e graduale in modo che possa essere metabolizzata senza grandi sconvolgimenti nella vita delle persone.

La rivoluzione capitalista è audace perché riesce a realizzare, in pochi decenni, cambiamenti che non saremmo in grado di prevedere o immaginare. La rivoluzione capitalista è astuta perché è capace di farci accettare, con il passare degli anni, cose che se ci fossero proposte immediatamente, rifiuteremmo o combatteremmo.

Potevamo prevedere qualche decennio fa quello che sarebbe diventato il precariato nel mondo del lavoro? E’ stato costruito gradualmente con leggi che credevamo insignificanti, spesso proposte dalla sinistra istituzionale.
Potevamo prevedere cosa sarebbe diventata Taranto oggi? Assolutamente no, o lo abbiamo sottovalutato affascinati come eravamo dalla soddisfazione per il posto di lavoro, dal benessere che l’Ilva portava in città.
Potevamo prevedere il ricatto della Fiat di Marchionne ai lavoratori e il rischio che la produzione potesse essere delocalizzata in altri paesi dopo tanti anni di finanziamenti pubblici dei vari governi alla Fiat?
Potevamo prevedere che quella Tv pubblica che inizialmente portava alfabetizzazione nelle case degli italiani si sarebbe trasformata in uno strumento di controllo e di stagnamento delle consapevolezze individuali?
E quando Prodi e Ciampi ci portarono in Europa (entrambi furono premiati ricevendo successivamente cariche più prestigiose) potevamo immaginare che l’Europa delle Banche avrebbe imposto diktat ai governi nazionali, misure da intraprendere, riforme sociali e che per imporle avrebbe fatto cadere capi di governi e li avrebbe sostituiti con altri di proprio gradimento senza passare per legittime elezioni?
Il capitalismo ha deciso di non volere più avere, in Europa, così tanti interlocutori quanti sono gli stati membri e di dover influenzare e corrompere così tanti individui. Il percorso di europeizzazione facilita il lavoro del capitalismo. Un solo governo da convincere a promulgare riforme, a prendere certe misure, ad approvare determinate leggi che poi tutti gli stati devono recepire e attuare. Ma il capitalismo va ancora oltre.
Sta, praticamente, concretizzando l’ideologia anarco-capitalista che prevede l’abbattimento degli stati e delle sue leggi per creare una dittatura del capitalismo e delle leggi di mercato. Il capitalismo, così, vuole disfarsi di tutte le regole e le limitazioni imposti dagli stati per poter agire incontrollati sullo sfruttamento delle risorse e dei lavoratori. Senza tutele sul lavoro, il capitalismo, generando e sfruttando immigrazioni di massa di gente disperata vuole minimizzare il costo del lavoro senza nessun genere di tutele per operai. Le condizioni del lavoro le decide il mercato per cui ci sarà sempre qualcuno più bisognoso di lavoro disposto ad accettare lavoro sottopagato e senza tutele, in assenza di leggi sul salario minimo e altri diritti dei lavoratori.
Il capitalismo crea fenomeni funzionali alla propria rivoluzione che ha come primo nemico gli stati e il settore pubblico. Gli stati vengono destabilizzati con crisi create apposta che hanno lo scopo di imporre agli stati privatizzazioni dei settori e delle aziende controllate dallo stato, norme più flessibili sul lavoro per indurre le aziende ad assumere e svendite di beni pubblici per risanare un debito pubblico che non verrà mai estinto ma di tanto in tanto enfatizzato per tirar fuori nuovamente lo spauracchio e rimettere le mani sul patrimonio pubblico. Mettendo in crisi gli stati, il capitalismo riesce ad assoggettare meglio i lavoratori abbassando il costo del lavoro per essere più competitivi sui mercati in una folle corsa al maggior profitto minimizzando le spese. Fin quando il costo del lavoro dovrà essere oggetto di risparmio aziendale per favorire la logica del profitto? Un nuovo schiavismo è alle porte?
Tuttavia il capitalismo con la sua rivoluzione sta tracciando un solco interessante e sta facendo ciò che gli anarchici non sono mai riusciti a fare: abbattere lo stato, lo statalismo e il capitalismo di stato. Su questo solco si può seminare un nuovo genere di rivoluzione economica che, quando il capitalismo avrà messo all’angolino gli stati e li costringerà a cedere o chiudere scuole, ospedali, acquedotti ecc., potrà proporre una terza via, alternativa sia al capitalismo privato del profitto a tutti i costi, sia allo statalismo che vuole aziende di interesse strategico proprietà pubblica dello stato per garantire i servizi fondamentali: la terza via è il collettivismo.
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Il collettivismo si contrappone agli istituti pubblici statali e a logiche privatistiche. Il collettivismo rappresenta una valida alternativa al capitalismo di stato e a quello privato. La gestione collettiva di aziende serve ad eliminare tutte le falle della gestione privata che porta gerarchia nei poteri e nei salari e genera disparità, povertà e precarietà contro ricchezza e strapotere. Non solo risolverebbe i problemi legati alla tradizionale gestione capitalista delle aziende ma colmerebbe le lacune anche della gestione statale delle aziende.

Le aziende gestite dallo stato hanno tutte le stesso problema. All’interno di esse riesce a fare carriera chi ha raccomandazioni e chi porta voti al politico influente. L’azienda statale diventa un grosso macigno al piede dello stato che dovrà farsi carico di numerose assunzioni nei tempi immediatamente precedenti alle campagne elettorali, personale superiore rispetto ai compiti da espletare nel lavoro con aggravio sui conti dello stato.

La gestione, collettiva, invece, non stabilisce gerarchie, capi, dirigenti strapagati e imprenditori predoni ma una linea orizzontale di potere che si realizza nell’assemblea a cui tutti gli operai partecipano. E’ l’assemblea dei lavoratori che autogestisce l’azienda e decide le direttive aziendali su assunzioni, produzione e vendite. E’ tutto interesse degli operai mantenere una gestione oculata dettata dal buon senso in modo da garantirsi, essi stessi, il proprio salario.
Il collettivismo non rappresenta un’alternativa solo alla gestione economica delle aziende ma anche alle varie forme di governo caratterizzate tutte da apparati statali marci che fanno affari con mafie e imprenditori approfittando della disperazione della gente gestendo servizi in appalto. Il collettivismo, invece, è l’unica forma di democrazia diretta piena, quella dell’autogoverno attraverso le assemblee pubbliche. Si distingue dalla gestione pubblica statale per l’assenza di delega. Non sono i sindaci, gli assessori, i dirigenti, ministri e deputati a prendere decisioni ma direttamente il popolo attraverso momenti di confronto pubblico. Il luogo decisionale torna ad essere la piazza.
Se una qualche forma di “istituzione” dovesse sopravvivere in un “regime politico collettivista”, dovrà occuparsi esclusivamente di questioni burocratiche, di prendere atto delle decisioni prese collettivamente e di attuarle. Mai più queste figure avranno potere decisionale. Il collettivismo come forma politica di governo si organizza su base locale, cittadina nel governo della città che diventerebbe il fulcro dell’attività politica. Gli stati cesserebbero di esistere e i comuni si federalizzerebbero tra loro mantenendo ognuno la sua autonomia.
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