Il governo degli Stati Uniti ha declassificato il “File 17”, rapporto poco conosciuto che potrebbe dimostrare una connessione saudita con i dirottatori degli attacchi dell’11 settembre. Il documento offre degli indizi su quello che potrebbe essere il contenuto delle 28 pagine ancora classificate. Il File 17 si basa proprio sulle pagine mancanti del dossier della Commissione d’inchiesta del Congresso statunitense.

Le amministrazioni Bush ed Obama, fino ad oggi, si sono rifiutate di declassificare quelle 28 pagine, sostenendo che il loro rilascio metterebbe a repentaglio la sicurezza nazionale. I critici, invece, motivano tale riluttanza a causa del coinvolgimento dell’Arabia Saudita nell’attacco terroristico di al-Qaeda che ha ucciso quasi 3.000 persone sul suolo americano. Da rilevare che tale conclusione non può tenere conto di quanto sarebbe emerso nelle 28 pagine classificate.

Secondo la CIA non vi è alcun legame del governo saudita, inteso come stato, istituzioni o funzionari, negli attacchi dell’11 settembre. Le 28 pagine si riferiscono principalmente ai finanziatori degli attentati e punterebbero il dito contro l’Arabia Saudita. Quest’ultima ha sempre negato di aver fornito alcun tipo di supporto ai 19 dirottatori, la maggior parte dei quali erano cittadini sauditi. Riyad sembra comunque temere la pubblicazione di quelle 28 pagine. Il Ministro degli Esteri saudita, Adel al-Jubeir, comunicando la posizione del proprio paese, avrebbe minacciato di ritirare tutti i capitali, stimati in miliardi di dollari, investiti nelle attività finanziarie statunitensi. Una quota di 750 miliardi di dollari in titoli del Tesoro ed in altre attività finanziarie americane sul mercato mondiale che l’Arabia Saudita sarebbe disposta a riportare in patria.

La sezione trattenuta nel rapporto del 2002, le famose 28 pagine, è al centro di una disputa che contrappone gli americani alla Casa Bianca. Lo scorso 17 maggio, il Senato ha approvato all’unanimità un disegno di legge che consentirebbe ai sopravvissuti ed ai parenti delle vittime dell’11 settembre di citare in giudizio l’Arabia Saudita. Barack Obama ha già annunciato che porrà il veto. Per diventare esecutiva, infatti, la legge dovrà essere prima approvata dalla Camera e poi firmata dal presidente degli Stati Uniti. La motivazione ufficiale della Casa Bianca è che “il Justice Against Sponsors of Terrorism Act potrebbe avere conseguenze imprevedibili”. L’amministrazione Obama teme pericolose ripercussioni giuridiche per una norma che, se diventasse esecutiva, andrebbe in contrasto con quanto previsto dall’immunità sovrana, creando una pericolosa eccezione. In vigore dal 1976, la dottrina dell’immunità sovrana sancita dal Foreign States Immunities Act, disciplina l’immunità degli Stati esteri dalla giurisdizione americana. Il Justice Against Sponsors of Terrorism Act autorizzerebbe tutti i procedimenti giuridici contro l’Arabia Saudita. Secondo la Casa Bianca, il Justice Against Sponsors of Terrorism Act modificherebbe una legge internazionale di lunga data relativa all’immunità sovrana. “Intaccare l’immunità significherebbe mettere a rischio gli americani che lavorano all’estero”.

Nel File 17 sono contenuti i nomi di coloro che hanno avuto un contatto, in forma diretta o indiretta, con i dirottatori prima degli attacchi. Alcuni erano diplomatici sauditi.

