di Gianni Tirelli

“La rabbia dei giovani, che presto esploderà in tutta la sua potenza e violenza, non sarà, dunque, relativa alla richiesta dei beni essenziali, ma degli effimeri. Un caso unico per eccezionalità nella storia dell’uomo ma un classico del relativismo, dove ogni cosa è lecita e, le attenuanti soggettive, vengono sdoganate come supremo atto di libertà”

“Rivolta del pane”, è il nome tradizionalmente dato a vari movimenti popolari avvenuti in coincidenza con periodi di carestia. Già in epoca romana era politica delle autorità di curare tramite le “frumentationes”(si intendeva un provvedimento legislativo che regolava la distribuzione a prezzi agevolati o addirittura gratuiti alla popolazione di Roma), la distribuzione di grano a prezzo calmierato o addirittura gratuito. Per realizzare questo era necessario mantenere una struttura “annonaria” (approvvigionamenti alimentari) che curasse il reperimento e il trasporto di grandi masse di cereali, dapprima dalla Sicilia e poi dall’Egitto.

Il pane è cibo primordiale. E’ il nutrimento per eccellenza e vita esso stesso. Il suo significato non si può limitare al solo valore alimentare, ma va ben oltre, toccando tutti i momenti più importanti della vita dell’individuo e della comunità, fino a diventare simbolo di fede o mezzo magico, per evocare i fantasmi e le paure, l’angoscia e la solitudine dell’umanità. E solo mangiandolo l’uomo può lenire la propria sofferenza!

La prima fondamentale e sostanziale distinzione che un antropologo del gusto nota al primo assaggio, è l’abissale differenza che c’è tra il pane industriale e il pane primordiale. Nel pane industriale tutto il processo di panificazione viene accelerato perché lo sviluppo dell’impasto deve avvenire in tempi brevissimi. Per raggiungere questo scopo è necessario integrare la farina con quegli additivi (che la legge consente) e agenti chimici (i cosiddetti migliorativi!!), che alla lunga mettono a serio rischio la salute dei consumatori  e la salubrità stessa del pane. Oggi è pratica molto diffusa, mescolare all’impasto, una certa quantità di polveri di marmo, per aumentarne il peso.

Il risultato finale, è un pane che si presenta con un aspetto estetico, presso che inalterato ma, il suo gusto, l’aroma, il fattore nutritivo, la “sostanza”, non è più quella del vero pane artigianale, di quando le lunghe ore di impasto e di lievitazione, la cura nella scelta dei semolati e dei lieviti, costituivano il valore aggiunto che conferiva la fragranza, la sofficità ed il gusto unico che solo il vero pane sa conservare.

Del resto non c’è da meravigliarsi più di nulla! Il libero mercato, fiore all’occhiello di quest’epoca canaglia e terreno di coltura di una sistematica contraffazione, non va tanto per il sottile riguardo all’interpretazione del concetto di libertà; sottigliezze di nessun conto e imperdonabili perdite di tempo che si scontrano e, in contrasto, con l’efficienza in serie di un Sistema che, per facilità di applicazione e mero profitto, ha anteposto la forma al contenuto, l’apparire all’essere e la licenza alla libertà.

Il famoso detto “pane al pane e vino al vino” é un’ espressione con la quale si vuole evidenziare il lodevole comportamento di chi, in ogni circostanza, sa esprimere, con franchezza e senza timori reverenziali verso qualcuno, il proprio parere positivo o negativo.

Circa I’importanza della schiettezza nel linguaggio, giova ricordare le parole di Gesù “si, si; no, no;” riportate nel Vangelo di Matteo (Cap.V v.37)

Una esortazione alla sobrietà del linguaggio, a cui il Vangelo ci porta spesso con messaggi sia espliciti che impliciti: “Il vostro parlare sia sì, sì; no, no; il di più viene dal maligno”. La sobrietà del linguaggio è uno degli aspetti della saggezza evangelica. E’ saggio colui che non si illude più di poter cambiare le situazioni e le persone a forza di parole. La parola umana non serve a niente in un contesto in cui non c’è alcuna disponibilità al confronto come, non serve, con chi ritiene già di avere la verità tutta intera. Insistere nel dialogo è pura stupidità. Il linguaggio del discepolo è dunque un linguaggio essenziale, ossia un linguaggio usato per comunicare le cose più fondamentali, senza però affaticarsi nella costruzione di argomentazioni per dimostrare di avere ragione a chissà chi. Ogni complicazione o contorsione di linguaggio (e di pensiero) viene dal maligno. La pubblicità che, come una moderna peste, contamina la nostra quotidianità ad ogni ora del giorno e della notte si pone, come l’esatto opposto, con la sobrietà del linguaggio e la veridicità dei contenuti, tanto auspicata nell’insegnamento evangelico.

“Pane al pane e vino al vino”, sono parole fondamentali, dotate di una potente carica semantica, utilizzate come metafore e figure letterarie, come modelli delle verità più immediate, dei significati più profondi e più elementari. Per il fatto di essere tra i più antichi segni umani della terra, il pane e il vino diventano simboli della nostra stessa identità.” Così, il prof. Cusumano ha spiegato come questi frutti di una storia e di una cultura millenaria siano congiunti alla radice sia sul piano alimentare che su quello linguistico e ha riportato ampie e interessanti esemplificazioni documentate nella letteratura orale e popolare e nei riti e negli usi tradizionali.

