Noi adulti a volte creiamo distanza, limitando il contatto del bambino con il suolo, l’acqua, gli elementi del clima. Lo facciamo attraverso l’educazione ma anche erigendo barriere fisiche che la natura non ha previsto: gli ombrelli, gli occhiali da sole, i vestiti, le scarpe.

Avvicinare i bambini alla natura: un viaggio in un bosco

Avvicinare i bambini alla natura: un viaggio nel bosco

Quello proposto in questo articolo è un viaggio in un qualsiasi bosco che i grandi possono fare con i più piccoli: i primi mostreranno ai bambini un modo di accostarsi alla natura che anche i piccoli possono comprendere e seguire; a loro volta, i bambini, mostreranno invece aspetti del mondo naturale che gli occhi ormai disincantati degli adulti non sono più in grado di vedere, dando la chiave per ritrovare assieme quell’intimità con la natura che ci è stata tolta con la vita alienata di tutti i giorni.

I bambini hanno un contatto istintivo con la natura: approdano nel nostro mondo ancora connessi a quel continuum che ha forgiato la nostra specie milioni di anni fa, e non hanno bisogno di aiuto per collegarsi con la comunità naturale dei viventi. Tuttavia, questo continuum può venire turbato o interrotto molto presto a causa delle condizioni di vita della comunità umana in cui il nuovo nato nasce e si sviluppa.

Noi adulti per primi a volte creiamo distanza, limitando il contatto del bambino con il suolo, l’acqua, gli elementi del clima. Lo facciamo attraverso l’educazione ma anche erigendo barriere fisiche che la natura non ha previsto: gli ombrelli, gli occhiali da sole, i vestiti, le scarpe.

Il viaggio inizia…

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Eccoci dunque ai margini del nostro bosco; ma prima di entrare, fermiamoci un attimo a «salutare» la comunità vivente che lo abita, piante e animali, e a presentarci: per il bambino questo non sarà affatto strano, per noi forse un po’, però in fondo stiamo entrando in casa d’altri, siamo ospiti e occorre rispetto e buona educazione… questo per un bambino deve essere manifestato in modo semplice e tangibile.

Il rispetto non è distacco

A volte l’irruenza con cui i nostri figli entrano in contatto con la natura ci spaventa. Non tutti sono delicati e discreti; alcuni strappano piante o strapazzano gli animali domestici. Occorre comprendere che non sempre questo dipende dall’educazione: ci sono bambini altrettanto «fisici» anche con i coetanei.

In genere questa violenza è fatta senza intenzione di fare del male e dipende dalla scarsa capacità del bambino, in certi momenti, di dosare la sua energia o di esprimere in modo diverso le emozioni che prova, il desiderio intenso di contatto con la natura che lo circonda.

Spesso questa fase termina quando il bambino inizia a parlare meglio, a riprova del fatto che si tratta di un modo, seppure rude, di comunicare. Possiamo impedirgli di tirare i baffi al gatto, così come di scuotere il fratellino, ma la cosa migliore è insegnare al bambino il linguaggio del neonato e quello del gatto, in modo che possa capire da sé quando il suo intervento è gradito oppure no.

E nel nostro bosco? Se siamo fortunati, avremo un incontro con qualche animale selvatico; però dobbiamo essere discreti e pazienti. La nostra presenza può aiutare il bambino ad apprendere, come in un gioco, a muoverci silenziosamente per cogliere la vita intorno a noi, senza turbarla e farla fuggire. Non proibiamogli di prendere qualcosa, di cogliere un fiore, di staccare un ramoscello: diamogli però la possibilità di comprendere che ogni specie vive e desidera mantenere la sua integrità.

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Se nostro figlio vuole staccare delle foglie o cogliere dei fiori, lasciamo che ne colga solo uno o due per pianta, evitando di lasciare una pianta completamente spoglia; se vuole mangiare delle more, non facciamone incetta ma cogliamo solo quelle che effettivamente sappiamo di poter mangiare sul posto. Queste azioni fanno parte del cerchio della vita; però è importante che siano commisurate ai bisogni dell’individuo, e non vadano oltre diventando un gesto gratuito.

Non siamo qualcosa di separato dalla natura,non siamo né i suoi proprietari né i suoi difensori: entrambe le posizioni ci porrebbero all’esterno e al di sopra di essa, ma noi siamo invece un elemento che ne è parte integrante.