Fahad Al-Thumairy

Imam della moschea King Fahad a Culver City, California. Al-Thumairy è sospettato di aver aiutato due dei dirottatori dopo il loro arrivo a Los Angeles. Era anche un diplomatico accreditato presso il consolato saudita di Los Angeles dal 1996 al 2003. Secondo la Commissione 9/11, al-Thumairy avrebbe inserito i due estremisti nella sua comunità religiosa. L’uomo ha sempre negato di promuovere la jihad e di non aver mai aiutato i dirottatori. Secondo le informazioni declassificate, al-Thumairy ha incontrato presso il consolato saudita, nel febbraio del 2000, Omar al-Bayoumi. Quest’ultimo, cittadino saudita, poco prima dell’incontro ha pranzato con due dirottatori in un ristorane. Al-Thumairy ha sempre negato di conoscere al-Bayoumi, anche se i due sono stati registrati più volte al telefono già a partire dal 1998. La CIA ha inoltre registrato 11 conversazioni avvenute tra il 3 ed il 20 dicembre del 2000. Al-Bayoumi  afferma che quelle conversazioni erano di natura esclusivamente religiosa. La Commissione 9/11 conclude il fascicolo su al-Thumairy (parliamo sempre di quello fino ad oggi declassificato) affermando che “nonostante le prove indiziarie, non abbiamo trovato prove che possano collegarlo agli attacchi”. Eppure, in un rapporto datato 19 marzo del 2004, la CIA afferma che Khallad bin Attash, operativo di al-Qaeda e sospettato di essere la mente dell’attacco contro l’USS Cole, avvenuto nello Yemen nell’ottobre del 2000, si trovava a Los Angeles nel giugno del 2000 in compagnia di Fahad al-Thumairy. Il 6 maggio del 2003 al-Thumairy cerca di ritornare negli Stati Uniti, ma il suo accesso è stato negato perché sospettato di essere collegato ad attività terroristiche.

Omar al-Bayoumi

Cittadino saudita, ha aiutato due dirottatori in California. Al-Bayoumi ha dichiarato agli investigatori che lui ed un altro uomo hanno aiutato due terroristi (ignorandone il vero ruolo) per alcuni pratiche presso l’ambasciata saudita. In seguito sono andati al ristorante a Culver City. In quel frangente, i due dirottatori si lamentarono di Los Angeles e ricevettero aiuto da Al-Bayoumi a trovare casa a San Diego. Nel File 17, la commissione afferma che “Al-Bayoumi ha ampi legami con il governo saudita e nella comunità musulmana di San Diego. Sospettiamo possa essere un ufficiale dell’intelligence saudita”. La Commissione 9/11 supporta tale teoria riportando alcuni interrogatori. Al-Bayoumi è stato ufficialmente impiegato della Ercan, una filiale della Saudi Civil Aviation Administration. I colleghi di lavoro di al-Bayoumi, però, lo hanno descritto come un dipendente fantasma, notando che era uno dei molti sauditi a libro paga a cui non era richiesta la presenza. Ha lasciato gli Stati Uniti nell’agosto del 2001, settimane prima degli attacchi dell’11 settembre. La Commissione 9/11 rileva che “non conosciamo lo scopo di quel pranzo, ma è candidato improbabile per il coinvolgimento clandestino con gli estremisti islamici”.

Osama Bassnan

Stretto collaboratore di al-Bayoumi, era frequentemente in contatto con i dirottatori. Viveva in un complesso di appartamenti lungo la stessa strada della casa dei terroristi a San Diego. Bassnan, ex dipendente del governo saudita a Washington, ha ricevuto notevoli finanziamenti dalla principessa Haifa al-Faisal, moglie del principe Bandar bin Sultan. Quest’ultimo, ex capo dei servizi segreti in Arabia Saudita, è stato ambasciatore degli Stati Uniti dal 1983 al 2005. Il denaro è stato presumibilmente utilizzato per le cure mediche della moglie di Bassnan. Secondo la Commissione 9/11 “non vi è alcuna prova che il denaro possa essere stato reindirizzato verso il terrorismo”.

Mohdhar Abdullah

Abdullah ha tradotto dei testi per i due dirottatori e li ha aiutati ad aprire dei conti bancari. Raggiunto più volte dall’FBI, Abdullah ha affermato di essere a conoscenza delle opinioni estremiste dei due dirottatori, ignorandone il fine. Eppure la Commissione 9/11 rileva che “durante una perquisizione dopo gli attentati, nella casa di Abdullah, l’FBI ha rinvenuto un quaderno (appartenente a qualcun altro che resterà ignoto), con riferimenti ad aerei che cadono dal cielo, uccisioni di massa e dirottamenti”. Arrestato subito dopo gli attacchi alle Torre Gemelle, l’uomo ha espresso “odio verso gli Stati Uniti”. Ulteriori intercettazioni ambientali nella cella di Abdullah, hanno dimostrato che l’uomo si vantava con gli altri detenuti di aver conosciuto i dirottatori.  E ‘stato espulso nel maggio del 2004 dal procuratore degli Stati Uniti per il Distretto Meridionale della California.

FONTE: Gli Occhi della Guerra

Commenta su Facebook