“Per tutto questo, diciamo ancora «pane al pane e vino al vino», per chiamare le cose con il loro nome, per restituire, in un tempo difficile e confuso, significato e valore alle parole, per ritrovare il senso vero e profondo della realtà che rischiamo di perdere, abbagliati dallo sfavillio dell’effimero che oggi abita le nostre vite”.

“Il cibo, come il sesso e poche altre cose, sono in grado di procurarci quell’innocuo e rigenerante “piacere” che ci pone nella posizione, un gradino più in alto, nella scalata che tentiamo di compiere per il raggiungimento della felicità. Ma il cibo e il sesso, come oggi ogni altra cosa, che siano emozioni, aspirazioni, atmosfere o passioni, verità o bellezza, giustizia o libertà, non sono che orpelli – gli elementi dissonanti e caricaturali di una società che ha trasfigurato la sua originaria vocazione, in una messinscena carnevalesca, volgare, deprimente e chiassosa.

Quale stupido può ancora credere che sia la fame di pane a ricompattare le masse occidentali consumiste e accendere rivolte e sommosse contro il Sistema Bestia che, giorno dopo giorno, a vampirizzato le nostre vite e oscurato il futuro dei nostri figli? Non è forse più plausibile e drammaticamente reale, pensare (visto il livello di omologazione e di dipendenza dal Sistema), che l’inevitabile e imminente ribellione sociale sarà scandita al grido di “prendeteci tutto – ma non il cellulare, ridateci le fabbriche – non fateci zappare”?.

Oggi tutto è anacronistico, fuori luogo, equiparabile e relativizzabile. Per tanto, il pane ed il vino della modernità (lontani dall’essere assunti a parametri di riferimento e di comparazione dei nostri bisogni essenziali), non hanno più valore di un abbonamento a Sky, di un derby calcistico, di una crema anti rughe, di una ricarica telefonica, di un reality, di un condizionatore o di un aperitivo al bar.

Ogni cosa che rotea in questo grottesco Luna Park delle illusioni (un paese dei balocchi progettato da Satana in persona), è l’esatto contrario di come dovrebbe essere. E così, il pane non è il pane e il vino, un intruglio chimico dagli effetti inquietanti. Ogni cosa è un’altra cosa, manipolata, filtrata e contraffatta dall’ingegnosa opera, di multinazionali criminali che, per facilità di applicazione e mero profitto, hanno anteposto la forma al contenuto e la licenza alla libertà. Niente oggi, ha più sapore, odore, calore!! Tutto è piatto e neutro come il grafico delle nostre emozioni e della nostra conoscenza delle cose. Nessun atto d’amore è contemplato nel Mercato del Grande Malfattore, ma solo brama di ricchezza e di potere, volti alla soddisfazione di vizio e perversione.

La rabbia dei giovani, che presto esploderà in tutta la sua potenza e violenza, non sarà, dunque, relativa alla richiesta dei beni essenziali, ma degli effimeri. Un caso unico per eccezionalità nella storia dell’uomo ma un classico del relativismo, dove ogni cosa è lecita e, le attenuanti soggettive, vengono sdoganate come supremo atto di libertà.

Oggi nessuno sa zappare, seminare, raccogliere, accendere un fuoco, cacciare, riconoscere le piante e le loro proprietà. Nessuno sa interpretare i segnali provenienti dalla natura. L’uomo moderno è privo di ogni tipo di intraprendenza e non è assolutamente in grado di potersi adattare ad avvenimenti catastrofici di portata planetaria. Tutto quello che rimane, siamo certi che sia cultura? Certo che no!! Solo arido, meccanico apprendimento, fine a se stesso – pensieri geneticamente modificati (PGM) da un meccanismo di contraffazione e da un’opera di mistificazione che, in questo modo, li ha resi sterili e quindi improduttivi.

La vera cultura, all’opposto, è un manuale di sopravvivenza, pratica, morale e spirituale che, nell’ indipendenza, autonomia, e nell’autosufficienza, conforta le ragioni dell’esistere e della libertà di scelta.

Per tutti questi motivi, l’uomo monco di questo secolo nefasto, soccomberà, schiacciato dal peso della sua ottusità, ignoranza e stupidità, mettendo così fine alla sua apparizione sul pianeta terra.

L’orto è una grande metafora della vita spirituale”, scrive Bianchi Enzo nel suo libro “Il pane di ieri”. E continua, “anche la nostra vita interiore abbisogna di essere coltivata e lavorata, richiede semine, irrigazioni, cure continue e necessita di essere protetta, difesa da intromissioni indebite. L’orto, come lo spazio interiore della nostra vita, è luogo di lavoro e di delizia, luogo di semina e di raccolto, luogo di attesa e di soddisfazione. Solo così, nell’attesa paziente e operosa, nella custodia attenta, potrà dare frutti a suo tempo.”

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