E se il bambino vuole portarsi via con sé qualcosa del bosco? Non è di per sé sbagliato, purché nei limiti di ciò che non danneggia e depaupera l’ambiente. Si può portare via un rametto, un fiore, una pigna, una pietra. Ma è il momento di cedere a nostra volta qualcosa, di utilizzare il «dono» che ci siamo portati da casa: quel pugno di cenere, per restituire, come fertilizzante, ciò che abbiamo ricevuto come legna da ardere; quel frutto troppo maturo, per nutrire il sottobosco; un sassolino o una conchiglia che farà da riparo a qualche minuscolo insetto.

I bambini ci insegnano

Nessuno come un bambino sa essere intensamente presente: possiamo apprendere da loro un modo schietto e rilassato di muoverci negli ambienti naturali. Lasciamo che sia il bambino a insegnare a noi come diminuire la distanza con il mondo della natura: toccando, annusando, rotolandosi, arrampicandosi e, perché no, anche parlando agli alberi, ai fiori, alle api e alle lucertole.

Insegnare ai nostri figli il rispetto e l’amore per la natura presuppone un percorso da parte nostra. Noi per primi dobbiamo recuperare questo rispetto e questa confidenza, liberandoci dai due maggiori ostacoli che ci separano da essa: l’avidità e la paura.

Quella paura del contatto diretto con il sole, il vento, il fango, l’erba, la pioggia, che ci è stato inculcato da bambini. E l’avidità, il desiderio di possedere, che reifica i viventi, li rende simili ad oggetti che possono essere portati via, comprati, venduti – e cos’è questo se non di nuovo paura, di mancare del necessario, di non essere in grado di tenere sotto controllo l’ambiente che ci circonda e ci compenetra?

Alcuni di noi hanno recuperato, con un lungo lavoro su di sé, questa capacità di intimità con il mondo naturale: ad esempio camminando scalzi, praticando il naturismo. Dato che per noi è così difficile superare quei condizionamenti che ci spingono a mettere una barriera fra il nostro corpo e gli elementi naturali o il suolo, abbiamo il timore che anche il bambino possa provare lo stesso disagio o sofferenza andando, ad esempio, scalzo. Ma per un bambino questo passo sarebbe molto più semplice, perché i suoi condizionamenti sono molto più recenti dei nostri; e sebbene possa sembrare difficile da credere, guardando e toccando la delicata pelle dei piedi di un bimbo, egli sa ancora come muoversi senza ferirsi o farsi male.

Naturalmente tutto va fatto gradualmente ma, se i nostri figli ci chiedono di togliere le scarpe, possiamo acconsentire e lasciare che siano loro a decidere se rimetterle: scopriremo che sanno autoregolarsi, che il loro modo di camminare diviene più leggero e attento. Bisogna ricordare che il bambino nasce nel ventunesimo secolo, ma proviene direttamente dalla giungla dei nostri antenati ed è perfettamente attrezzato a viverci.

Per i bambini la natura è viva

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Per i bambini la natura è «viva» in senso letterale. Le piante crescono perché vogliono farlo, così come le onde vogliono bagnare la spiaggia. Il vento lo provocano gli alberi quando si scuotono forte. Questa visione «animista» può essere una chiave per spiegare loro i fenomeni naturali in un modo immediatamente comprensibile. Può essere usata come una metafora per descrivere concetti complessi: l’interdipendenza, l’habitat, l’evoluzione delle specie. In un certo senso, la tendenza naturale di ogni specie, animale o vegetale, a muoversi fra equilibrio ed evoluzione, può essere vista proprio come «intenzionale».

Così, davanti a un arbusto carico di frutti, possiamo usare il linguaggio del bambino e dire che quelle bacche, quei frutti gustosi, la pianta li ha destinati a tante creature diverse. Possiamo permettere alle piccole mani di cogliere qualcuno di quei frutti, perché quelli alla sua portata sono effettivamente per lui; tuttavia, quelli più bassi sono per qualche piccolo animale del bosco, così come i più alti sono per gli uccelli, quelli caduti a terra per le formiche e le lumache, e quelli ancora acerbi… appartengono all’albero.

Anche il concetto di interdipendenza è intuitivo per un bambino: per lui tutto è connesso e nessuno stupore che cogliere un fiore possa disturbare una stella, come recita un antico detto. Forse sarà nostro figlio a darci la chiave giusta, con la sua sensibilità e curiosità, per leggere i fenomeni naturali in modo nuovo, comprendendo il senso profondo della vita che li anima; altre volte saremo noi ad offrire al bambino la chiave per interpretare, in modo semplice e concreto, il significato di ciò che avviene nel cielo, nel mare, nel terreno e nel complesso interagire di piante e animali.

Tutto questo porterà sia noi che loro più vicini a una consapevolezza e ad un rispetto più profondo per tutto ciò che vive.

Articolo tratto dal mensile Terra Nuova… scopri di più qui.

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